lunedì 3 aprile 2017

Sei tutti i miei sbagli

Nella maggior parte dei film, si partorisce secondo un protocollo standard: donna sudata, paonazza e con l'occhio di Jack Nicholson in Shining; quando la voce fuori campo ordina di spingere, la donna lancia un urlo e il marito le dice trepidante “respira, amore, respira!”. A furia di urla e respiri da mantice, il bambino esce e tutto finisce in singhiozzi, lacrime di gioia e sguardi di felicità tra mamma, bambino e papà.
Così, quando è toccato a me, con la mia seconda figlia - visto che la prima era nata con un mesto cesareo in anestesia totale - al momento in cui l'ostetrica mi ha intimato: “Ecco, ci siamo: spinga signora!” io ho fatto un bel respiro e ho cacciato un urlo sovrumano che è durato almeno dieci secondi. Ero tutta soddisfatta, perché era stato proprio un urlo molto scenografico, da “Buona la prima!”.
L'ostetrica ha aspettato che si spegnesse l'eco e poi mi ha detto: “Bene, signora. La prossima volta, quando glielo dico, invece di urlare, spinga. E stringa forte le maniglie alla base della sedia, vedrà che l'aiuterà a convogliare meglio tutta la sua forza, anziché sprecarla nel fiato”. 
Umiliata ma fiduciosa, ho seguito il suo consiglio e ho scoperto, qualche secondo dopo, la differenza sostanziale tra una spinta cinematografica e una buona spinta nei parti reali. 
E ha funzionato: la testa di mia figlia si è incanalata dentro di me ed è iniziato il nostro faticoso cammino verso la luce, centimetro dopo centimetro, spinta muta dopo spinta muta. Mentre io spingevo e spingevo, quando eravamo più o meno a metà strada e avevo ormai esaurito da un pezzo forze, fiato, fiducia nella vita e speranza nel futuro, il padre della bambina, che stava da qualche parte lì davanti a godersi lo spettacolo, mi fa: “Coraggio, vedo la testa!” 
“Davvero?”, chiedo io felice, col sorriso di una Gorgone. 
“No, stavo scherzando!”, ridacchia il buontempone, facendo ripiombare me e la bambina in un abisso intrauterino di spinte inutili. A quel punto ho evocato tutte le forze ctonie, Iside, Giunone e la Grande Dea Madre, pregandole non di farmi partorire all'istante ma di mandare a lui, invece che a me, una piaga biblica di emorroidi da spinta. 
 “Comunque, è proprio impressionante” fa lui, ignaro di essere appena stato colpito dalla Maledizione della Puerpera “da qua sta uscendo proprio di tutto. Di tutto. Tranne che neonate”. 
E quello gli era sembrato il momento adatto per una critica bonaria e lievemente paternalistica. 
Io l'ho perdonato solo per lo sguardo che gli ho visto lanciare a sua figlia, non appena gliel'hanno messa tra le braccia, qualche migliaio di spinte dopo. Se l'abbiano perdonato anche le dee madri, non mi è più dato saperlo.

Il tempo e la vita hanno un unico verso: da dentro a fuori, da ieri a oggi, e non c'è niente da fare. Le mamme spingono, i bimbi escono. Le mamme faticano, i bimbi crescono.
Crescono anche se le mamme non hanno la minima idea di cosa si debba fare, nella maggior parte dei casi. Crescono anche se le mamme sbagliano, se urlano, se non urlano, se piangono quando non ce la fanno più o se ridono anche quando avrebbero voglia di piangere. 
Da parte loro, le mamme continuano a spingere anche quando non ne hanno più la forza e faticano anche quando sembra che non ci sia un senso o una ricompensa. E questo sia che i padri facciano la loro parte oppure no.
Tutto questo non è eroico; è solo stramaledettamente difficile. 

La mia bimba è uscita ed è cresciuta, dura come un sasso, fragile come un fiore di magnolia. Più dura e più fragile delle altre due: uno schiaccianoci di gommapiuma, compressa tra la maggiore e la minore; in questi anni, ha osservato e capito tutto, a modo suo, ma non ha mai spiegato cosa vuole, cosa sente. E io, risucchiata dai vortici che mi mandavano la vita in aria, ho lasciato che lei decifrasse da sola quello che ci stava succedendo. Sono stata vigliacca e lei non mi ha mai reso le cose più facili, mai. 
Crudele come una Sfinge, mi sfida ogni giorno a risolvere il suo enigma. Io. Una convinta che spingere significasse urlare. Una che non avrebbe saputo nemmeno come farla nascere, senza l'aiuto di un'ostetrica. 
Ecco, quell'ostetrica la vorrei accanto a me ogni giorno, vorrei che mi dicesse cosa fare, esattamente, nei momenti in cui la mia capacità di risolvere un problema è pari all'efficacia di una spinta cinematografica. La vorrei nei momenti in cui spingo e urlo a vuoto, quando forse basterebbe un respiro, un abbraccio o uno sguardo fermo, per calmare la rabbia, per lenire un dolore che non trova parole, solo sguardi. Vorrei che qualcuno mi fermasse, quando chiudo la porta sperando che lei non la riapra troppo presto; quando le dico “sei cattiva” anziché mostrarle come non esserlo. Quando non sono capace di ascoltarla, solo perché lei non dice nulla. Quando cedo, anziché tenere il punto, solo perché sono stanca, perché sono triste o arrabbiata, perché ho tutti questi panni da piegare e poco tempo da perdere dietro ai tuoi capricci, bambina cattiva. 
Ostetrica, dove sono le maniglie da stringere perché la forza non si disperda in fatica inutile? 
Ostetrica, stai accanto a me, dimmi qual è il trucco per non sbagliare. 
Dimmi cosa si fa, quando non si sa cosa fare. Perché se i miei errori li pagassi solo io, allora potrei pure cavarmela. Ma non è così e non è stato per niente giusto mandarmi a casa da sola con questa bambina e i suoi straordinari occhi di ghiaccio liquido che mi guardano, mi guardano sempre, non hanno mai smesso di guardarmi, da quando me l'hai messa in braccio dicendomi: “è stata proprio brava, signora!”, illudendomi che bastasse saper spingere per imparare ad essere madre. 


Con le altre due sbaglio, ma almeno so dov'è l'errore. Con lei non capisco mai, non riesco a sciogliere il mistero della sua rabbia e dei suoi no: eppure è quella che sta più dentro il mio sangue. Perché sono una seconda di tre, come lei. Perché non mi assomiglia, ma è forse quella che ha più bisogno del mio abbraccio. 
Oggi, dopo il suo ennesimo no senza motivo, anziché iniziare la solita guerra di logoramento quotidiano, mi sono seduta a terra, accanto a lei che rimaneva in piedi imbronciata. Non sapevo che fare. Poi qualcuno, credo l'ostetrica dentro di me, mi ha detto: aspetta. Ho aspettato. Ho aspettato in silenzio che la sua rabbia trovasse non le parole, che lei non usa mai per comunicare veramente, ma il gesto che risolve tutto. E poi il gesto è arrivato; si è seduta sulle mie gambe e siamo rimaste abbracciate. 
Lei rideva e io piangevo, e la Sfinge era volata via.





giovedì 16 marzo 2017

L'epica del quotidiano

Storie della buonanotte per bambine ribelli. Cento vite di donne straordinarie di F. Cavallo, E. Favilli, Mondadori. 



Non ho niente contro i bestseller e la letteratura mainstream: pensate che, a suo tempo, io mi sia tirata indietro davanti a Faletti, Tamaro, Camilleri o la Rowlands (non ho detto Volo)? Harry Potter per me è un capolavoro. 
Eppure, amiche mie entusiaste di questo libro per bambine ribelli, scusatemi, ma stavolta non sono sicura di volermi precipitare ad acquistare la hit del momento per cercare di capire, senza puzza sotto il naso, come mai piace tanto. (Per inciso, da un punto di vista narrativo, non è che sia il massimo della suspense  - cento storie, tutte con la stessa trama: bambina ribelle si ribella e diventa  una donna straordinaria). 
Pare che questo sia il libro che tutte le madri di bambine stavano aspettando da tempo. E come non riconoscere il valore edificante delle eroine esemplari che hanno dimostrato di poter abbattere barriere e pregiudizi con la caparbietà e la fiducia in se stesse? Mi domando però se questo basta.

Immagino che lo leggerete alle vostre figlie per dimostrare loro che se si ribellano a ciò che il sistema si aspetta dalle donne, allora potranno essere straordinarie e cambiare il mondo, come hanno fatto queste cento donne. Sei ribelle, quindi straordinaria, quindi ammirevole. 
Scusatemi, ma io non me la sento; perché, alla centesima biografia, le mie figlie chiuderanno il libro e si ritroveranno davanti me. 
E, mi costa ammetterlo, io non ho niente di straordinario. Sono una donna normale, che lavora quando è fuori casa e che il resto del tempo spazza-lava-piega i panni, riordina i cassetti e, se proprio dice male, stira. Già non ho la loro ammirazione per questi gesti - per me, sì, eroici - figuriamoci se poi, tra le figure di donne eccezionali, non ne troveranno nemmeno una che assomigli, almeno un po', alla loro mamma. 
In effetti io, finora, nonostante tutto l'impegno e la fatica che ci ho messo, il mondo non sono riuscita a cambiarlo nemmeno un po'. Avrei potuto ribellarmi, a un certo punto, e mollare figlie e famiglia per andare a inseguire i miei sogni di fanciulla e fare la vita metrosexual che sognavo mentre, sola e reietta, recuperavo calzini spaiati e magliette XXS stinte dalla lavatrice. Vabbè, direte voi, mica sei Madame Curie, l'umanità non si è persa niente se sei rimasta al tuo posto. 
Già, per cosa infatti bisognerebbe ammirare me e tutte quelle altre mule della storia che, a testa bassa, nei secoli della loro oscura normalità, si sono ingegnate per fare andare avanti famiglie, case, lavori, vite? E anziché dirci brave, ci fanno passare per docili mucche con l'anello al naso. Come se dipendesse da noi. Solo da noi.
Non dico che non sia meraviglioso che, ogni tanto, qualche cavalla di razza abbia avuto la forza di fare uno scarto sublime e correre libera nei campi della scienza, della politica, della letteratura etc etc., dimostrando che anche una donna può essere eccezionale. Ma io non sono sicura di volere che le mie figlie percepiscano come straordinario, inusuale, miracoloso, il fatto che una donna segua i suoi sogni e le sue inclinazioni. Non mi piace l'effetto "visita allo zoo" di chi ce l'ha fatta ed è stata per questo incorniciata in una Vita di donne illustri. Del tipo "Animali fantastici e dove trovarli": ammirate questi esseri fuori dal comune. Ribellatevi. Siate eccezionali, non ordinarie. 
Questo libro comunica l'idea che sia straordinario che una donna sia straordinaria.
Forse si potrebbe suggerire, fra un libro di donne da Guinness e l'altro, che anche le donne normali, con tutto quello che significa (e voi donne normali come me lo sapete) dovrebbero essere ammirate. Perché a me sembra che essere una donna forte non sia l'eccezione, ma la regola. E che non basti leggere le Storie di santi per ottenere la beatificazione.  

Mia figlia Bianca, sguardo tagliente e lingua come lama, mi dice spesso: io non mi sposerò mai e non avrò mai dei figli, perché non voglio faticare come fai tu, che lavori sempre e hai tre figlie che ti fanno impazzire. Certo, bambina mia. Hai ragione. Ribellati alla logica della madre di famiglia-mula: sii eccezionale, non banale come me. 
Ma non è questo che le auguro, in cuor mio. Io voglio che lei sia felice, non eccezionale. Credo che la straordinarietà stia nel poter avere tutto: figli, famiglia, carriera, successo. Senza per questo dover essere un uomo.  
E quindi a me basta che alle mie figlie sia chiaro un principio a cui tengo tanto: mai, MAI rinunciare a fare quello che volete solo perché siete femmine. E non importa se poi non sarete donne d'eccezione.

Affinché la loro vita sia più semplice della mia (che lo è stata a sua volta più di quella di mia nonna, a dire il vero) so che bisogna partire dalle piccole cose di tutti i giorni; insegnare loro con l'esempio come si combattono i pregiudizi che ci hanno legate alla macina del sacrificio e dell'insoddisfazione. Quelli per cui, ad esempio, il papà può stare via giorni per inseguire le sue passioni e i suoi hobby, che sia andare in giro ad assaggiare il vino e i suoi derivati o dedicarsi anima e corpo allo scialpinismo, ma la mamma no, perché si sa, quando ci sono figli piccoli, non ti puoi assentare per più di mezza giornata. Tu devi aspettare che crescano. 
Io me li immagino quei padri che, commossi e ammirati, leggeranno la sera queste storie bellissime di forza e riscatto alle loro bambine eccezionali, spronandole ad essere ribelli. Prima di andare a scofanarsi sul divano a vedere la partita, mentre la mamma, di là in cucina, finisce di riempire la lavastoviglie. 

Io mi concentrerei piuttosto sulle cose semplici e basilari: non è perché sei maschio che non ti puoi fare la valigia da solo. Mamme di maschi, insegnate ai vostri figli a piegare le camicie, perché io non ho nessuna intenzione di allevare le mogli che lo faranno al posto loro. 
E voi maschi che state leggendo, non crediate di essere persone eccezionali perché VOI la valigia ve la fate da soli. Lo siete se la preparate per vostra moglie o per la vostra compagna, quando parte in trasferta di lavoro o per un weekend con le amiche. 
Allora sì che sareste degni di entrare nel libro della buonanotte che farei leggere alle mie figlie. 
Insieme a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.


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mercoledì 8 marzo 2017

Avventura capitale

La caffetteria della Feltrinelli, a Largo Argentina, è un luogo accogliente, col suo brulicame silenzioso di lettori che siedono ai piccoli tavoli quadrati, i libri appena acquistati impilati accanto alla tazzina di caffè. 
Ogni tanto, il tavolo è occupato solo dai libri, che vengono usati come segnaposto da chi va in bagno od ordina l'insalata al bar. 
Sbircio i titoli e gioco a indovinare come sono fatte quelle persone dai libri che li aspettano. 
Accanto a me c'è una pila filosofica che culmina con un Platone. Immagino, senza tanto sforzo di fantasia, che chi ha acquistato quei testi sia un distinto professore dai capelli grigi e la giacca di fustagno spolverata di forfora; tra un po' verrà a sedersi, inforcherà gli occhiali e inizierà a sfogliarli con cipiglio consapevole. 
Invece, dopo qualche minuto, torna la proprietaria dei tomi: una signora dai lunghi capelli biondi come la mimosa appassita, con una camicia di seta troppo turchese, rossetto pastoso e la linea greve della matita nera che gira titubante attorno agli occhi grossi. Sembra il personaggio triste di un film di Fellini. Si siede accanto ai suoi libri e resta assorta, senza aprirli. 

Mi alzo per andare a prendere qualcosa da bere; lascio la mia borsa sulla sedia e, sul tavolo, una copia de La Pimpa e il cavallo bianco e una mappa di Roma centro. 
Al mio ritorno, trovo il tavolo occupato da un'anziana signora, immersa nella lettura del suo libro. Le chiedo se non la disturba condividere il tavolo con me e lei mi guarda confusa, e mi dice no no, nessun disturbo, e torna a leggere. 
Io mi siedo e fingo di sfogliare la Pimpa, mentre sbircio la mia compagna di tavolo. 
È linda. Mi vengono in mente alti finestroni esposti a sud e un pavimento chiaro di graniglia tirato a lucido, in una casa grande ma non vuota. Chissà se abita da queste parti. Ha il suo tailleurino nero con la camicia bianca e la catenina d'oro. I capelli biondo cenere sono fini e senza ricrescita, la pelle del viso bianca, morbida, tesa sugli zigomi. Una vecchia signora linda che passa la sua domenica pomeriggio da sola alla Feltrinelli. Legge Lezioni di comicità, di Matteo Andreone e questo mi spiazza, perché l'avrei detta più tipo da Murakami. E chissà chi è questo Andreone. 
Apro la cartina di Roma e studio le vie; poi cerco di ripiegare l'ampio foglio, ma è un'impresa titanica, perché le cartine sono  per natura entropiche: una volta aperte, vanno verso il caos e non si può più ristabilire lo stato di quiete iniziale. 
La signora alza lo sguardo dal suo libro e mi rivolge la parola con un sorriso divertito. 
- Cosa sta cercando? 
- Casa – le rispondo. 
- Dove esattamente? 
- In questo quartiere qui – e le indico un punto sulla mappa. 
- Questo quartiere è caro – mi dice lei. 
- Lo so. Infatti non la troverò. Cercherò da un'altra parte. 
- Viene ad abitare a Roma? 
- Sì, con le mie tre bambine. 
Fa uno sguardo stupito ed esclama “Tre figlie, così giovane!” 
Io rido grata e le rivelo la mia età. 
Lei vive da sola; ha un figlio grande che è andato a vivere lontano. Lontano, da come lo dice, potrebbe significare il resto del mondo. È vedova da tre anni, aggiunge con pudore. E soffre ancora. 
Ci guardiamo per un secondo, sorridenti. Siamo due donne di età diverse, sole di domenica pomeriggio, alla caffetteria della Feltrinelli
Lei è stata come me, un tempo. Con un figlio piccolo e tanta fatica davanti. E questo la fa sorridere. 
Si alza e mi dice: “In bocca al lupo”: e credo che si riferisca ai miei tentativi di ripiegare la mappa. Io, a mia volta, le auguro ogni bene. 

Mentre mi avvio verso l'uscita, penso che un sorriso e una breve conversazione cortese con un'estranea non ti risolvono certo i problemi. Ma non si va a vivere nelle grandi città per avere una vita più semplice. E nemmeno per vincere la solitudine: al contrario, più gente estranea hai attorno, più la solitudine trionfa. No. Le metropoli ti offrono solo la sorpresa degli incontri fuori circuito e questo, la domenica pomeriggio, può aiutare. 
Là fuori, se le cronache non esagerano, mi aspettano strade sporche, autobus in ritardo e tassisti molto cattivi. Oltre a un esercito di agenti immobiliari che hanno dimenticato di essere stati, un tempo, bambini. 
Ma che importa. 
La grande scommessa è preferire innumerevoli guai capitali alla minuscola giostrina di provincia, liscia e levigata come una bella lapide di marmo. 
Avrò tempo di ricredermi quando le mie figlie abiteranno il resto del mondo e io mi sarò stancata di aspettare l'autobus che non passa. Adesso, però, è arrivato il momento di scendere dalla giostra e attaccarsi al tram. 




giovedì 2 marzo 2017

Confessioni di una madre mediocre

“Ma come fai a far tutto?” mi chiede spesso la gente.

(Dati del problema: madre di tre bambine, separata, un lavoro come insegnante, un gatto domestico di nome Graffio, ribattezzato per amore di verità Master & Commander. Ma LUI, almeno, non piscia nel letto). 

A questa domanda io rispondo sempre con estrema schiettezza: riesco a far tutto perché faccio tutto male. 
Tutto. 

Le bambine. 
Igiene personale garantita: quasi sufficiente; non appena cominciano a puzzare di cane bagnato, le lavo. Non gioco mai con loro e quando lo faccio sono distratta e duro più o meno quanto le pile gialle dell'Ikea. Rapporto ambivalente con la TV: solo un'ora e mezza al giorno, ma con ampie deroghe a seconda delle condizioni meteo e del grado di abbandono personale e domestico, oltre che del numero di compiti da correggere. 

Il gatto: quando proprio non mi va di cambiare la lettiera, metto entrambi, gatto e lettiera satura, fuori dalla porta. Abbondo in croccantini low cost e non mi ricordo mai quand'è stata l'ultima volta che ha svuotato la ciotola. Lui mi ripaga con le palle di pelo.

La casa: ampiamente al di sotto della sufficienza. 
Arrendiamoci subito, quando misuriamo i nostri limiti, ma senza autocompiacimento: io le mie amiche le ammiro e invidio tutte. Quando torno a casa dopo essere andata a trovarle, per mezzora giro freneticamente rassettando random; sprimaccio un cuscino, ripiego un asciugamano, sistemo simmetricamente i vasetti sulla mensola in cucina. Poi apro il frigo e mi accorgo che lo zoccolo è marrone. Marrone, come se fosse colato del cioccolato due settimane fa e nessuno avesse passato la spugna. 
Come se. 
E allora mi arrendo e vado a vedermi un'intera serie su Netflix, barricata in cucina, per accorgermi qualche ora dopo che è troppo tardi sia per preparare la cena (e quindi: stasera pasta al burro) sia per rimediare al fatto che la più grande non ha ripetuto Storia (che io insegno, sia detto senza falsa modestia) e che resta a malapena il tempo di farle finire gli esercizi di Inglese. 
(E per inciso: non capisco perché siate tutti convinti che le serie su Netflix se le vedano esclusivamente le single professioniste senza figli. Solo perché poi loro lo scrivono su Facebook e io no? Ingenui. Sottovalutate la portata democratica e trasversale del binge watching. E la mia cialtroneria di madre. Cialtrona ma consapevole; quindi, ai miei occhi - e solo ai miei - irresistibilmente simpatica). 

Il mio lavoro: sono una grande improvvisatrice e problem solver. Una paracula, insomma. Se ho dimenticato che stamattina c'era la verifica sui verbi (e dico “se”), se mi è passato di mente di controllare le firme sul libretto, se anche stavolta non ho inserito i voti prima dello scrutinio e devo farlo durante, bene, niente panico: un rimedio si trova sempre. Basta fare in modo che non se ne accorgano le persone sbagliate. 

Certo, le cose si complicano perché, considerando che sono responsabile per questioni biologiche e professionali di un sacco di gente, quando combino un guaio o mi scordo di fare qualcosa, ci va sempre di mezzo qualcuno, a parte me. 
Per capirci: se dimentico in forno l'omelette per tre giorni, poi, il quarto giorno, qualcuno la trova e se la mangia (e non si tratta né di me né del gatto). 

Tu sei sempre altrove, mi si rimprovera spesso. 
Non ci sono mai tutta, del tutto, quando ci sono. 
Faccio metà di quel che dovrei, un terzo di quel che potrei e la sfango sempre. È il segreto dell'aurea mediocritas
Le mie bambine mi adorano, ma poi dicono che io non chiacchiero mai con loro. Papà sì. 
I miei alunni mi vogliono bene, ma pensano che io sia un po' scervellata e che mi vesta in modo strano (era solo una gonna pantalone!). 
Il gatto mi disprezza, lo leggo nei suoi occhi gialli. 

Dirsele, queste cose, non serve a niente. 
Basterebbe esserci, forse, esserci tutta e sempre. Dare il massimo e godersi la fatica anche quando è solo fatica. Ma io sono una madre, non la Dea Madre.

E allora: fare tutto e farlo male; guardarsi con gli occhi di chi ti chiede sorpreso: “Ma come fai a far tutto?”, e sentire di aver compiuto l'impresa. L'auto-indulgenza è la migliore amica dei cialtroni: bisogna saperla coltivare con dedizione. 
Ogni tanto mi guardo intorno e scatta l'angoscia da competizione: le altre, loro sì che ce la fanno. 
Potrei cucinare meglio, giocare di più, imporre più regole, impormi di seguirle io per prima, preparare le lezioni anziché improvvisarle. 
Invece, mi appunto la medaglia di latta sul petto, a fine giornata, e mi dico fiera che, anche oggi, l'abbiamo fatta franca. 
Tutto sommato. 

L'unico interrogativo che mi resta è: perché i bambini, quando aprono lo yogurt, appoggiano sempre il coperchio dalla parte interna sul tavolo, che poi si appiccica e lascia l'impronta di yogurt e non basta buttare la carta, bisogna pure passare la spugna? 
Coperchi di yogurt appiccicati sul tavolo. 
Tutti i giorni, senza un vero perché. 
Pare che si chiami vita.



venerdì 2 dicembre 2016

La via di Schenèr





Durante l'autunno, agli abitanti della ridente e piovosa cittadina di Feltre è capitato di leggere o sfogliare un bel libro, scritto da un giovane storico di queste parti: La via di Schenèr, di Matteo Melchiorre, edito da Marsilio. 
La gente del luogo deve essere stata colta da orgoglio e sorpresa: e per la qualità del testo e per l'argomento trattato. 
Racconta Melchiorre che, tra i monti qua dietro, si apre una via lunga secoli e decine di chilometri, la via di Schenèr appunto, che ha attraversato confini e collegato popoli e domini nemici e che è stata snodo fondamentale degli scambi commerciali tra todeschi e veneziani. Questa via peculiare ha avvicinato il Nord al Sud d'Europa e separato invece piccoli paesi limitrofi, segnandone  a un tempo la contiguità e l'alterità.

Giunta già adulta ai piedi delle Dolomiti, ho fatto anch’io le mie belle passeggiate in montagna, ammirando creste puntute e pendii villosi di boschi, con l’occhio sospettoso dell’isolana che si lasciava nondimeno ammaliare dalla potenza naturale del paesaggio alpino. Ma soffro di vertigini e ho il baricentro alto, per cui lo sci no, non m’ha preso. E i sentieri che accarezzano i precipizi, le pareti lisce, gli strapiombi da cuore in gola, li ho affrontati poche volte e sempre con i capogiri in agguato. 
Eppure, per quanto io sia abituata a considerare domestici ben altri tipi di paesaggio, dentro La via di Schenèr ho percepito la familiarità di un orizzonte che avevo sempre ritenuto alieno. 
Leggere dell’aspra via di Schenèr - questa vertiginosa cerniera tra Impero asburgico e terraferma veneziana, che ha inghiottito nei secoli uomini e bestie - toglie il fiato come certe vedute improvvise che ti si aprono davanti quando sali in montagna. 
Nei lunghi anni che ho trascorso in questi luoghi, mi sono spesso sentita al confino. E non era confino ma confine, questo che abitavo. Grazie  alle pagine di un libro, l'ho capito. 

La via di Schenèr è un ibrido di pregio e fascino: un testo liminare come l’antica strada commerciale di cui riscopre la storia, sospeso com’è tra scritto letterario e indagine documentaria. 
Non sono del mestiere e posso solo intuire la qualità della ricerca storica che ne costituisce il fondamento. Eppure, non v'è dubbio alcuno che questo racconto dei luoghi e delle vie tra i luoghi - e delle vite tra i luoghi – abbia un purissimo valore letterario. 
Perché la storia può essere raccontata in tanti modi ma solo alcuni di questi diventano letteratura. 
Ciò avviene quando le parole scelte delineano una fisionomia stilistica precisa e riconoscibile, diventando lingua d'autore. 
Melchiorre descrive, narra e ragiona con un lessico la cui nitidezza e precisione ricordano certi mattini invernali, quando l’aria è così limpida che sembra ingrandire i particolari, tanto si stagliano netti. 
Quando sai usare il termine esatto, non per sfoggio sinonimico ma per devozione al dettaglio e, al contempo, la tua lingua non solo definisce e convoglia con nitore, ma indovina e coglie anche le sfumature e i passaggi fuligginosi, allora, secondo me, stai facendo letteratura, non solo storia. 
D’altronde, Melchiorre non è uno che parla coi morti (ché a quello siam buoni tutti); al contrario: sono i morti che parlano con lui e lo vengono a cercare nelle vie notturne e tra i faldoni d’archivio, facendo capolino da foto sbiadite di ruderi e panoramici quadri antichi. A quei morti Melchiorre presta ascolto atterrito e forse nostalgico. 
E, oltre alla nostalgia, c'è anche pietà stupita per le fatiche umane che durano secoli e che nel giro di pochi anni svaniscono su pochi tornanti asfaltati; e calmo entusiasmo per l’epica dell’uomo e dell’asino dalle some inaudite, che macinano chilometri in salita tra vie sassose e scabre. 
Uno storico sa prestare orecchio alle voci che giungono dagli schedari d’archivio. Le sa andare a cercare, sa interrogare le carte, sa farle parlare. Ma è solo il vero narratore che riesce a dare loro voce. 
Ascolto e parola, con mitezza e potenza. 

Non lo conosco di persona, Matteo Melchiorre, ma deve sicuramente possedere la pazienza e il rispetto, la forza tentennante e la delicatezza fiduciosa che si ritrovano nelle sue pagine. E un'autoironia elegantissima.   

So che è un viaggiatore nel tempo dagli scarponi grossi e la penna fine; uno scalatore che soffre di vertigini, uno storico e un vero narratore. 

La Via di Schenèr va letto, e presto.

sabato 26 novembre 2016

Madri salde



- Mamma, devo dirti una cosa.

Lo sguardo basso, un sorrisino imbarazzato e storto che mi fa rizzare i peli sugli avambracci.
No, non sono pronta, urla la mamma in esogestazione permanente che alberga dentro di me.

- Dimmi, figlia mia.

Sorrido solo con la bocca. Ha undici anni. Il suo corpo “sta scaldando i motori” (metafora usata dal pediatra durante l’ultimo bilancio di salute).

- Mamma, non so come dirtelo. Ma io non credo più a Babbo Natale.

Per un lungo secondo resto sospesa tra la voglia di mettermi a cantare per il sollievo e il bisogno di abbracciarmi da sola e dondolare il busto lanciando lugubri gemiti. Invece la fisso a bocca aperta.

- Da almeno un anno ormai - e c'è pietà per me, nel suo sguardo.

La mia bambina. Sola, per un anno, con la sua scoperta da fine del mondo dell’infanzia.

- E non credo più nemmeno alla formichina dei dentini.

È proprio finita. La abbraccio facendo finta di piangere disperata e lei ride. La costringo a promettere che non lo dirà alle due più piccole, finché non lo scopriranno da sole anche loro.

Ha iniziato il suo cammino lungo il sentiero che si biforca da me e d’ora in poi sarà una lunga sequela di scoperte, mie e sue.
Sono salda, però; sento di potercela fare ad accompagnarla lungo tutto il percorso. 

- Mamma, c'è un'altra cosa.
- Dimmi, bambina mia.
- Un mio compagno mi ha detto che sono sexy. Che vuol dire “sexy”?

Le ho risposto: chiedilo a papà.



giovedì 24 novembre 2016

Il quinto stato

“Gli uomini sono degli ebeti, si sa. Ma i veri danni, ricordatelo, li facciamo noi; perché noi donne siamo stronze”. 
Così mi ha detto un’amica che ho incontrato stamani al supermercato; non la incrociavo da un paio d’anni e in un quarto d’ora, davanti al bancone dei salumi, ci siamo scambiate il resoconto sintetico delle nostre rispettive rivoluzioni esistenziali.
La vita ferve, in provincia. 

Noi donne siamo stronze, sì. Lo siamo coi maschi, che portiamo a spasso menandoli per il guinzaglio inguinale. Lo siamo con le altre donne, ancora di più, perché questa è una giungla e sopravvive solo quella che non è disposta a soccombere. Quella che il guinzaglio non è disposta a cederlo troppo facilmente; quella che con più protervia riesce a strapparlo dalle mani della rivale, forte del diritto dell’amore, della giovinezza, della libertà, della bellezza. 
La solidarietà femminile è il principio più disatteso in natura, e non c’è niente da fare.
Essere un corpo sodale e compatto era forse possibile ai tempi del matriarcato, ma sono millenni ormai che le amazzoni non si schierano in battaglia. A quel tempo eravamo sorelle, ma l’avvento del patriarcato ci ha rese mogli. Credo. 

Gli uomini fanno massa compatta nella ripetitività dei loro schemi comportamentali; le donne, invece, sono un fronte sminuzzato e diviso; peggio: le donne sono una somma di potentissimi frantumi e ognuna di esse resta sola di fronte alle responsabilità e ai colpi del destino, a una vita coi figli e a una vita senza figli. 
Siamo frammenti, non squadra. Abituate a essere parcellizzate dall’occhio dell’altro, percepite per sineddoche, una parte per il tutto e il tutto intero impossibile da far accettare. Un paio di tette, un bel culo, un bel visino. Una mano santa per rimestare il ragù. Un utero. 
Per questo, io credo, abbiamo sviluppato nei secoli una maggiore disposizione alla famosa resilienza. Che sia un cesto di panni sporchi o una macchia di rossetto sulla sua camicia, noi affrontiamo tutto da sole e da sole soccombiamo o trionfiamo. Con il sostegno delle nostre amiche più strette, è vero. Ma sole anch'esse.  
C’è una mesta bellezza in questa forza solitaria. Mesta perché le storie di noi donne, quelle che ci raccontiamo al telefono o al supermercato o davanti a un aperitivo, sono spesso storie lancinanti e dagli esiti infelici.
Siamo in balia di questi maschi che è così facile dirigere a colpi di feromoni, e così impossibile contenere quando decidono di farci del male. 
Siamo in balia della nostra forza, atavica o individuale; in balia della nostra mancanza di consapevolezza, della nostra mancanza di solidarietà di genere. 
Scopriamo nostro malgrado, nei momenti di difficoltà, di potercela sempre fare. Che il nostro collo sottile non è fatto per spezzarsi da solo. Scopriamo che, nonostante tutto, noi restiamo in piedi. Possono menomarci, sfregiarci, possono toglierci la pelle di dosso ma non ci atterrano, non ci sconfiggono. Possono toglierci la vita e basta. 
Se, invece, ci lasciano semimorte e ammaccate, noi, ogni volta, ci rialziamo e andiamo avanti, tra le quattro mura di casa, in tribunale o in televisione. 
Quelle che soccombono sono state travolte da una violenza naturalmente sovrastante, quindi vigliacca. 
Ad armi pari, noi vinciamo. 
Perché le vere stronze non mollano.
E perché, dopotutto, non tutti gli uomini sono ebeti. 

venerdì 18 novembre 2016

The Danish way


La maggior parte delle mamme che conosco sono come me: mediamente insicure, devotamente empiriche. 
Viviamo dilaniate tra le poche e imponderabili certezze dell’istinto materno e i modelli ideali: l’istinto ci dice sempre cosa fare, ma non abbiamo la forza di carattere necessaria per ascoltarlo; e i modelli ideali sono, appunto, ideali. 
Le mamme indecise arrancano dietro i consigli spassionati delle suocere e i fulgidi esempi delle amiche che ce l’hanno fatta: quelle i cui figli dormono nel proprio letto per tutta la notte dall’età di due mesi, mentre tua figlia, a quattro anni suonati, di notte ce l’hai ancora attaccata al fianco come una cozza verghiana. 
Rispetto a dieci anni fa, quando, se proprio volevi farti del male, andavi a leggerti i blog delle mamme che ce l’hanno fatta, le cose sono peggiorate: adesso sei costretta a confrontare la tua semi-avvilente realtà quotidiana con timeline di Fb infestate da documentati momenti di felicità e realizzazione familiare: le foto postate dalle temibili mamme del profilo accanto. 

In genere, le madri insicure si rifugiano nella manualistica, al cui fascino perverso non ho mai saputo resistere nemmeno io. Ho letto di tutto, applicato qualunque metodo, compreso Fate la nanna di quel sadico para-nazi del dottor Estivill. Il mio manuale preferito era quello che sosteneva che non esistono bambini capricciosi; solo bambini creativi. 
Creativi. 
È stato anche il più inutile. 

Mi sono dunque precipitata a leggere il Metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni non appena ho avuto notizia della sua esistenza in commercio. 
I danesi, a quanto pare, sono il popolo più felice della terra e il motivo risiede nel fatto che sanno allevare felicemente i loro bambini. Vi ricordo che sono anche quelli che hanno inventato i Lego, quindi c’è da fidarsi, perché conosco un sacco di gente che si sente completa e appagata mentre gioca coi mattoncini e costruisce realtà parallele autarchiche. 

Si tratta di un manuale, quindi è di rapida lettura e facile consultazione: i concetti fondamentali sono distribuiti nell’acronimo PARENT, che significa “genitore” (ma non è geniale?) e sta per 

Play (gioco) 
Authenticity (autenticità) 
Reframing (ristrutturazione) 
Empathy (Empatia) 
No ultimatums (Nessun ultimatum) 
Togetherness (intimità e stare insieme) 

a cui corrispondono altrettanti capitoli; e il contenuto di ognuno di questi capitoli è maledettamente convincente e io VOGLIO essere serena e le mie bambine DEVONO essere felici; per cui le due autrici, una mamma americana e una psicologa danese, non possono non aver scritto il manuale che stavo cercando da un decennio, ormai. 

Dunque, ecco come si diventa danesi e felici: 

1) PLAY
Il gioco deve essere libero. I bambini devono essere incoraggiati a giocare da soli e i genitori devono intervenire il meno possibile. Tramite le situazioni di gioco, imparano a gestire l’ansia, diventano resilienti, sperimentano limiti e possibilità. I bambini non vanno trattenuti e non vanno spinti. Quello che invece di solito facciamo è proteggerli a oltranza da ogni stress, salvo cercare poi di costruire dall’esterno la loro sicurezza e autostima, elogiandoli per ogni cacatina di mosca che depositano su un foglio (ma è un disegno bellissimoooo! L’hai fatto tuuu? Ma che bravaaaa!). 
Qui parte l’elenco numerato di cose da fare (1. Spegni la tv. 2. Predisponi un ambiente stimolante e poi vattene. 3. Portali preferibilmente all’aperto, in un luogo sicuro e poi vattene. 4. Falli giocare con bimbi di età diverse (e poi vattene). Etc. 

(Ma è meraviglioso! Miei danesi adorati! Giusto! Sono d’accordo! Devono giocare da soli! Io mi annoio da morire a giocare con le mie bambine. Ecco. L’ho detto. Lapidatemi. Ma non potete! Perché non sono una mamma cialtrona e asociale: sono una mamma danese! Ora che ci penso, le persone che mi hanno cresciuta non giocavano mai con me. E io ricordo lunghissimi pomeriggi densi di gioco, stipati di ore e ore di invenzioni e corse e psicodrammi. La noia, se c’era, faceva da riempitivo. Non so se è stata una palestra di vita: quello che è sicuro, è che io sono una che SA gestire l’ansia). 
(E ho avuto un’infanzia bellissima). 

2) AUTHENTICITY 
Intanto le fiabe. Indovinate di che nazionalità era Andersen? Esatto. E le sue fiabe le avete mai lette ai vostri figli o avete solo lasciato che guardassero quelle carinissime edulcorazioni americane della Disney? Ma lo sapete che fine fa la Sirenetta, nella fiaba originale? Ecco: le vere, antiche, tradizionali, AUTENTICHE fiabe finivano tutte malissimo. 
Dicono le autrici: “Quando si vive un momento difficile, per esempio, sorridere e dire che va tutto bene non è sempre la linea d’azione migliore. Illudere sé stessi è la forma peggiore di inganno ed è un messaggio pericoloso che trasmettiamo ai nostri bambini. Impareranno a fare la stessa cosa”. 
Comunicate serenamente alle vostre figlie che no, Ariel non sposa il principe. 
E questo si ricollega direttamente al “metodo danese della lode”: stracciarsi le vesti per le cacatine di mosca, come dicevamo prima, non si fa. Meglio focalizzarsi sul processo che sul risultato (“Interessante questo soggetto. Come ti è venuto in mente? Come hai realizzato questo fiore? Etc.”). 
I bambini che ricevono lodi sperticate si faranno l’idea (pericolosa) che basti un minimo sforzo per ottenere ottimi risultati; questo significa che, alla prima difficoltà, getteranno la spugna o andranno incontro a grandi frustrazioni, anziché rimboccarsi le maniche e trovare il modo di superare gli ostacoli. 
E siamo di nuovo al punto uno: se li proteggiamo troppo perché pensiamo che da soli non possano farcela, loro, appunto, non ce la faranno. Se la verità fa male, l’alternativa più efficace non è dire bugie. Soprattutto se le bugie le raccontiamo, prima di tutto, a noi stessi. 

3) REFRAMING 
Ristrutturazione o ottimismo realistico. Bisogna concentrarsi sugli aspetti positivi, senza auto-illudersi: “Gli ottimisti realistici non fanno altro che rimuovere mentalmente le informazioni negative non necessarie”. Dagli esempi che fanno le autrici, deduco che si tratti sostanzialmente del vecchio metodo Pollyanna. Vabbè. 
Con i bambini, comunque, la ristrutturazione funziona così: bisogna “spostare la loro attenzione da ciò che pensano di non saper fare a ciò che sanno fare”. Mai usare quello che le autrici chiamano il linguaggio sintetico (“E’ così disordinata”, “Non è molto brava nello sport”, “E’ troppo sensibile”): etichette. 
Le stesse che hanno appiccicato a noi e sulle quali abbiamo imbastito la nostra vita di adulti. “Riflettete: quali sono le cose che pensate di voi, e quante di queste derivano da ciò che vi veniva detto da bambini?”. 

(Ahi. Io me la sono fatta questa domanda. 
Lasciatemi sola coi miei demoni). 

Comunque. I danesi non dicono “Non piangere!” o “Sei cattiva!” o “Non si fa così!” o “Dovresti essere contento!”. I danesi fanno domande, cercano di far riflettere i bambini sul modo e sui motivi per cui sono o agiscono in un certo modo, non danno valutazioni prescrittive e basta. 
Separano il comportamento dal bambino. 

(‘Na parola. Purché, di ristrutturazione in ristrutturazione, non si arrivi al vecchio: “Non esistono bambini capricciosi. Solo bambini creativi”). 

4) EMPATHY
Empatia. Cervello sociale. Il potere delle parole. Il sistema scolastico danese e i programmi danesi che insegnano l’empatia. 
Sì, ma passiamo al punto successivo, che è quello che ci interessa di più. 

5) NO ULTIMATUM 
NO??? Niente minacce? Nessun ricatto? Neanche una garbata avvertenza verbale che state per scatenare l’inferno nelle loro vite se non la smettono di slacciarsi le cinture di sicurezza mentre siete in autostrada? 
Allora, io che sono una madre cialtrona ma illuminata, all’abbiccì ci arrivo. Sculacciate no. E nemmeno: sennò arriva il lupo cattivo. Forse mia madre avrà inserito qua e là un “altrimenti Gesù Bambino piange”, ma tanto le mie figlie non sono battezzate. 
Però i danesi “vedono i bambini buoni per natura” e quindi non hanno bisogno di ricorrere alla minaccia a vuoto. 
Io non sempre ce la faccio. Opto per la minaccia iperbolica e perciò irrealizzabile, così non impegna (“Se non la smetti di picchiare tua sorella sulla testa ti stacco quelle gambette storte che ti ritrovi e poi te le riattacco a contrario”). Di solito si fermano, mi guardano un po’ preoccupate e poi sorridono. E continuano a picchiare la sorella sulla testa. Ma con meno convinzione. 
I danesi non urlano. Io sì, a volte mi scappa, e dopo non mi sento mai meglio. 
I danesi sono fermi ma gentili. Io ci riesco solo se ho dormito dodici ore di fila e sono appena tornata dal parrucchiere. 
“Evitate il braccio di ferro”. 
“La calma genera calma”. 
“Smettete di preoccuparvi di quello che pensano gli altri”. 
E soprattutto: “È davvero importante che i loro vestiti o capelli siano sempre perfetti? (NO. Questa la sapevo) 
“È davvero importante che non indossino un giorno in più quella maglietta di Batman? È davvero importante che finiscano subito tutto quel che c’è nel piatto perché lo avete detto voi? […] Ne vale davvero la pena?”. 
Su, rispondete sinceramente: ne vale sempre, davvero, la pena? 

Meglio concentrarsi sugli “orientamenti di fondo”, sul minimo sindacale, sull’economia di sussistenza. 
Se si fissano su qualcosa, dicono le autrici, distraeteli, spostateli, fateli ridere, offrite un’alternativa (Io, di solito, a questo punto della storia me ne esco con un: “facciamo i pancake?” Con le mie figliole funziona)
Seguono utili consigli pratici per evitare gli ultimatum. 

6) TOGETHERNESS 
Pare che questi splendidi danesi amino riunire periodicamente la famiglia per vivere dei momenti conviviali in armonia e intimità. Pare che faccia bene stare insieme alle persone care, con l’unico scopo di stare bene insieme, resistendo alla tentazione di anteporre i propri problemi o stati d’animo alla buona riuscita del momento collettivo. Rendendosi utili; contribuendo alle incombenze di ordine pratico. Godendosi la condivisione di spazio e tempo comuni. Si cucina insieme, si apparecchia, si mangia, si parla, ci si ascolta. In Danimarca, tutto ciò è talmente importante e radicato, che c’è addirittura un termine specifico per definirlo: si dice “hygge”. 

Sì, cari danesi.

Devo purtroppo fare i conti con una realtà, la mia, che è in genere più distonica e dissonante del garbato contesto nordico in cui tali deliziosi principi vengono in genere applicati. 
Nelle estreme propaggini meridionali del Paese mediterraneo a cui appartengo, quando è ora di mettere in pratica gli ottimi precetti, dobbiamo scendere a patti con la tara atavica del fare male ciò che potrebbe essere fatto meglio. 
Resta che il metodo danese è sicuramente buono: condivisibile, ragionevole, intelligente. Io ho sempre avuto, senza saperlo, idee danesi sull’allevamento dei figli; mi ritrovo, mio malgrado, ad operare con attrezzi forgiati nel Mezzogiorno. 
Mia madre, per dire, se le propongo di fare l’hygge, capisce “frigge” e butta l’olio in padella. Dalle mie parti, infatti, è la frittura che tiene unite le persone durante le adunate conviviali. Ma si sa che il calore porta disordine ed entropia. Il nostro togetherness, come minimo, ti impuzza i vestiti: per questo, nei secoli, siamo diventati irrimediabilmente fatalisti.

Ciononostante, sono convinta che qualche dritta danese faremmo bene a seguirla anche alle nostre latitudini. 


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lunedì 7 novembre 2016

Varvara Nikanorovna

PRIMA AVVERTENZA: questo post contiene spoiler definitivi su tre grandi classici della letteratura mondiale (quelli che si sa come vanno a finire anche se non li hai mai letti): Madame Bovary, Anna Karenina e l’Eneide. Io vi dovevo avvisare che c’è lo spoiler. Fate voi. 
SECONDA AVVERTENZA: questo post non è un pezzo di critica letteraria, benché parli di letteratura. La letteratura è solo un pretesto per considerazioni di carattere più ampio e generico: un modo come un altro per dire stupidaggini dandosi un tono, insomma. Soprattutto non contiene giudizi di valore sulla qualità letteraria dei suddetti capolavori. Ci mancherebbe.

Ho sempre tifato per Anna Karenina; una donna sposata con l’emblema del grigiore e della mediocrità; indomita, quindi adultera. Solo un autore maschio, moralista, bacchettone e sadico poteva farla finire suicida, con le tenere carni bianche - che tanto avevano goduto tra le braccia del conte Vronskj – ridotte a brandelli da un treno in corsa e sparse tra le rotaie. 

D’altra parte, a Emma Bovary non è andata meglio: muore fra atroci tormenti dopo aver ingerito un veleno letale ma non istantaneo (rileggersi la lunga, interminabile scena della sua agonia. Dura parecchie ore e parecchie pagine). Figurarsi se il caro Gustave non gliela faceva pagare, a questa donnetta credulona e un po’ vanesia, per aver inseguito la felicità sbagliando strada. 
In questi romanzi, nemmeno i personaggi maschili fanno una gran bella figura ma, almeno, portano a casa la pelle. 

E vogliamo parlare della povera Didone, che si trafigge con la spada regalatale dal troiano fatale, mentre lui salpa verso il Destino? 

Mi chiedo se esiste un romanzo, scritto da un uomo, in cui il marito fedifrago venga punito con altrettanto accanimento narrativo. Mi pare di no. Forse bisogna essere dei sadici moralisti misogini per scrivere capolavori immortali con grandi figure femminili, rigorosamente moriture e sfigate. 

Oppure si può essere Jane Austen. 
Ecco, Jane Austen, le cui eroine non erano per niente sfortunate in amore e alle quali, alla fine, le cose girano pure benino (Darcy. Oh, Darcy). 

Solo che gli uomini, a differenza delle donne, non leggono Jane Austen. 
Le protagoniste dei classici più letti dagli uomini in genere ci lasciano le penne, dopo aver soddisfatto il regale augello del protagonista maschile di turno. 

Queste trame letterarie sembrano voler mandare un messaggio, a noi uomini e donne che leggiamo i classici. Ma quale? E questo messaggio classico ha qualcosa a che fare con i rapporti tra uomo e donna nell’età contemporanea? 
Mi interrogo. Un po’ mi incavolo, perché secondo me tutto ha a che fare con i rapporti tra uomo e donna etc etc. 

Quanti di voi conoscono un romanzo russo scritto da un uomo che si chiamava Nikolaj Leskov? 
Oh prode, acuto, profondissimo Leskov, che hai raccontato con lieve potenza la storia della indimenticabile principessa Varvara Nikanorovna! Caro Leskov, scoperta tardiva, non smetterò mai di ringraziarti per aver creato una figura femminile sublime, forte, che non si piega, anche se deve accettare di veder sparire un mondo, il suo, nel quale si incarna la vera anima russa, lo spirito della tradizione e della rettitudine.
Pensate un po’: una donna che rimane vedova di un marito amato, che rifiuta di risposarsi, che governa e amministra meglio di un uomo i beni della grande famiglia dei Protozanov, che non cede alle lusinghe di un furbo pretendente, che cresce da sola tre figli e si circonda di figure improbabili come il meraviglioso Don Chisciotte Rogožin, impresentabile ma “con un cuore e una coscienza” e di fedeli servitori, devoti e leali. 

Fa bene, ogni tanto, leggere la storia di una donna che non perisce dopo aver compiuto scelte sbagliate in amore; che non paga con la propria vita la colpa di aver avuto a che fare con un mentecatto. 
Una donna in grado di discernere e di giudicare l’indole di chi ha di fronte e comportarsi di conseguenza; dotata di un alto senso della giustizia che le fa prendere sempre la decisione più equa, quasi mai la più facile. 
Dà speranza. 

Riporto qui un passo paradigmatico: in senso stretto, perché illustra a dovere la tempra della protagonista e in senso lato perché, a voler prendere ad esempio il suo modo di esercitare la difficile arte del regolarsi tra dare e avere, si potrebbero evitare un sacco di errori. 

 “Non aveva debiti con nessuno, e ben pochi potevano dire di non averne con lei. […] Chiunque, nobile o mercante, in caso di necessità poteva rivolgersi a lei e chiederle dei prestiti. Il grado di solvibilità del debitore lo stabiliva lei stessa, a seconda dell’opinione che si faceva di lui […]. I rifiuti erano rari; ma a colui che, avendo ottenuto dei soldi, non li restituiva a tempo debito (né veniva a chiedere una dilazione), la principessa mandava a dire: «Che non si preoccupi; su di lui ho messo una croce»”. 

E non gli concedeva mai una seconda possibilità, perché, semplicemente, non se la meritava.

Ragazze, impariamo da Varvara Nikaronovna a mettere una croce sopra qualcuno, quando quel qualcuno si dimostra inaffidabile.
È l'unica cosa sensata da fare.  

(Nikolaj Leskov, Una famiglia decaduta, Fazi Editore.)

martedì 25 ottobre 2016

Mentre noi corravam la morta Goro


Ogni volta che racconto ai miei studenti le nefandezze di cui si è macchiata l’umanità nel corso della Storia, un dubbio inespresso mi serpeggia dentro e non manco mai di chiedermi: se fossi vissuta a quell’epoca, io cosa avrei fatto? Sarei stata in grado di scegliere tra Bene e Male? Mi sarei trovata dalla parte giusta o sbagliata? 
Perché a posteriori è facile capire chi sono i buoni e i cattivi. Ma io avrei trovato la forza di essere antifascista con Mussolini al potere? O avrei scelto di tacere insieme alla maggioranza silenziosa? Sarei stata in grado di nascondere in cantina una famiglia ebrea o non mi sarei piuttosto tenuta lontana dai guai, lasciando che fossero gli altri a fare il male e il bene, senza intervenire? 
E il dubbio va oltre; non riguarda solo l’azione, coinvolge il pensiero. Sarei stata in grado di non lasciarmi abbindolare dalle ideologie? La paura del diverso, l’illusione della superiorità della razza avrebbero potuto condizionare i miei principi e le mie scelte?
Non potrò mai saperlo. 
L’unica cosa che so, e che mi dà una poderosa sensazione di sollievo, è che io, oggi, agli abitanti di Goro andrei a sputare in faccia con tutto il disprezzo che bisogna riservare a chi sta dalla parte sbagliata della Storia. Se si organizzano dei pullman per andare a fare le contro-barricate, fatemelo sapere che vengo anch’io. Almeno nel mio tempo, nella mia Storia, io dubbi non ne ho su chi sono i buoni e i cattivi, dove sta la ragione e dove il torto. 
Cani ringhiosi con la coda tra le gambe. Fanno le barricate in paese contro donne e bambini, gli eroi, e poi se ne tornano a casa a mangiare la salama da sugo e si sentono al sicuro, brava gente con la bava alla bocca, gente morta dentro, col fango che scorre al posto del sangue nelle vene e un banco di nebbia come unico orizzonte. Che la Storia vi giudichi, e il vostro Paese vi rinneghi. Che i vostri nati torcano il viso da voi, vili compatrioti con i quali mi vergogno di condividere lingua e suolo. 
Non è certo un merito sentirsi migliore di gente come questa. È che basta così poco per esserlo. 

martedì 18 ottobre 2016

Corpo a corpo



Come funzionano i corpi delle mamme?
Per contatto e passaggio di energia.
“Mamma, mi metto vicino a te, così ti passa la rabbia”, mi dice, sicura di sé, la piccoletta quattrenne, quando ho un diavolo per capello bianco. Si accuccia al mio fianco, sta due minuti ferma e concentrata e poi mi scruta, per vedere se il rimedio ha fatto effetto. Poi mi chiede: “Adesso ti è passata la rabbia?”. E se ne va a picchiare la sorella o a farsi pettinare i capelli dal gatto.

La seconda, invece, quella di quasi otto anni, l’algida bionda dallo sguardo di ferro e ghiaccio, in genere se ne sta alla larga da me tutto il giorno, perché è bella e sa cavarsela da sola (ho concepito quest’equazione spericolata tra bellezza e autonomia: la vita, probabilmente, mi smentirà; ma più avanti). La sera, però, aspetta che io sia sotto le coperte e, col pigiama a rovescio, viene a stendersi accanto a me e si fa coccolare; con gli occhi chiusi, il broncio voluttuoso, sospira e mi dice: “Ahhh, è così bello abbracciarti!”.

E tutte e tre mi toccano, mi lisciano, si acciambellano su di me, mi scrutano, mi infilano le mani sotto il reggiseno, mi danno i baci umidi, mi leccano il collo; si lasciano guarire con l’imposizione delle mani, un mio bacio fa passare la bua come il tocco dei re taumaturghi la scrofola; soffio su cicatrici e le faccio scomparire, tocco fronti bollenti e traduco la febbre in gradi centigradi, meglio di un termometro elettronico; con la mia saliva riesco a cancellare lunghe scie  di pennarello indelebile su guance e cosciotti; un giro di dita e il moccio scompare, le caccole degli occhi vengono grattate via, e "Mamma mi pulisci il culetto?" (l'uso corretto della carta igienica viene appreso, pare, solo dopo quello del telecomando di Sky).

Il mio corpo di madre si è fatto barca e navicella spaziale, pulmino di scuola e taxi a chiamata; si è aperto per fare spazio a questi tre polloni che mi sono spuntati; si è gonfiato, slabbrato e lacerato e poi si è afflosciato richiudendosi come il tendone di un circo quando lo spettacolo è finito. Le ha nutrite di cellule e plasma e poi si è messo a secernere latte. Sono stata munta, sprimacciata, sfogliata come un libro, calpestata a dovere e pure presa a testate (a volte per sbaglio). Sono stata il loro materasso ad acqua, il loro cavalluccio a dondolo, il filo della ragnatela a cui si dondolava un elefante, due elefanti, tanti elefanti e adesso ti prego, dormi!
Il mio corpo di madre è stato fatto a brani e i pezzi sparsi sulle loro fisionomie: le labbra a una, il dito mignolo del piede a un’altra, i neuroni alla terza. Hanno scelto solo qualche scampolo per formare i lineamenti: il resto, per compensare lo scialo e lo scempio che hanno fatto del mio corpo, lo hanno preso dal padre.

Tutte e tre, quando hanno avuto freddo, si sono strette a me e mi hanno chiesto, con la meraviglia e la collera che i misteri suscitano in ognuno di noi: “Perché le mamme sono calde?”.
Io, bimbe mie, non lo so perché le mamme sono calde. Perché l’amore brucia? Perché le mamme sono stufe, a volte, ma nessuno verrà a dare loro il cambio, neanche quando hanno finito la legna?
Certo, si può amare col cuore e con la mente, ma per crescere dei figli ci vuole un corpo caldo e il motto di Daenerys Madre dei Draghi sulle labbra: se mi guardo indietro, sono perduta.
Non basta l'anagrafe, non basta un utero. Bisogna scaldarli giorno dopo giorno. Così funzionano le mamme. Calore e contatto.

mercoledì 5 ottobre 2016

Ricordi di stagione




Vado in giro dicendo che l’estate è la mia stagione preferita, perché è quella in cui la mia pelle diventa liscia e si colora di salute; la serotonina pompa nelle vene, si possono scoprire le spalle e le cosce e andare in Vespa e mangiare granite e soprattutto non bisogna mettere le calze. Estate per sempre, sarebbe il mio sogno segreto. 
Eppure, la stagione delle intermittenze del cuore e della memoria involontaria è l’autunno; in particolare, il mese d’ottobre: ci sono nata e, ogni anno, ad ottobre sono cresciuta. Ma il dato anagrafico è solo un caso: questo è anche il mese in cui le radici ormai sepolte della mia famiglia hanno fatto i nodi più robusti, a cui torno ogni anno ad aggrapparmi grazie a ricordi che sporgono da sapori e odori.

Si concentra ad ottobre una messe di prodotti che rende le tavole contadine più ricche di quelle dei re; il mosto cotto con mandorle e cannella, che noi chiamiamo mostarda e che riempiva la casa e le narici con la nota pungente dei chiodi di garofano, insieme all’odore dei primi bracieri accesi di sera. I bastardoni, i fichidindia tardivi, più dolci e croccanti. I cachi (ma mia nonna diceva “cachì”), con la loro consistenza imbarazzante e quel gusto che chiama a sé e, se non sono maturi, allappa la bocca. 
Le noci nel cestino di vimini, i melograni così belli da vedere, coi chicchi da succhiare e sputare, e stai attenta che il succo macchia e non va più via. 
Le castagne: cotte al forno per conservarle tutto l'inverno o leggermente essiccate, mai bollite, raramente cucinate nel padellone da caldarroste. Avrei potuto morire congestionata e felice per le scorpacciate di castagne che mi facevo nella cucina di mia nonna. 
E poi le zippole alla ricotta per San Francesco, unte di frittura pesante nell’olio d’oliva. L’autunno non offriva la varietà dei frutti estivi e delle verdure dell’orto, ma ciò che si mangiava e il modo in cui veniva cucinato aveva più carattere e più sostanza di altri cibi stagionali. 
Così come l’aveva la vita semplice di quelle persone con cui sono cresciuta; “negri”, li ho sentiti definire una volta da un forestiero di passaggio, e che voleva citare il Lessico familiare della Ginzburg. “Negri” perché era gente che entrava in casa senza avvisare e senza bussare, che lasciava la chiave nella toppa esterna della porta, che non ringraziava se le passavi il pane o il sale a tavola. Che mangiava a testa bassa sul piatto e coi gomiti larghi, e aveva una casa coi mobili di fòrmica e le lenzuola ricamate; e conosceva la fatica e il lavoro che ci vuole per mangiare. 
Mi manca allo stremo quella cucina modesta che si riempiva di odori perché mia nonna, armata di fantale, faceva quello che le riusciva meglio: nutrirci. Non ci capiva, non ci assecondava: lei ci voleva bene dandoci da mangiare quello che c’era in casa, nel modo in cui lo sapeva cucinare. E il cibo era cibo, serviva per crescere (per ddubbarci, saziarci) non per costruirci attorno conversazioni, non per essere disposto con buon gusto - di cui eravamo sprovvisti - su eleganti piatti da portata che non avevamo. 
Mi manca quell’infanzia contadina e ruvida, durante la quale costruivo, mangiando, l’identità tra memoria e materia di cui sono fatti i miei ricordi migliori. 
Mi manca non poterla offrire alle mie figlie, perché quel mondo, che mi ha nutrita negli anni che formano, non esiste più. 

I sapori e gli odori di ottobre hanno dato forma all’amore e alla cura; e quella forma, per me, avranno per sempre. 
Mia nonna che si preoccupava che avessi mangiato a sazietà (“Ti faccio un uovo?” mi chiedeva alla fine di un pasto abbondante, convinta che il fatto che io avessi ripulito il piatto significasse che non era stato riempito abbastanza). 
Mio nonno che, con le mani ballerine per il Parkinson ormai avanzato, aveva impiegato un’intera mattinata per spellarmi tre castagne crude e farmele trovare accanto al piatto, al mio ritorno dall’università, perché sapeva che mi piacevano. 

Tre castagne malamente spellate, che torno a mangiare col ricordo, ogni ottobre, inghiottendo lacrime e gioia. 
Perché quel che è andato non torna, però c’è stato ed è stato mio.

domenica 2 ottobre 2016

Buone idee, ottimi pasticci

Della scuola non gliene frega niente a nessuno. 
Non ai genitori, non agli studenti, non agli insegnanti. Non mi spiego come mai, altrimenti, le tre categorie direttamente interessate stiano aspettando supinamente e in silenzio che passi questo settembre nero: un settembre fatto di cattedre vuote, insegnanti che aspettano nomine, assegnazioni, chiamate; molti di loro stanno aspettando accampati in B&B od ospitati da parenti e amici, mentre le loro famiglie aspettano, a casa, di sapere se mamme, papà, figli, faranno ritorno. 
Nel frattempo, gli studenti aspettano che i loro maestri e professori entrino in classe e comincino a insegnare, e che finisca questo balletto sconcio di entrate alla seconda ora, uscite anticipate, supplenze per riempire buchi d’organico. Le classi vengo smembrate e smistate nelle altre; gli alunni disabili sono senza gli insegnanti di sostegno. 

E tutto questo perché? Perché la mobilità straordinaria di quest’anno, in seguito al poderoso piano di assunzioni (da graduatorie e da concorso) è partita male e tardi ed è stata gestita peggio. Renzi ha ammesso che forse si poteva fare diversamente. Fossi in lui, chiederei conto a chi ha gestito, da un punto di vista amministrativo più che politico, questa delicata e complicatissima fase: perché le conseguenze si faranno sentire proprio nei prossimi mesi, e nei prossimi mesi ci sono appuntamenti importanti, per il Governo. Si è riusciti a trasformare un intervento politico positivo (lo sblocco delle assunzioni: ricordo che la Gelmini tagliò quasi centomila cattedre, con la sua riforma; e dov’erano allora i deportati che adesso gridano allo scandalo per essere stati assunti?) in un enorme pasticcio da dilettanti. Un pasticcio che crea danni e disagi alla scuola, e cioè alle persone. 

La mobilità straordinaria era stata decisa per tempo. L’imponente apparato amministrativo ministeriale avrebbe dovuto fare uno sforzo enorme e tempestivo per garantire che una decisione giusta portasse a conseguenze positive per tutte le parti in causa. E invece, il contratto sulla mobilità è stato firmato con due mesi di ritardo e il mastodonte si è mosso a fatica, quando era ormai irrimediabilmente tardi. Si sapeva già a maggio che sarebbe stato impossibile garantire un regolare inizio dell’anno scolastico 2016-17. E nessuno ha detto o fatto niente. 

Io credo che tutto questo avrebbe potuto essere evitato. 
Il modo improvvido e dilettantistico con cui è stata gestita questa faccenda è indicativo di uno dei principali problemi di Renzi: pensa in grande, spesso pensa anche giusto, ma poi realizza male, in modo approssimativo, alla buona, frettolosamente. È intelligente ma si applica in modo superficiale. E scontenta tutti. Non ditemi che assumere centinaia di migliaia di persone, indire un concorso dopo tre anni dall’ultimo (la regola era uno ogni dieci anni), che distribuire 500 euro agli insegnanti per l’aggiornamento culturale e tecnologico siano provvedimenti sbagliati. È che poi sono stati mescolati a stupidaggini come la chiamata diretta dei presidi (era un cavallo di battaglia di Valentina Aprea: sarà stato un pegno da pagare ad alleati impresentabili?). 

Alle stupidaggini si sono aggiunte le mancanze e la scarsa lungimiranza: c’è un provvedimento urgente, l’unico forse veramente benefico e risolutivo per migliorare didattica e funzionamento delle scuole; mi riferisco all’abbassamento del tetto del numero di alunni per classe e al rispetto inderogabile della legge vigente, secondo la quale, in presenza di un alunno disabile, i componenti della classe non possono superare il numero 20. 
Mia sorella, l’anno scorso, ha svolto il suo lavoro da neo assunta nel girone infernale del potenziamento (altra mezza cavolata: il potenziamento è giusto, ma da ripartire nel monte ore di TUTTI gli insegnanti in organico) in un professionale con classi da 37 alunni. E visto che questo scempio delle classi pollaio non è stato impedito nemmeno quest’anno, mia sorella è stata spedita dall’algoritmo in una regione che si trova nella metà superiore dell’Italia. E mia sorella ha una figlia piccola. Si va dove c’è il lavoro, per carità. Ma il lavoro ci sarebbe anche nella sua provincia, se le classi fossero composte da un numero dignitoso di alunni e se alle elementari e medie, anche al sud, si rispettassero gli standard di tempo pieno che sono la regola al nord. Qualcosa mi dice che l’occupazione femminile farebbe un balzo in avanti, nel negletto Meridione, se tutte le scuole fossero aperte il pomeriggio. 

Lo so qual è il problema: più classi significa più aule e quindi scuole nuove; più tempo pieno significa mense e locali adeguati, e quindi scuole nuove. Interventi strutturali urgenti e fondamentali per lo sviluppo di questo Paese. Come il ponte sullo Stretto, insomma. 

La frittata è fatta, il conto politico ed elettorale verrà giustamente pagato. Meno storytelling e un po’ più di buon senso e di normale efficienza avrebbero evitato a tutti un bel po’ di guai.

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