giovedì 8 giugno 2017

Come smettere di allattare in una mossa sola

Qualcuno ha lasciato questo commento al mio post "Come smettere di allattare in poche semplici mosse" (il più letto e il più contestato del blog, perché è un tema caldissimo): 

  "Ciao scusa sono curiosa...ma come è andata a finire ? la mia ciucciatrice folle ha 21 mesi e non accenna nemmeno sotto minaccia di bazooka né sotto una pioggia di coccole e giochi....ma poi smettono ? Non vedo luce e ho sonno un sonno atavico da 20 mesi ininterrotti di risvegli notturni....grazie" 

 Cara (do per scontato che tu sia una donna, perché sono una che ragiona per luoghi comuni), 

avevo iniziato a risponderti nei commenti in modo articolato, ma così articolato che ci ho fatto un post, questo.

Posso, senza tema di esagerare, considerarmi un'esperta in materia, avendo io smesso di allattare felicemente non una, non due, bensì TRE volte. Sono una di quelle che ce l'ha fatta, insomma. Come? Semplice: smettendo. 
Andrò per punti, non per essere sbrigativa ma per chiarezza: 

1. Intanto, se sei arrivata in fondo ai 21 mesi di allattamento, in condizioni che è facile immaginare solo per chi c'è passato, ti meriti subito che io ti dica questo: SEI STATA BRAVISSIMA! 

2. Per smettere, devi volerlo tu. Non ci possiamo certo aspettare che l'iniziativa parta da loro; non stiamo parlando del vizio del fumo, dove potrebbero servire le motivazioni forti del soggetto dipendente. Diciamoci la verità, tu smetteresti un'attività utile e piacevole che ti crea solo benessere, che non presenta controindicazioni (almeno per te) e che eserciti egregiamente e con estrema soddisfazione da sempre, senza che nessuno ti chieda nulla in cambio? 

3. Quando è il momento giusto per smettere? Come sopra: quando sei pronta tu. Facciamo che un minimo di sei mesi di allattamento ci possono stare; oltre l'anno diventa solo questione di comode abitudini. 
Piange? Lo attacchi al seno per calmarlo. Sei al parco e hai dimenticato la bottiglietta d'acqua o lo yogurt? Lo attacchi al seno. Devi addormentare la bestiolina ma non hai voglia di passeggiare, ninnanannare, sussurrare fiabe al buio o spingere su e giù un passeggino? Lo attacchi al seno e nel frattempo ti guardi una puntata della tua serie preferita, comodamente seduta sul divano. Ecco: queste, ovviamente, sono cattive abitudini, e le cattive abitudini si pagano sempre; nella fattispecie, si pagano con ore di sonno non dormite. Nessuno dei bambini allattati di mia conoscenza ha mai fatto un'intera notte di sonno senza reclamare la tetta (=ciuccio) almeno un paio di volte. Quei bambini esistono, ma sono quelli che vengono intontiti con una biberonata di latte in polvere prima di essere messi a dormire. La buona notizia è che, non appena avrai smesso di allattare, l'insonne comincerà a dormire tutta la notte. Te lo prometto. 

 4. Allora, sei pronta, e lo capisci perché ormai quando quello/a ti cerca la tetta, ti viene l'orticaria, la voglia di fuggire all'estero o quella di andare a chiuderti a chiave in bagno. 
Non lo eri un mese fa, né la settimana scorsa, quando continuavi a provare a smettere ma in realtà facevi solo finta e le tue inflessibili prese di posizione erano solo una timida e titubante proposta puntualmente accolta con lacrime e pianti e tu subito, giù il reggipetto! A questo punto, devi fare solo una cosa: quando la creatura ti si accosta con la sicurezza data da mesi e mesi di tetta facile, tu devi semplicemente dire di no. 

5. Facile a dirsi. Dunque, intanto, in quei momenti non stare seduta, alzati. Se ti vedono seduta ti zompano in braccio e in battibaleno sei bell'e munta. Poi, non basta dire di no, e nemmeno fornire spiegazioni, ragionamenti, considerazioni sul tempo che passa e aforismi. Al tuo no si scatena l'inferno: tu fai finta di niente e trova subito, SUBITO, un'alternativa. Crea il diversivo, e tieniti pronta perché in questi casi improvvisare può risultarti fatale. Ovviamente, questa operazione la dovrai fare ogni volta, non solo la prima e la terza; ogni santa volta. Finché non si rassegna. Lo farà, però tu non devi MAI, MAI cedere o recedere. Se lo fai anche una sola volta, sei fregata. Non farlo. 

6. Ho imparato che loro non sanno cosa fare, né cosa provare, se non glielo fai capire tu. Fanno e sentono quello che tu trasmetti: si chiama esogestazione e dura più o meno tutta la tua vita. Se dopo aver detto no metti su uno sguardo straziato, se mostri che il tuo cuore sanguina per lui/lei, è finita: penseranno che si sia appena abbattuta su di loro una terribile disgrazia. E soffriranno e tu pure e non resisterai al loro tormento e ricadrai nel baratro. Invece, sorridi. Parla con calma, mentre proponi di giocare con l'orsetto di peluche che loro faranno a brani con le fauci assetate di latte; fai finta che tutto sia sotto controllo. 
Sei convinta, serena, positiva e pensi già alle ore di sonno che ti farai questa notte. Ce la puoi fare, credimi.

7. E adesso arriva il momento più difficile: che non è quello in cui il bimbo piange disperato perché vuole la tetta negata dalla strega che sei, ma quello in cui lui o lei, dopo qualche tentativo, si rassegna. Asciugherà le lacrime e si metterà mestamente a giocare con te, o ti darà la manina e andrete a fare la vostra passeggiata. 
Quello è il momento esatto in cui ti si spezzerà il cuore: perché finisce lì uno dei periodi più belli della tua/sua vita. Non ti mancherà, ti dimenticherai cosa si provava esattamente, ti chiederai come diavolo hai fatto a resistere così a lungo, ma quel tipo di contatto fisico, occhi negli occhi, tetta in bocca, vita che fluisce veramente tra te e lui, sarà andato via per sempre. E sarai solo felice che ti sia stato concesso di viverlo. 
Ma non temere: non è che, all'improvviso, se può fare a meno della tua tetta, significa che può fare a meno di te. Non avrai mica pensato che fosse così facile, vero?

8. Ho allattato la mia prima figlia per diciotto mesi; la seconda per ventiquattro; la terza per venti. Ho smesso dall'oggi al domani, ma dopo essermi preparata per settimane. L'ultima volta, nei giorni in cui avrei voluto smettere ma non ero ancora pronta, per esorcizzare il mio senso di inadeguatezza, ho scritto quel post che hai commentato; era un post semiserio, in cui elencavo tutti i rimedi più improbabili e inefficaci di cui avessi sentito parlare o che mi fossero venuti in mente. Non ammetterò mai, nemmeno sotto tortura, che sì, un pomeriggio in cui ero sola in casa con lei, mi sono dipinta il capezzolo col rossetto e poi l'ho presentato alla bimba innocente. Lei lo ha guardato inorridita. Poi, però, si sarà detta che non tutto nella vita si può spiegare. E quindi si è messa a ciucciare come niente fosse. 

Comunque dopo un po', ci sono riuscita. Lei ha imparato che le tette non c'erano più (anche se sapeva benissimo che erano sempre ) e ha sostituito l'atto rassicurante e calmante del ciucciarmi con quello di tenermi una mano sul capezzolo. La mia prima figlia, invece, per anni, dopo la fine dell'allattamento, per calmarsi veniva a strofinare il ditino su un un neo in rilievo che ho proprio sopra il seno sinistro; ero io la sua copertina di Linus, il suo oggetto transizionale. Questo per dire che nulla finisce: si trasforma. 

(Per senso di onestà nei confronti di chi ha letto fin qui e per far capire quanto io sia attendibile come madre dispensatrice di saggi consigli, metto di seguito una serie di post correlati, da cui si evince con chiarezza quanto io sia una mamma di successo):

Infanzie difficili

Mamme in festa tutto l'anno







lunedì 5 giugno 2017

La vallata

Attenzione: post ad alto tasso di generalizzazione.
Ho fatto un unico fascio, è vero, ma non di tutta l'erba. 




Il motivo per cui mi piacciono i veneti (di montagna) (del Feltrino) è lo stesso per cui, a volte, non li capisco: la loro rigidità. 
Ed è anche il motivo per cui mi sono cari e allo stesso tempo estranei, dopo dodici anni di convivenza.

Semplificando, dunque, si può affermare che il feltrino tipico sia un po' rigido: non si piega e non si spezza, è temprato, solido, tutto d'un pezzo. 
Questo gli permette di non deflettere di fronte al dovere e alla fatica. Stiamo parlando di un popolo di lavoratori indefessi e di cittadini responsabili. Se una cosa può essere sistemata o migliorata, loro ci provano e, se non ci riescono, non se la prendono col Fato. 
Niente mollezze bizantine, nessuna rassegnazione auto-assolutoria, nemmeno qualche sacrosanta giustificazione climatica. 
Se c'è da organizzare un evento all'aperto e piove (ed è sicuro che piove) lo si fa e basta. 

La rigida organizzazione permette di far funzionare le cose. Se non hai senso del dovere e non ti attieni alle regole, è subito caos e monnezza nelle strade. 
E da queste parti è del tutto improbabile che succeda.
Ovviamente, resta poco spazio per la capacità di improvvisazione, dote che la maggior parte dei feltrini non ha bisogno di possedere, se per improvvisazione si intende quell'arte del risolvere i problemi inattesi, in modo estemporaneo, a volte geniale, spesso paraculo, che invece contraddistingue noi del sud. 
Se noi siamo individualisti, loro formano una squadra che corre come un sol uomo. 
Noi abbiamo imparato a convivere con i problemi; loro si rimboccano le maniche e li risolvono. 

Però succede come con i bambini che entrano in contatto solo con superfici igienizzate e pavimenti tirati a Lisoform: da grandi sviluppano pochi anticorpi e tante allergie. 
Così è con questo popolo, la cui capacità di tollerare lo sporco e l'inatteso è stata narcotizzata da quei livelli medio-alti di Bello e Ordinato dentro cui sono placidamente immersi.

La rigidità, dunque, è una reazione, serve al benessere della comunità: ognuno fa il suo dovere e le sorprese dell'ultimo momento diminuiscono. 
Il che significa che tutto scorre liscio. 
Il che significa anche: una noia tremenda. 
Girare per le strade di questa vallata è sempre piacevole, ma rischi l'effetto-circuito: sai già cosa troverai dietro la curva, perché tutto è sempre dove deve essere. 
Rassicurante o angosciante, a seconda di quello che vuoi dalla vita. 
A me va bene a giorni alterni; però, alla lunga, comincia a mancarmi il caos organizzato delle mie latitudini, quello in cui tutti si muovono senza ragioni o scopi apparenti, nulla è al suo posto, eppure alla fine trovi sempre quello che cerchi e anche di più. 
Stancante ma divertente. O viceversa. 
Qui, invece, trovi solo quello che è lecito cercare secondo l'organizzazione inflessibile : vale a dire che non trovi mai un panificio aperto, se lo cerchi di pomeriggio.

Questa è però gente su cui si può fare affidamento. Ricordo quella volta che era inverno e nevicava e sono rimasta a piedi con la macchina, in centro. L'avevo parcheggiata in sosta vietata, sulla via principale, per fare un salto in farmacia: al ritorno, la batteria era morta. Tre anziani signori, imponenti anche se stagionati (i cosiddetti “feltroni”), chiamati dal farmacista, me l'hanno fatta ripartire a spinta; poi, senza battere ciglio, sono rientrati nel bar a bere le loro ombre. 
Dalle mie parti, i vecchietti di quell'età se ne sarebbero rimasti seduti a giocare a briscola. 
Impressionata da tanta sobria potenza, mi sono convinta del fatto che un paio di solidi feltrini è la cosa migliore che tu ti possa augurare di avere attorno, sia quando ti si ferma la macchina, sia quando devi fare un trasloco. Li ho visti sollevare e trasportare lavatrici con la stessa naturalezza con cui noi mangiamo una granita con la brioscia per colazione.

Rigidità significa anche che la gente di qua funziona a compartimenti stagni, nel senso che tende a non mescolare cose e persone: i momenti conviviali seguono una rigida prescrizione secondo la quale gli amici d'infanzia non devono incrociarsi alla tua tavola con gli amici della scuola dei figli o con gli amici occasionali e di passaggio. Gli amici dell'aperitivo del venerdì sera non si incontrano con gli amici del pranzo della domenica. 
Mi sono chiesta perché facciano così: è un'abitudine trasversale a tutte le età e gli strati sociali della vallata. Credo che sia una questione di carattere: non si mescolano, non c'è verso. Deve essere perché sono un po' rigidi
Rigidi eppure fragili: non riescono a sostenere la tensione del rimescolamento, dell'imprevisto, del non programmato. 
Il fuori-circuito lo tollerano solo quando vanno in vacanza, da quel che ho appurato.

Io li adoro quando la loro rigidità è forza, è nerbo morale e civile; quando rigido significa solido e solidale. Qui non ti lascerebbero morire per strada, tirando dritto; è il codice dei montanari e dei pescatori. In montagna e al mare, si aiuta chi è in difficoltà. E questo è un punto in comune, uno dei pochi, tra loro e la mia gente. 
Queste persone hanno la schiena dritta come le penne dei loro Alpini; sono il popolo che si è bagnato in gioventù nel fiume sacro alla Patria, e che è diventato ritto e granitico come le montagne che lo circondano e gli serrano l'orizzonte.  E può essere maestoso e onesto come queste cime.
Somigliano al loro paesaggio, che non è molle e delicato come la campagna toscana, ma non ha nemmeno quegli strazianti contrasti tra l'infinitamente bello e l'irrimediabilmente brutto di certi panorami meridionali. 
Quel che è bello, qui, lo è senza drammi e misteri, senza tragedie o catarsi. 
È bello e basta. 

Ho vissuto in mezzo a queste persone, rimanendo foresta; eppure, mi hanno insegnato tanto, nel loro essere così diversi dalla mia gente.

Probabilmente, se uno di qui cercasse di spiegare a me come sono fatti i siciliani, metterei su un bel sorriso di scherno levantino e lo ascolterei con condiscendenza irritata, perché, come tutti i popoli che soffrono di un complesso di superiorità, noi siciliani siamo suscettibili e insicuri.


I veneti, invece, lo sanno tutti, bevono come marinai e bestemmiano con grande determinazione.
Ma quello dipende dal clima.  


(Foto di Sergio Innocente)

giovedì 1 giugno 2017

Il nòcciolo della questione

Quando ci siamo sposati eravamo due belle prugne mature.
Così succede quando l'amore dà i suoi frutti: due nòccioli si riconoscono uguali, strofinano le scorze, mischiano le polpe e poi fanno figli.
La forza di gravità che attira un corpo nell'orbita di un altro ha sempre origine da un centro duro e oscuro, nascosto sotto spessi strati molli.
Per sposarsi e fare figli è necessaria questa identità di nuclei: ti sento compagno perché dentro siamo uguali o simili e così è facile credere che sarà per sempre.
Magari ti accorgi che la polpa dell'altro è diversa, la buccia persino esotica; ma si sa che le differenze attirano.
Oppure sono simili anche i rivestimenti e allora l'abbaglio è più pericoloso, perché il simile è rassicurante.
Così ci si butta.
Se la scelta parte dal cuore, la vita insieme, invece, diventa più una questione di pelle.
Dentro, è necessario essere uguali per potersi amare ma, perché duri, è in superficie che bisogna giocare la partita.

Perché serve la scorza adatta per resistere al lento logorio della vita di coppia. L'eterno ritorno del lunedì mattina provoca un attrito che consuma l'involucro e intacca lo spessore della polpa: cambiano gli odori e i sapori, la prugna si secca.
E si sa che effetto faccia una prugna secca.
Se la pelle e la polpa erano non solo diversi ma anche incompatibili, è solo questione di tempo: il matrimonio è fottuto. Ma lo è anche se da fuori ci si somigliava: due scorze ugualmente egoiste o cialtrone sono destinate a consumarsi a vicenda, perché è più difficile perdonare a chi ti vive accanto i suoi difetti, se quei difetti sono uguali ai tuoi.

Eppure ci sono quei benedetti nòccioli che ancora si parlano e non sanno darsi pace di aver preso un così terribile abbaglio. Continuano a pulsare come due cuori nascosti e la storia va avanti, sbucciando e spremendo, finché non finisce.
A volte finisce da ferma: i due nuclei, in mancanza di alternative o semplicemente di coraggio, sono ormai diventati talmente inerti da non riuscire a spostarsi più, nemmeno per allontanarsi, e restano immobili a invecchiare insieme. La famiglia è salva, e tutto il resto è perduto.
Oppure finisce muovendosi: urtati da un terzo o quarto nòcciolo di passaggio, i nostri due centri si staccano, deviano, si separano.
È così che le famiglie si rompono. E poi, forse, si ricompongono in qualcosa di diverso.
Io e il mio nocciolo gemello siamo rimasti simili fino all'ultimo: cialtroni e simpatici e tanto ricchi dentro. Ma lui era diventato pesante come l'uranio impoverito; non attirava ma tirava giù, come le sabbie mobili di Battiato. 
Io ero già una prugna rinsecchita per astio, rinunce e rivendicazioni.
Nessuno dei due aveva più niente da dare, solo cose impossibili da chiedere all'altro. 
Entrambi sapevamo, per averlo provato, che altrove avremmo potuto funzionare meglio. Insieme, eravamo ormai solo la somma di due egoismi caotici e stanchi. 

Quando l'altro inizia a rinfacciarti quello che fa per te, è un segnale inequivocabile: significa che siete arrivati alla frutta, con o senza nòcciolo. Significa che ognuno ha cominciato a sognare e a desiderare per sé, non più per due.

Proprio perché il mio matrimonio è finito, so per certo che i matrimoni possono funzionare e ora so anche come.
Basta avere sempre voglia di prendersi cura dell'altro, o essere convinti che ne valga la pena; è giusto ricevere quel che si dà.
Basta non dare per scontato che la propria fatica sia sempre più grande di quella dell'altro, così come la propria ragione.
Basta non credere che l'altro debba comunque dare, anziché sentirsi grati perché continua a farlo. Basta darsi il cambio, ogni volta che si è così stanchi da avere voglia di scappare. Solo in quel caso, infatti, dopo esser scappati, si torna.
Basta che non sia necessario dover essere diversi, per essere amati; e sentirsi invece pronti a cambiare qualcosa di sé, non perché l'altro lo esige, ma proprio perché non lo fa.


In certi casi, purtroppo, queste cose non basta saperle e nemmeno volerle.
In certi casi, semplicemente, l'amore finisce.

E i figli, certo, soffrono. Ma non è detto che questo sia il prezzo più alto che due genitori infelici possano far pagare a un figlio.

Quando arriva il momento benedetto in cui riesci a tirarti fuori dalle sabbie mobili, comunque, hai solo voglia di fare un giro di danza in punta di piedi.

Da allora, io ballo.

(Questa l'ho scritta per Paola dagli occhi grandi, la vicina di casa che avrei voluto avere; perché un giorno mi ha chiesto: eravate così carini tu e Solal, nel blog! Cosa vi è successo? Ecco, Paola)


mercoledì 17 maggio 2017

Ode all'ecocentro

La cosa che mi mancherà di più in assoluto, quando lascerò Feltre e il Nord, è l'ecocentro. 
È il mio luogo dell'anima, il mio rifugio, la mia consolazione. Mi sembra che nulla di male possa accadermi, quando sono lì. C'è chi si placa con le maratone di televendite notturne; io, solo quando conferisco rifiuti ingombranti e separo la plastica dal legno.
Ho trascorso dei bellissimi momenti in questo luogo di giustizia e armonia: quando lo frequento, la mia anima è in pace con sé stessa e il mio umore migliora come dopo una seduta dall'estetista. All'ecocentro, a differenza che a casa mia, ogni cosa ha il suo posto; i caricabatteria sfilacciati, l'olio esausto, la padella consumata, i regali di Babbo Natale scartati e mai più guardati, le scarpe bucate: c'è un settore dove puoi lasciare ogni pezzo rotto o vecchio della tua vita, con la certezza che stia andando a finire nel luogo che gli è proprio. 
Per questo, a Feltre, la gente non butta i vecchi materassi per strada e non abbandona i frigoriferi rotti in campagna o sul greto asciutto del torrente: perché è più facile portarli all'ecocentro,  dove un cortese signore in tuta arancione, con la pelle cotta da un sole senza nerbo e il vocabolario ristretto di chi parla solo l'idioma locale e poco altro, ti guiderà verso il settore giusto, si porterà via la tua lavatrice defunta o ti indicherà cortesemente in quale vascone far cadere i piatti sbreccati o l'igloo Ikea tutto pencolante dentro cui le tue figlie avranno sostato sì e no trentacinque minuti in quattro anni e da cui, all'improvviso, con uno slancio di incredibile audacia, hai deciso di separarti.
E poi te ne torni a casa leggera, con la macchina svuotata, con la coscienza a posto e la gratitudine incredula di chi è riuscito a portare a termine in così breve tempo e con tale leggiadria un'incombenza che, prima di affrontarla, sembrava onerosa e complicata. 
Dopo, la casa sembra un po' meno abitata da un'accumulatrice seriale; in macchina non stazionano più la pompa della bicicletta rotta che non sapevi dove mettere e quelle mensole di compensato che non eri sicura ti servissero ancora, ma non si sa mai le tengo un altro mese magari le ridipingo. No. Tutto armoniosamente e fluidamente deposto nel luogo adatto. Conferito, non abbandonato.

Non è solo una questione civica: la città pulita, la differenziata oltre l'ottanta per cento, tasse sui rifiuti se non irrisorie almeno eque (e non dimentichiamo che l'ecocentro non si paga). No, qui il sistema della differenziata ha una valenza esistenziale, morale direi, e pure estetica.
Perché è così che si fa. È tutto così semplice, quando le azioni sono armoniche e finalizzate. Semplice e bello.
Vengo da una terra che considera il cassonetto percolante e i sanitari divelti e abbandonati per strada una variante paesaggistica inevitabile quanto i tondini di ferro a vista sulle solette delle case.
Nella mia terra, quell'isola baciata dal sole e benedetta dagli dei, le case vengono abitate anche se hanno la facciata rustica in mattoni forati, i cassonetti percolano e ogni tanto il fiume porta a mare un frigorifero. Così è sempre stato, così deve essere.
E bisogna chiedersi perché.
Ora, io che sono terrona d'animo e di modi mi sono sentita come un pesce nell'acqua, dentro questo sistema efficiente di riciclo e smistamento. Sono la prova vivente che non è questione di indole regionale, ma di abitudine. Ho svuotato casa per un trasloco e, in quell'occasione, ho dovuto buttare via una quantità imbarazzante di oggetti e mobili, la maggior parte dei quali erano stati accumulati mio malgrado da un puro esemplare di razza Piave, il quale preferiva nascondere in cantina la spazzatura, piuttosto che conferirla nel secco. Mi sono liberata di sacchi pieni di immondizia vecchia di due anni e di un albero di Natale, ormai appassito, del 2012. È stato igienico e allo stesso tempo catartico.
Dio, come mi sento bene dopo aver buttato la spazzatura. Che persona presentabile e graziosa divento, dopo una capatina all'ecocentro.
Ve lo consiglio caldamente; frequentatelo con costanza e fiducia: ha gli stessi effetti benefici sul corpo e sull'anima di un massaggio ai piedi e, in più, non costa niente.
Basta un ecocentro e poco altro, per rendere il mondo un posto migliore.



domenica 14 maggio 2017

Mamme in festa tutto l'anno

Quest'anno, la Festa della Mamma la passo da sola: le mie bimbe stanno col papà. 
Ieri mi sono arrivate le foto su Whatsup: una ha la febbre, l'altra la crisi di panico da esame di clarinetto, la terza, invece, che ha quattro anni e mezzo e tante idee da realizzare (tutte implicano la fase “imbrattiamo qualcosa”), è ritratta mentre scolpisce statuine di Das insieme alle sorelle e sembra il Cellini nella sua bottega, da quanto è precisa e ordinata; quando è a casa mia, di solito dipinge il gatto con il mio fard.
Venerdì sera mi hanno consegnato i lavoretti della festa della mamma e la piccola mi ha recitato una poesia piena di rime in cuore-fiore-amore e poi mi ha chiesto, mentre mi infilavo il pigiama “Mamma, perché le tue tette sono sciolte?”. 
Cosa vuoi dire con “sciolte”, stavo per chiederle. Poi ho abbassato lo sguardo e ho osservato questi due orologi molli di Dalì che mi ritrovo sul petto e sono rimasta zitta, colpita al cuore dalla precisione icastica del termine scelto da quella stronz... tenera bimbetta.
Nella letterina di Bianca, invece, c'era scritto che ho gli occhi marroni, i capelli marroni e che qualche volta con lei sono buona. Un inno alla mia bellezza e bontà, a voler leggere tra le righe.
Giuditta, la grande, intenta in questo periodo a maturare i caratteri sessuali secondari, fa la preadolescente a norma a di legge.
“Mamma”, mi apostrofa l'altro giorno, sbattendo le ciglia annoiata “Dovresti smetterla di ridere alle tue stesse battute. Fai veramente troppa tristezza”.
Che dici. Io non rido alle mie stesse battute. Che ti inventi.
“Sì, è vero prof, fa una battuta e poi ride. Da sola. Ma non è strano: tutti i prof lo fanno” mi hanno confermato i miei alunni, quando li ho consultati sulla faccenda, giusto per avere un parere terzo.


Quindi, ricapitolando: oggi è la festa della mamma. Lasciamo per un attimo da parte la questione delle tette sciolte e del ridere da sola alle proprie battute e focalizziamoci sui festeggiamenti. 
Visto che le bimbe adorate non ci sono, ho dormito fino alle undici e mi sono alzata solo perché il gatto, forse annoiato per l'innaturale silenzio, ha preso a camminarmi sulla faccia. 
(Ahahahah!) 
(Oddio è vero, rido da sola alle mie battute)
Mi sono preparata i pancake, come quando ci sono loro, perché anche a me piacciono i pancake. Ho bevuto il caffè guardando il telegiornale e leggiucchiando un libro. Tra un po', andrò a fare una vera doccia, senza che due bambine mi zompino in vasca per fare il bagnetto insieme a me, Barbie Sirena, l'orsetto Teddy e il cavallo a dondolo.  
Poi andrò a prendere il caffè con un'amica, mi metterò a passeggiare tra le bancarelle della mostra dell'artigianato sotto casa; non dovrò contestualmente dire ogni tre metri “No, non te lo compro l'arco di legno con le frecce”.
Tu dici sempre di no, mi fanno notare. Papà invece quando chiediamo qualcosa ce la compra sempre.
Ve la comprerei pure io, bimbe belle, se mi chiedeste qualcosa solo un fine settimana sì e uno no.
Vediamo, la giornata è ancora lunga. Cos'altro potrei fare? Andare a correre? Potrei perfino andare a fare la spesa e comprare solo quello che dico io e nemmeno un ovetto Kinder alle casse.

Oggi, per tutto il giorno, deciderò cosa fare, quando farlo e con chi.
È questa la mia festa. E non vi suoni triste o melanconico: non lo è. Essere mamma significa che non sei mai sola, anche quando sei sola. Essere mamma ha questo di bello: ogni tanto, si può trasformare la terrificante banalità di un giorno vuoto in una meravigliosa oasi di silenzio, riposo, scelta. 
Se fosse tutti i giorni così, sai che due palle. Ma non lo è, perché ho avuto tre belle botte di culo, io, nella vita.
Mi hanno fatto sciogliere le tette, consumato il cervello, tolto il sonno e riempito il giro-vita. E la vita. 
E quando la vita è piena, ogni tanto - ogni due weekend, nel mio caso – il vuoto può diventare una festa.
Tanto stasera tornano. 

("E comunque si scrive Whatsapp, mamma")


Nessun testo alternativo automatico disponibile.




sabato 6 maggio 2017

Maggio selvaggio


Ci sono giornate che sembrano trovare miracolosamente un equilibrio perfetto, come se fossero il dono di divinità benevole che vegliano sui weekend delle famiglie; giorni che si tengono in piedi con facilità, senza averci troppo pensato su, senza nemmeno averle programmate. Weekend-melodia, che ricaricano e fanno arrivare a domenica sera con la testa piena di risate e il cuore pieno di abbracci e gratitudine.  


E poi c'è la Giornata Distonica, quella in cui non si azzecca una nota, per quanto lo spartito sia chiaro e lineare. Quella che ti immagini di passare in un modo e poi invece si ingarbuglia, si smaglia, si ingolfa. 
La giornata del "La teoria la so, è la pratica che mi frega".

Quella che inizia con un "Oggi non fumo e divento vegetariana" e invece poi a pranzo friggi le cotolette con la sigaretta in mano. 

Quella, come oggi, in cui ti svegli trasfigurata da un fermo intendimento: "Stamattina finisco di leggere quell'interessantissimo saggio":


Nessun testo alternativo automatico disponibile.


E invece poi si fanno le undici e tu hai passato due ore a scorrere la timeline di Facebook; e la tua timeline di Facebook ti somiglia, quindi, purtroppo, non ci hai trovato link a siti di approfondimento geo-politico, bensì post come questo:





Oppure questo: 



E poi c'è il concertino di clarinetto al parco, dove la maggiore dovrebbe suonare; ma piove e quindi si torna a casa bagnate. Ed è maggio e piove e questa non è certo la misura dell'armonia cosmica, per una che per i primi trent'anni della sua vita, a maggio, il sabato pomeriggio lo trascorreva in spiaggia. 

E allora, chiusa con le mie bambine tra queste quattro mura umide, cerco su Google "giochi da fare in casa con bambine che si annoiano perché piove a maggio" e trovo una serie di attività tipo questa: 

(da Tuttogreen.it)

La farina scaduta! Non ci avevo pensato: ne ho la dispensa piena! Mi metto d'accordo con la popolosa colonia di farfalline della farina scaduta, che mi cedono misericordiose parte del loro regno, e lascio che si scateni l'estro creativo della mia augusta erculea prole; solo che qualcosa deve essere andato storto, perché i nostri risultati non assomigliano a quelli delle foto del blog:

L'immagine può contenere: una o più persone, persone che mangiano, cibo e spazio al chiuso


Allora provo coi Bunchems che ho comprato ieri: questi sì che me le dovrebbero tenere buone per un po'. E infatti: silenzio per un quarto d'ora. E io gongolo, aspettandomi di trovare qualche esempio concreto dello loro genio infantile, qualcosa che assomigli alle foto sulla scatola dei Bunchems, come ad esempio: 


Invece trovo questo, che è la summa perfetta di ciò che NON si dovrebbe fare con la farina scaduta impastata e i Bunchems:

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio al chiuso

Nel frattempo torna la maggiore dalle prove di clarinetto e pretende che io ascolti il repertorio completo del suo prossimo saggio e io evidentemente non ho saputo mettere su la faccia della mamma estasiata, perché lei corre via piangendo offesa sbattendo la porta e portandosi via il mio telefonino. 

Resto seduta in cucina, coi Bunchems attaccati alle pantofole, che fanno pendant con una serie di domande che pendono dal mio senso di inadeguatezza di madre in un maggio piovoso.
Nessuno mi capisce. 
Tranne lui.

L'immagine può contenere: gatto






lunedì 3 aprile 2017

Sei tutti i miei sbagli

Nella maggior parte dei film, si partorisce secondo un protocollo standard: donna sudata, paonazza e con l'occhio di Jack Nicholson in Shining; quando la voce fuori campo ordina di spingere, la donna lancia un urlo e il marito le dice trepidante “respira, amore, respira!”. A furia di urla e respiri da mantice, il bambino esce e tutto finisce in singhiozzi, lacrime di gioia e sguardi di felicità tra mamma, bambino e papà.
Così, quando è toccato a me, con la mia seconda figlia - visto che la prima era nata con un mesto cesareo in anestesia totale - al momento in cui l'ostetrica mi ha intimato: “Ecco, ci siamo: spinga signora!” io ho fatto un bel respiro e ho cacciato un urlo sovrumano che è durato almeno dieci secondi. Ero tutta soddisfatta, perché era stato proprio un urlo molto scenografico, da “Buona la prima!”.
L'ostetrica ha aspettato che si spegnesse l'eco e poi mi ha detto: “Bene, signora. La prossima volta, quando glielo dico, invece di urlare, spinga. E stringa forte le maniglie alla base della sedia, vedrà che l'aiuterà a convogliare meglio tutta la sua forza, anziché sprecarla nel fiato”. 
Umiliata ma fiduciosa, ho seguito il suo consiglio e ho scoperto, qualche secondo dopo, la differenza sostanziale tra una spinta cinematografica e una buona spinta nei parti reali. 
E ha funzionato: la testa di mia figlia si è incanalata dentro di me ed è iniziato il nostro faticoso cammino verso la luce, centimetro dopo centimetro, spinta muta dopo spinta muta. Mentre io spingevo e spingevo, quando eravamo più o meno a metà strada e avevo ormai esaurito da un pezzo forze, fiato, fiducia nella vita e speranza nel futuro, il padre della bambina, che stava da qualche parte lì davanti a godersi lo spettacolo, mi fa: “Coraggio, vedo la testa!” 
“Davvero?”, chiedo io felice, col sorriso di una Gorgone. 
“No, stavo scherzando!”, ridacchia il buontempone, facendo ripiombare me e la bambina in un abisso intrauterino di spinte inutili. A quel punto ho evocato tutte le forze ctonie, Iside, Giunone e la Grande Dea Madre, pregandole non di farmi partorire all'istante ma di mandare a lui, invece che a me, una piaga biblica di emorroidi da spinta. 
 “Comunque, è proprio impressionante” fa lui, ignaro di essere appena stato colpito dalla Maledizione della Puerpera “da qua sta uscendo proprio di tutto. Di tutto. Tranne che neonate”. 
E quello gli era sembrato il momento adatto per una critica bonaria e lievemente paternalistica. 
Io l'ho perdonato solo per lo sguardo che gli ho visto lanciare a sua figlia, non appena gliel'hanno messa tra le braccia, qualche migliaio di spinte dopo. Se l'abbiano perdonato anche le dee madri, non mi è più dato saperlo.

Il tempo e la vita hanno un unico verso: da dentro a fuori, da ieri a oggi, e non c'è niente da fare. Le mamme spingono, i bimbi escono. Le mamme faticano, i bimbi crescono.
Crescono anche se le mamme non hanno la minima idea di cosa si debba fare, nella maggior parte dei casi. Crescono anche se le mamme sbagliano, se urlano, se non urlano, se piangono quando non ce la fanno più o se ridono anche quando avrebbero voglia di piangere. 
Da parte loro, le mamme continuano a spingere anche quando non ne hanno più la forza e faticano anche quando sembra che non ci sia un senso o una ricompensa. E questo sia che i padri facciano la loro parte oppure no.
Tutto questo non è eroico; è solo stramaledettamente difficile. 

La mia bimba è uscita ed è cresciuta, dura come un sasso, fragile come un fiore di magnolia. Più dura e più fragile delle altre due: uno schiaccianoci di gommapiuma, compressa tra la maggiore e la minore; in questi anni, ha osservato e capito tutto, a modo suo, ma non ha mai spiegato cosa vuole, cosa sente. E io, risucchiata dai vortici che mi mandavano la vita in aria, ho lasciato che lei decifrasse da sola quello che ci stava succedendo. Sono stata vigliacca e lei non mi ha mai reso le cose più facili, mai. 
Crudele come una Sfinge, mi sfida ogni giorno a risolvere il suo enigma. Io. Una convinta che spingere significasse urlare. Una che non avrebbe saputo nemmeno come farla nascere, senza l'aiuto di un'ostetrica. 
Ecco, quell'ostetrica la vorrei accanto a me ogni giorno, vorrei che mi dicesse cosa fare, esattamente, nei momenti in cui la mia capacità di risolvere un problema è pari all'efficacia di una spinta cinematografica. La vorrei nei momenti in cui spingo e urlo a vuoto, quando forse basterebbe un respiro, un abbraccio o uno sguardo fermo, per calmare la rabbia, per lenire un dolore che non trova parole, solo sguardi. Vorrei che qualcuno mi fermasse, quando chiudo la porta sperando che lei non la riapra troppo presto; quando le dico “sei cattiva” anziché mostrarle come non esserlo. Quando non sono capace di ascoltarla, solo perché lei non dice nulla. Quando cedo, anziché tenere il punto, solo perché sono stanca, perché sono triste o arrabbiata, perché ho tutti questi panni da piegare e poco tempo da perdere dietro ai tuoi capricci, bambina cattiva. 
Ostetrica, dove sono le maniglie da stringere perché la forza non si disperda in fatica inutile? 
Ostetrica, stai accanto a me, dimmi qual è il trucco per non sbagliare. 
Dimmi cosa si fa, quando non si sa cosa fare. Perché se i miei errori li pagassi solo io, allora potrei pure cavarmela. Ma non è così e non è stato per niente giusto mandarmi a casa da sola con questa bambina e i suoi straordinari occhi di ghiaccio liquido che mi guardano, mi guardano sempre, non hanno mai smesso di guardarmi, da quando me l'hai messa in braccio dicendomi: “è stata proprio brava, signora!”, illudendomi che bastasse saper spingere per imparare ad essere madre. 


Con le altre due sbaglio, ma almeno so dov'è l'errore. Con lei non capisco mai, non riesco a sciogliere il mistero della sua rabbia e dei suoi no: eppure è quella che sta più dentro il mio sangue. Perché sono una seconda di tre, come lei. Perché non mi assomiglia, ma è forse quella che ha più bisogno del mio abbraccio. 
Oggi, dopo il suo ennesimo no senza motivo, anziché iniziare la solita guerra di logoramento quotidiano, mi sono seduta a terra, accanto a lei che rimaneva in piedi imbronciata. Non sapevo che fare. Poi qualcuno, credo l'ostetrica dentro di me, mi ha detto: aspetta. Ho aspettato. Ho aspettato in silenzio che la sua rabbia trovasse non le parole, che lei non usa mai per comunicare veramente, ma il gesto che risolve tutto. E poi il gesto è arrivato; si è seduta sulle mie gambe e siamo rimaste abbracciate. 
Lei rideva e io piangevo, e la Sfinge era volata via.





giovedì 16 marzo 2017

L'epica del quotidiano

Storie della buonanotte per bambine ribelli. Cento vite di donne straordinarie di F. Cavallo, E. Favilli, Mondadori. 



Non ho niente contro i bestseller e la letteratura mainstream: pensate che, a suo tempo, io mi sia tirata indietro davanti a Faletti, Tamaro, Camilleri o la Rowlands (non ho detto Volo)? Harry Potter per me è un capolavoro. 
Eppure, amiche mie entusiaste di questo libro per bambine ribelli, scusatemi, ma stavolta non sono sicura di volermi precipitare ad acquistare la hit del momento per cercare di capire, senza puzza sotto il naso, come mai piace tanto. (Per inciso, da un punto di vista narrativo, non è che sia il massimo della suspense  - cento storie, tutte con la stessa trama: bambina ribelle si ribella e diventa  una donna straordinaria). 
Pare che questo sia il libro che tutte le madri di bambine stavano aspettando da tempo. E come non riconoscere il valore edificante delle eroine esemplari che hanno dimostrato di poter abbattere barriere e pregiudizi con la caparbietà e la fiducia in se stesse? Mi domando però se questo basta.

Immagino che lo leggerete alle vostre figlie per dimostrare loro che se si ribellano a ciò che il sistema si aspetta dalle donne, allora potranno essere straordinarie e cambiare il mondo, come hanno fatto queste cento donne. Sei ribelle, quindi straordinaria, quindi ammirevole. 
Scusatemi, ma io non me la sento; perché, alla centesima biografia, le mie figlie chiuderanno il libro e si ritroveranno davanti me. 
E, mi costa ammetterlo, io non ho niente di straordinario. Sono una donna normale, che lavora quando è fuori casa e che il resto del tempo spazza-lava-piega i panni, riordina i cassetti e, se proprio dice male, stira. Già non ho la loro ammirazione per questi gesti - per me, sì, eroici - figuriamoci se poi, tra le figure di donne eccezionali, non ne troveranno nemmeno una che assomigli, almeno un po', alla loro mamma. 
In effetti io, finora, nonostante tutto l'impegno e la fatica che ci ho messo, il mondo non sono riuscita a cambiarlo nemmeno un po'. Avrei potuto ribellarmi, a un certo punto, e mollare figlie e famiglia per andare a inseguire i miei sogni di fanciulla e fare la vita metrosexual che sognavo mentre, sola e reietta, recuperavo calzini spaiati e magliette XXS stinte dalla lavatrice. Vabbè, direte voi, mica sei Madame Curie, l'umanità non si è persa niente se sei rimasta al tuo posto. 
Già, per cosa infatti bisognerebbe ammirare me e tutte quelle altre mule della storia che, a testa bassa, nei secoli della loro oscura normalità, si sono ingegnate per fare andare avanti famiglie, case, lavori, vite? E anziché dirci brave, ci fanno passare per docili mucche con l'anello al naso. Come se dipendesse da noi. Solo da noi.
Non dico che non sia meraviglioso che, ogni tanto, qualche cavalla di razza abbia avuto la forza di fare uno scarto sublime e correre libera nei campi della scienza, della politica, della letteratura etc etc., dimostrando che anche una donna può essere eccezionale. Ma io non sono sicura di volere che le mie figlie percepiscano come straordinario, inusuale, miracoloso, il fatto che una donna segua i suoi sogni e le sue inclinazioni. Non mi piace l'effetto "visita allo zoo" di chi ce l'ha fatta ed è stata per questo incorniciata in una Vita di donne illustri. Del tipo "Animali fantastici e dove trovarli": ammirate questi esseri fuori dal comune. Ribellatevi. Siate eccezionali, non ordinarie. 
Questo libro comunica l'idea che sia straordinario che una donna sia straordinaria.
Forse si potrebbe suggerire, fra un libro di donne da Guinness e l'altro, che anche le donne normali, con tutto quello che significa (e voi donne normali come me lo sapete) dovrebbero essere ammirate. Perché a me sembra che essere una donna forte non sia l'eccezione, ma la regola. E che non basti leggere le Storie di santi per ottenere la beatificazione.  

Mia figlia Bianca, sguardo tagliente e lingua come lama, mi dice spesso: io non mi sposerò mai e non avrò mai dei figli, perché non voglio faticare come fai tu, che lavori sempre e hai tre figlie che ti fanno impazzire. Certo, bambina mia. Hai ragione. Ribellati alla logica della madre di famiglia-mula: sii eccezionale, non banale come me. 
Ma non è questo che le auguro, in cuor mio. Io voglio che lei sia felice, non eccezionale. Credo che la straordinarietà stia nel poter avere tutto: figli, famiglia, carriera, successo. Senza per questo dover essere un uomo.  
E quindi a me basta che alle mie figlie sia chiaro un principio a cui tengo tanto: mai, MAI rinunciare a fare quello che volete solo perché siete femmine. E non importa se poi non sarete donne d'eccezione.

Affinché la loro vita sia più semplice della mia (che lo è stata a sua volta più di quella di mia nonna, a dire il vero) so che bisogna partire dalle piccole cose di tutti i giorni; insegnare loro con l'esempio come si combattono i pregiudizi che ci hanno legate alla macina del sacrificio e dell'insoddisfazione. Quelli per cui, ad esempio, il papà può stare via giorni per inseguire le sue passioni e i suoi hobby, che sia andare in giro ad assaggiare il vino e i suoi derivati o dedicarsi anima e corpo allo scialpinismo, ma la mamma no, perché si sa, quando ci sono figli piccoli, non ti puoi assentare per più di mezza giornata. Tu devi aspettare che crescano. 
Io me li immagino quei padri che, commossi e ammirati, leggeranno la sera queste storie bellissime di forza e riscatto alle loro bambine eccezionali, spronandole ad essere ribelli. Prima di andare a scofanarsi sul divano a vedere la partita, mentre la mamma, di là in cucina, finisce di riempire la lavastoviglie. 

Io mi concentrerei piuttosto sulle cose semplici e basilari: non è perché sei maschio che non ti puoi fare la valigia da solo. Mamme di maschi, insegnate ai vostri figli a piegare le camicie, perché io non ho nessuna intenzione di allevare le mogli che lo faranno al posto loro. 
E voi maschi che state leggendo, non crediate di essere persone eccezionali perché VOI la valigia ve la fate da soli. Lo siete se la preparate per vostra moglie o per la vostra compagna, quando parte in trasferta di lavoro o per un weekend con le amiche. 
Allora sì che sareste degni di entrare nel libro della buonanotte che farei leggere alle mie figlie. 
Insieme a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.


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mercoledì 8 marzo 2017

Avventura capitale

La caffetteria della Feltrinelli, a Largo Argentina, è un luogo accogliente, col suo brulicame silenzioso di lettori che siedono ai piccoli tavoli quadrati, i libri appena acquistati impilati accanto alla tazzina di caffè. 
Ogni tanto, il tavolo è occupato solo dai libri, che vengono usati come segnaposto da chi va in bagno od ordina l'insalata al bar. 
Sbircio i titoli e gioco a indovinare come sono fatte quelle persone dai libri che li aspettano. 
Accanto a me c'è una pila filosofica che culmina con un Platone. Immagino, senza tanto sforzo di fantasia, che chi ha acquistato quei testi sia un distinto professore dai capelli grigi e la giacca di fustagno spolverata di forfora; tra un po' verrà a sedersi, inforcherà gli occhiali e inizierà a sfogliarli con cipiglio consapevole. 
Invece, dopo qualche minuto, torna la proprietaria dei tomi: una signora dai lunghi capelli biondi come la mimosa appassita, con una camicia di seta troppo turchese, rossetto pastoso e la linea greve della matita nera che gira titubante attorno agli occhi grossi. Sembra il personaggio triste di un film di Fellini. Si siede accanto ai suoi libri e resta assorta, senza aprirli. 

Mi alzo per andare a prendere qualcosa da bere; lascio la mia borsa sulla sedia e, sul tavolo, una copia de La Pimpa e il cavallo bianco e una mappa di Roma centro. 
Al mio ritorno, trovo il tavolo occupato da un'anziana signora, immersa nella lettura del suo libro. Le chiedo se non la disturba condividere il tavolo con me e lei mi guarda confusa, e mi dice no no, nessun disturbo, e torna a leggere. 
Io mi siedo e fingo di sfogliare la Pimpa, mentre sbircio la mia compagna di tavolo. 
È linda. Mi vengono in mente alti finestroni esposti a sud e un pavimento chiaro di graniglia tirato a lucido, in una casa grande ma non vuota. Chissà se abita da queste parti. Ha il suo tailleurino nero con la camicia bianca e la catenina d'oro. I capelli biondo cenere sono fini e senza ricrescita, la pelle del viso bianca, morbida, tesa sugli zigomi. Una vecchia signora linda che passa la sua domenica pomeriggio da sola alla Feltrinelli. Legge Lezioni di comicità, di Matteo Andreone e questo mi spiazza, perché l'avrei detta più tipo da Murakami. E chissà chi è questo Andreone. 
Apro la cartina di Roma e studio le vie; poi cerco di ripiegare l'ampio foglio, ma è un'impresa titanica, perché le cartine sono  per natura entropiche: una volta aperte, vanno verso il caos e non si può più ristabilire lo stato di quiete iniziale. 
La signora alza lo sguardo dal suo libro e mi rivolge la parola con un sorriso divertito. 
- Cosa sta cercando? 
- Casa – le rispondo. 
- Dove esattamente? 
- In questo quartiere qui – e le indico un punto sulla mappa. 
- Questo quartiere è caro – mi dice lei. 
- Lo so. Infatti non la troverò. Cercherò da un'altra parte. 
- Viene ad abitare a Roma? 
- Sì, con le mie tre bambine. 
Fa uno sguardo stupito ed esclama “Tre figlie, così giovane!” 
Io rido grata e le rivelo la mia età. 
Lei vive da sola; ha un figlio grande che è andato a vivere lontano. Lontano, da come lo dice, potrebbe significare il resto del mondo. È vedova da tre anni, aggiunge con pudore. E soffre ancora. 
Ci guardiamo per un secondo, sorridenti. Siamo due donne di età diverse, sole di domenica pomeriggio, alla caffetteria della Feltrinelli
Lei è stata come me, un tempo. Con un figlio piccolo e tanta fatica davanti. E questo la fa sorridere. 
Si alza e mi dice: “In bocca al lupo”: e credo che si riferisca ai miei tentativi di ripiegare la mappa. Io, a mia volta, le auguro ogni bene. 

Mentre mi avvio verso l'uscita, penso che un sorriso e una breve conversazione cortese con un'estranea non ti risolvono certo i problemi. Ma non si va a vivere nelle grandi città per avere una vita più semplice. E nemmeno per vincere la solitudine: al contrario, più gente estranea hai attorno, più la solitudine trionfa. No. Le metropoli ti offrono solo la sorpresa degli incontri fuori circuito e questo, la domenica pomeriggio, può aiutare. 
Là fuori, se le cronache non esagerano, mi aspettano strade sporche, autobus in ritardo e tassisti molto cattivi. Oltre a un esercito di agenti immobiliari che hanno dimenticato di essere stati, un tempo, bambini. 
Ma che importa. 
La grande scommessa è preferire innumerevoli guai capitali alla minuscola giostrina di provincia, liscia e levigata come una bella lapide di marmo. 
Avrò tempo di ricredermi quando le mie figlie abiteranno il resto del mondo e io mi sarò stancata di aspettare l'autobus che non passa. Adesso, però, è arrivato il momento di scendere dalla giostra e attaccarsi al tram. 




giovedì 2 marzo 2017

Confessioni di una madre mediocre

“Ma come fai a far tutto?” mi chiede spesso la gente.

(Dati del problema: madre di tre bambine, separata, un lavoro come insegnante, un gatto domestico di nome Graffio, ribattezzato per amore di verità Master & Commander. Ma LUI, almeno, non piscia nel letto). 

A questa domanda io rispondo sempre con estrema schiettezza: riesco a far tutto perché faccio tutto male. 
Tutto. 

Le bambine. 
Igiene personale garantita: quasi sufficiente; non appena cominciano a puzzare di cane bagnato, le lavo. Non gioco mai con loro e quando lo faccio sono distratta e duro più o meno quanto le pile gialle dell'Ikea. Rapporto ambivalente con la TV: solo un'ora e mezza al giorno, ma con ampie deroghe a seconda delle condizioni meteo e del grado di abbandono personale e domestico, oltre che del numero di compiti da correggere. 

Il gatto: quando proprio non mi va di cambiare la lettiera, metto entrambi, gatto e lettiera satura, fuori dalla porta. Abbondo in croccantini low cost e non mi ricordo mai quand'è stata l'ultima volta che ha svuotato la ciotola. Lui mi ripaga con le palle di pelo.

La casa: ampiamente al di sotto della sufficienza. 
Arrendiamoci subito, quando misuriamo i nostri limiti, ma senza autocompiacimento: io le mie amiche le ammiro e invidio tutte. Quando torno a casa dopo essere andata a trovarle, per mezzora giro freneticamente rassettando random; sprimaccio un cuscino, ripiego un asciugamano, sistemo simmetricamente i vasetti sulla mensola in cucina. Poi apro il frigo e mi accorgo che lo zoccolo è marrone. Marrone, come se fosse colato del cioccolato due settimane fa e nessuno avesse passato la spugna. 
Come se. 
E allora mi arrendo e vado a vedermi un'intera serie su Netflix, barricata in cucina, per accorgermi qualche ora dopo che è troppo tardi sia per preparare la cena (e quindi: stasera pasta al burro) sia per rimediare al fatto che la più grande non ha ripetuto Storia (che io insegno, sia detto senza falsa modestia) e che resta a malapena il tempo di farle finire gli esercizi di Inglese. 
(E per inciso: non capisco perché siate tutti convinti che le serie su Netflix se le vedano esclusivamente le single professioniste senza figli. Solo perché poi loro lo scrivono su Facebook e io no? Ingenui. Sottovalutate la portata democratica e trasversale del binge watching. E la mia cialtroneria di madre. Cialtrona ma consapevole; quindi, ai miei occhi - e solo ai miei - irresistibilmente simpatica). 

Il mio lavoro: sono una grande improvvisatrice e problem solver. Una paracula, insomma. Se ho dimenticato che stamattina c'era la verifica sui verbi (e dico “se”), se mi è passato di mente di controllare le firme sul libretto, se anche stavolta non ho inserito i voti prima dello scrutinio e devo farlo durante, bene, niente panico: un rimedio si trova sempre. Basta fare in modo che non se ne accorgano le persone sbagliate. 

Certo, le cose si complicano perché, considerando che sono responsabile per questioni biologiche e professionali di un sacco di gente, quando combino un guaio o mi scordo di fare qualcosa, ci va sempre di mezzo qualcuno, a parte me. 
Per capirci: se dimentico in forno l'omelette per tre giorni, poi, il quarto giorno, qualcuno la trova e se la mangia (e non si tratta né di me né del gatto). 

Tu sei sempre altrove, mi si rimprovera spesso. 
Non ci sono mai tutta, del tutto, quando ci sono. 
Faccio metà di quel che dovrei, un terzo di quel che potrei e la sfango sempre. È il segreto dell'aurea mediocritas
Le mie bambine mi adorano, ma poi dicono che io non chiacchiero mai con loro. Papà sì. 
I miei alunni mi vogliono bene, ma pensano che io sia un po' scervellata e che mi vesta in modo strano (era solo una gonna pantalone!). 
Il gatto mi disprezza, lo leggo nei suoi occhi gialli. 

Dirsele, queste cose, non serve a niente. 
Basterebbe esserci, forse, esserci tutta e sempre. Dare il massimo e godersi la fatica anche quando è solo fatica. Ma io sono una madre, non la Dea Madre.

E allora: fare tutto e farlo male; guardarsi con gli occhi di chi ti chiede sorpreso: “Ma come fai a far tutto?”, e sentire di aver compiuto l'impresa. L'auto-indulgenza è la migliore amica dei cialtroni: bisogna saperla coltivare con dedizione. 
Ogni tanto mi guardo intorno e scatta l'angoscia da competizione: le altre, loro sì che ce la fanno. 
Potrei cucinare meglio, giocare di più, imporre più regole, impormi di seguirle io per prima, preparare le lezioni anziché improvvisarle. 
Invece, mi appunto la medaglia di latta sul petto, a fine giornata, e mi dico fiera che, anche oggi, l'abbiamo fatta franca. 
Tutto sommato. 

L'unico interrogativo che mi resta è: perché i bambini, quando aprono lo yogurt, appoggiano sempre il coperchio dalla parte interna sul tavolo, che poi si appiccica e lascia l'impronta di yogurt e non basta buttare la carta, bisogna pure passare la spugna? 
Coperchi di yogurt appiccicati sul tavolo. 
Tutti i giorni, senza un vero perché. 
Pare che si chiami vita.



venerdì 2 dicembre 2016

La via di Schenèr





Durante l'autunno, agli abitanti della ridente e piovosa cittadina di Feltre è capitato di leggere o sfogliare un bel libro, scritto da un giovane storico di queste parti: La via di Schenèr, di Matteo Melchiorre, edito da Marsilio. 
La gente del luogo deve essere stata colta da orgoglio e sorpresa: e per la qualità del testo e per l'argomento trattato. 
Racconta Melchiorre che, tra i monti qua dietro, si apre una via lunga secoli e decine di chilometri, la via di Schenèr appunto, che ha attraversato confini e collegato popoli e domini nemici e che è stata snodo fondamentale degli scambi commerciali tra todeschi e veneziani. Questa via peculiare ha avvicinato il Nord al Sud d'Europa e separato invece piccoli paesi limitrofi, segnandone  a un tempo la contiguità e l'alterità.

Giunta già adulta ai piedi delle Dolomiti, ho fatto anch’io le mie belle passeggiate in montagna, ammirando creste puntute e pendii villosi di boschi, con l’occhio sospettoso dell’isolana che si lasciava nondimeno ammaliare dalla potenza naturale del paesaggio alpino. Ma soffro di vertigini e ho il baricentro alto, per cui lo sci no, non m’ha preso. E i sentieri che accarezzano i precipizi, le pareti lisce, gli strapiombi da cuore in gola, li ho affrontati poche volte e sempre con i capogiri in agguato. 
Eppure, per quanto io sia abituata a considerare domestici ben altri tipi di paesaggio, dentro La via di Schenèr ho percepito la familiarità di un orizzonte che avevo sempre ritenuto alieno. 
Leggere dell’aspra via di Schenèr - questa vertiginosa cerniera tra Impero asburgico e terraferma veneziana, che ha inghiottito nei secoli uomini e bestie - toglie il fiato come certe vedute improvvise che ti si aprono davanti quando sali in montagna. 
Nei lunghi anni che ho trascorso in questi luoghi, mi sono spesso sentita al confino. E non era confino ma confine, questo che abitavo. Grazie  alle pagine di un libro, l'ho capito. 

La via di Schenèr è un ibrido di pregio e fascino: un testo liminare come l’antica strada commerciale di cui riscopre la storia, sospeso com’è tra scritto letterario e indagine documentaria. 
Non sono del mestiere e posso solo intuire la qualità della ricerca storica che ne costituisce il fondamento. Eppure, non v'è dubbio alcuno che questo racconto dei luoghi e delle vie tra i luoghi - e delle vite tra i luoghi – abbia un purissimo valore letterario. 
Perché la storia può essere raccontata in tanti modi ma solo alcuni di questi diventano letteratura. 
Ciò avviene quando le parole scelte delineano una fisionomia stilistica precisa e riconoscibile, diventando lingua d'autore. 
Melchiorre descrive, narra e ragiona con un lessico la cui nitidezza e precisione ricordano certi mattini invernali, quando l’aria è così limpida che sembra ingrandire i particolari, tanto si stagliano netti. 
Quando sai usare il termine esatto, non per sfoggio sinonimico ma per devozione al dettaglio e, al contempo, la tua lingua non solo definisce e convoglia con nitore, ma indovina e coglie anche le sfumature e i passaggi fuligginosi, allora, secondo me, stai facendo letteratura, non solo storia. 
D’altronde, Melchiorre non è uno che parla coi morti (ché a quello siam buoni tutti); al contrario: sono i morti che parlano con lui e lo vengono a cercare nelle vie notturne e tra i faldoni d’archivio, facendo capolino da foto sbiadite di ruderi e panoramici quadri antichi. A quei morti Melchiorre presta ascolto atterrito e forse nostalgico. 
E, oltre alla nostalgia, c'è anche pietà stupita per le fatiche umane che durano secoli e che nel giro di pochi anni svaniscono su pochi tornanti asfaltati; e calmo entusiasmo per l’epica dell’uomo e dell’asino dalle some inaudite, che macinano chilometri in salita tra vie sassose e scabre. 
Uno storico sa prestare orecchio alle voci che giungono dagli schedari d’archivio. Le sa andare a cercare, sa interrogare le carte, sa farle parlare. Ma è solo il vero narratore che riesce a dare loro voce. 
Ascolto e parola, con mitezza e potenza. 

Non lo conosco di persona, Matteo Melchiorre, ma deve sicuramente possedere la pazienza e il rispetto, la forza tentennante e la delicatezza fiduciosa che si ritrovano nelle sue pagine. E un'autoironia elegantissima.   

So che è un viaggiatore nel tempo dagli scarponi grossi e la penna fine; uno scalatore che soffre di vertigini, uno storico e un vero narratore. 

La Via di Schenèr va letto, e presto.