venerdì 17 aprile 2015

Cantami o Diva

Qualche anno fa, quando li interrogavi, non riuscivano a portare a termine il discorso: iniziavano spavaldi e sicuri con un nome e una data, illudendoti - ma solo per poco - che la Storia fosse ai loro piedi, oltre che nella loro testa. Poi la mente si smarriva, le parole si diradavano, cominciavano i sospiri e infine, con la bocca aperta, giungeva il silenzio. 
- E poi? – incalzavo io, fiduciosa. 
Silenzio. E sguardo sgranato, labbra serrate, incredulità. 
- Ma io la sapevo, prof. 
- E allora dilla. 
Silenzio. 
Adesso, è peggio. Non sanno nemmeno cominciare. Dicono: “allora” o “quindi”, saltellano su un piede, provano a mettere le mani da qualche parte - in genere in tasca, a volte nel naso. E poi stanno zitti.

Eccoli qui, i miei alunni di oggi: inesorabilmente diretti verso l’afasia. 
Eppure io la storia gliel’ho raccontata, come se fossero dei bimbi da mettere a nanna. Rossa in viso e con il fiato corto, ho domato per loro parole, nomi e date; con gli scarabocchi alla lavagna, che hanno copiato diligentemente, ho cercato di chiarire sequenze, conseguenze, legami logici, inferenze. Ho puntellato la mia lezione di gessetti che si spezzano mentre scrivo con veemenza, di cancellini che mi saltano puntuali dalle mani entusiaste, di baffi di gesso che mi restano sulle guance dopo che mi sono grattata. Di perentori: “E’ chiaro?”, “Avete capito”, “Ci siamo, fin qui”? E i loro occhi attenti, i commenti sussurrati; c’è chi sta ritagliando un foglio di carta, chi gioca con la calcolatrice. Ma mi ascoltano, hanno capito. Non è poi così difficile, la Storia. 

Perché allora, quando li interrogo, loro quella stessa Storia non me la sanno raccontare? Perché non sono in grado di iniziare e finire un discorso, con un capo e una coda e pure un ventre da riempire di idee, intuizioni, collegamenti? Perché i miei alunni non parlano? 
- Perché i vostri figli non parlano? – ho iniziato a chiedere ai genitori, durante i colloqui. 
- Perché non studiano.
- Sono timidi. 
- Perché si mandano messaggi su Whatsapp; non si raccontano le cose, si mostrano i messaggi. 
“Guarda cosa gli ho scritto. Guarda cosa mi ha risposto”. Si parlano con i selfie. 

È così semplice? Non parlano perché non ne hanno più bisogno? Perché guardano immagini, mostrano immagini, scrivono frasi brevi? Perché non devono sforzarsi di rendere esplicito il pensiero con le parole - tanto basta aggiungere una faccina triste o allegra, come una cornicetta che diventa più importante del centro della tela? Non parlano e basta, o non parlano con me, con noi adulti? 

Mia figlia, quarta elementare, mi chiede di aiutarla con la Storia. I Fenici. 
- Spiegami cosa c’è scritto nel libro. 
- No, mamma. Mi devi fare delle domande. 
- Perché non mi racconti tu di questi Fenici? 
- Ma la maestra mi fa delle domande e io devo sapere rispondere. Fammi delle domande. 

Ecco cos’è. 
È cominciata così: non si chiede più loro di raccontare. Rispondono a delle domande. Mettono crocette negli spazi appositi, scelgono tra vero o falso, collegano i termini con le frecce. Aggiungono parole mancanti scegliendole da una lista. Fill the blank, come negli esercizi di inglese: riempi lo spazio vuoto. Piccoli spazi vuoti da riempire con piccole parole. Non troppo grandi gli spazi, altrimenti si perdono. 
I miei alunni non costruiscono, non narrano, non fanno e non disfano. Riempiono uno spazio vuoto, diligenti, precisi, micidiali. 
Una volta riempito lo spazio, non ne resta per i discorsi, i ragionamenti, i racconti. 
Imparano lo stesso? Sembra di sì. Le verifiche strutturate sono la loro delizia. I più bravi funzionano come dei calcolatori elettronici, non sbagliano nulla. Io, al loro posto, qualche errore l’avrei commesso. 

Heinz von Foerster ha fatto notare come l’interazione scolastica si basi sulle cosiddette "domande illegittime", poiché di esse, colui che interroga, conosce già la risposta. Le vere domande, quelle "legittime", poste per ottenere una risposta non nota in partenza, sono bandite da questo sistema. Quanto più l’alunno sa fornire risposte scontate (giuste), tanto più sarà prevedibile e valutabile. Tanto più sarà banale. 

Raccontare, invece, significa avere una voce e delle idee. Narrare implica assumersi una responsabilità, decidere, scegliere cosa dire e come. Significa, anche, crescere: non sono più un bambino, perché la Storia, ormai, me la racconto da me. 

Adesso, quindi, solo domande e risposte. E l’afasia. Poi il silenzio, seguito,  a volte, dalle lacrime dei più sensibili davanti alla madre di tutte le ingiustizie: “Ma io ho studiato”, singhiozzano sconsolati, al termine di una scena muta. 


Nei corsi di formazione, spiegano che sarebbe opportuno dismettere il vecchio e intimidatorio termine “interrogazione” - che ricorda troppo “interrogatorio” - per sostituirlo con un più morbido “intervista”. 

- Rossi, interrogato! 
No, così lo turbi. 
- Rossi, intervistato! 

In tal modo, secondo le nuovissime indicazioni psico-pedagogiche, Rossi è libero di riempire gli spazi vuoti con più agio e serenità. Interrogazione o intervista, però, quando tocca a lui raccontare, ti risponde con un silenzio perfetto. 
Quando va bene. 

- Rossi, chi era il re Sole? 
- Luigi XIV. Detto il re Sole, perché credeva nel Dio Sole. 

giovedì 19 marzo 2015

Prìncipi e topi

Prima della pubertà, l’educazione sentimentale di una fanciulla è in genere affidata alle fiabe e ai film d’animazione. Cenerentola mi sembrava un contributo importante, quindi ho portato le bambine al cinema. Sono piccole, possono ancora godersi una fiaba senza farsi troppe domande: danzano con gli occhi, sospirano e sognano di fare le giravolte nell’abito azzurro a corolla; o pensano che il modo migliore di apparire belle sia cospargersi di strass e andare in giro parate come un lampadario del Settecento. 



Con queste premesse, si cresce credendo nel lieto fine, nell’amore eterno, nel bene che trionfa. 
"Ricordati di essere gentile e di avere coraggio" dice la mamma morente a Cenerentola. La fanciulla continua a ripeterselo, più o meno ogni tre fotogrammi, per essere sicura che nulla le sfugga del complesso lascito materno: "essere gentili e avere coraggio; essere gentili e avere coraggio". 
E, con tutti i topi che circolano nel film, di coraggio, se sei una femmina, ce ne vuole parecchio. 
Il messaggio principale è, comunque, che dobbiamo sposare il più figo della festa. E fare tiè! con la manina ad Anastasia e Genoveffa. È l'effetto liberatorio del trionfo dopo la fatica, della rivalsa contro soperchierie e umiliazioni. Cenerentola, Pretty woman o Rocky Balboa: in fondo, è sempre la stessa storia. Puntuale, un sospiro di sollievo si leva dai piccoli petti all’arrivo della cavalleria pesante (la fata madrina armata di bacchetta magica), seguito da un ooh di meraviglia quando compare l’abito azzurro rotante e gli Swarovski tra i boccoli biondi. Fotogrammi colorati da inghiottire insieme a manciate di popcorn, e niente che vada di traverso. Come nelle migliori fiabe.

Non è ancora arrivato il momento di rovinare la festa a queste bambine innocenti, ma qui voglio stilare un piccolo promemoria di precisazioni puntigliose che, a tempo debito, potranno risultare utili. Perché, prima o poi, l’innocenza cresce. 

1. Queste fiabe ti fanno credere che la fase della sguattera sarà solo una brutta parentesi nella tua gioventù. Fare il bucato, cucinare, rammendare, spolverare, spazzare, lucidare: non durerà, ti ripeti; un bel giorno arriverà un principe con un cavallo e ti porterà via dalla cenere del camino. Errore. Il principe, infatti, pretenderà che tu gli stiri le camicie come faceva la sua mamma. Ma tu non sei la sua mamma e stiri veramente di merda. Almeno la matrigna non faceva confronti. 

2. Il principe di Cenerentola ha un padre comprensivo e dotato di solido patrimonio. Non ha una madre. La maggior parte dei principi una mamma ce l’ha, invece. E sa cucinare meglio di te. 

3. Non puoi veramente credere che quella scarpetta di cristallo tacco dodici sia comoda. Non lo è, credimi. Ricordatelo, quando a fine serata scenderai a quattro zampe lungo lo scalone scenografico, col mascara colato che sta per trasformarti in un panda - anche se con un vestito da urlo - e non vedrai l’ora che il dodicesimo rintocco ponga fine alle tue sofferenze. Scarpette di cristallo luccicante del cazzo. 




4. La triste verità è che non basta un bibidibobidibù perché i tuoi stracci Zara Basic si trasformino magicamente in abiti d’alta moda. La fata madrina che ti regala il vestito della tua vita e poi scompare in un ultimo frullo di stelline colorate non esiste. La carta di credito, invece, prevede l’addebito. Ed è quanto di più vicino a una fata madrina tu possa sperare di ottenere nella vita. (In Pretty woman, tra l’altro, la carta di credito veniva concessa solo dopo adeguata prestazione sessuale. Farsi due conti). 

5. Bambine, bambine, non temete: se anche avete i piedoni da hobbit (e i peli sull’alluce), non è detto che non troverete mai nessuno disposto ad amarvi. Recenti statistiche indicano che i principi feticisti sono piuttosto comuni; ma non tutti si concentrano sul piede. O sulla scarpetta taglia-talloni. Fortunatamente per voi – e per tutte noi - esistono anche i principi piglia-tutto. 

6. Non corrisponde a realtà il principio secondo il quale dovete puntare tutto su bontà, gentilezza e outfit sbrilluccicanti; anche lo studio è importante. Mi raccomando, studiate. Trovatevi un buon lavoro e rendetevi indipendenti. Questo vi consentirà, alla fine della festa danzante o dell’apericena, di chiamare un taxi all’ora che preferite, invece di dovervi catapultare sull’ultima zucca utile. 

7. In natura, non esistono topi carini e simpatici. Se sei una che accarezza i topi canticchiando, c’è qualcosa che non va in te. Forse è colpa dei film che ti hanno fatto vedere da piccola.

venerdì 13 marzo 2015

Giulietta storta

Il giovane marinaio torna a casa in licenza. Quindici giorni appena, ma è tempo sufficiente per raggiungere il suo scopo: trovare una fidanzata prima di ripartire per Pola. 
Idee chiare, futuro limpido. Una brava ragazza del suo paese, seria e lavoratrice come sua madre e le sue sorelle. Provvista di corredo, possibilmente. Sulla dote, nessuna pretesa; il marinaio è forte e le sue braccia hanno voglia di faticare: basteranno per due. Una candidata già in mente, la strada del paese che si snoda nel mattino assolato, una vita semplice ma giusta davanti.
Invece, di fronte alla chiesa, compare lei. Di bell’aspetto, pettoruta, il naso piccolo e gli zigomi alti, occhi acuti che sanno giudicare, labbra sottili, capaci di scherno crudele. Sta camminando sul marciapiede insieme a sua sorella e non si volta a guardare marinai che passano. 
Ma lui l’ha vista. 
Il destino si compie anche se ti cammina accanto senza che tu lo riconosca; sa fare da sé, per questo è destino. E il marinaio sa a chi appartiene quella giovane e conosce i passi da compiere. 
L’indomani, è a casa di don Ciccio, per chiedergli la mano della seconda delle sue tre figlie. 
Don Ciccio non si espone. “Prima devo chiedere a lei. Se ti vuole, non ci saranno problemi”. 
Sua figlia dice no. “Quello? Manco per sogno. È scuro, è corto e ha troppe sorelle. Non lo voglio sposare”. 
Don Ciccio ha fatto il suo dovere; ha chiesto prima di rispondere. Quando torna il marinaio, riferisce così: “Mia figlia accetta. Il fidanzamento si può fare”. 
E il giovane marinaio è contento. Tutto si è risolto in fretta e in modo ordinato, proprio come piace a lui. 
La parola è stata data, la ragazza ubbidisce. Si fidanzano. Scoppia la guerra. Il marinaio viene fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Passa tre anni a Magdeburgo: lavoro duro in fabbrica e zuppa di bucce di patate a pranzo e cena. Torna a casa, più magro e più forte. La ragazza è lì che lo aspetta. 
E poi il destino diventa vita, diventa anni, diventa una casa, una figlia, un genero e tre nipoti. 
Quanta carne vivente da una bugia astuta, dalla prepotenza affettuosa di un padre. Un sopruso, che oggi considereremmo odioso, invece di dare vita a un dramma elisabettiano, è all’origine della mia famiglia. 
“Nonna, ma tu lo volevi il nonno?” 
“Io? No. Proprio”. 
A mia nonna non avrei mai chiesto: “Tu lo amavi?”. La sua generazione coniugava solo i verbi volere e piacere. “Amare” era parola di noi giovani.
Eppure, si sono voluti bene, lei e il marinaio. Fianco a fianco, per sessanta anni. Lei più alta di lui, nelle foto in bianco e nero del matrimonio. Lui ballerino nevrile e instancabile. Lei ritrosa, timida, rovina feste. 
Ma quando rideva, rideva a cuore pieno e la sua risata ti spalancava l’anima. 
E, in fondo, nessuno è mai riuscito a farle fare ciò che non voleva. 
Nemmeno suo padre.


POST CORRELATI

venerdì 20 febbraio 2015

Colore in classe

F. viene dal Burkina Faso. Nero, delicatamente muscoloso, sembra controllare dall’alto della sua estraneità quello che fanno i suoi compagni. 
E i suoi compagni bestemmiano, scherzano, ruttano, fumano sigarette elettroniche, consumano il telefonino con i polpastrelli, ascoltano musica, dormono con le braccia ripiegate sul banco, fissano un punto della classe e svuotano la mente di quel poco che c’è dentro. 
Il prof d’italiano riempie la lavagna di date e parole in stampatello; sta spiegando il Romanticismo a gente che il romanticismo lo declina a colpi di commenti raffinati alle foto delle amiche su Facebook (“Vorrei il tuo culo sulla mia faccia”).
F. invece prende appunti, sorride con gli occhi, ha l’aria di uno che capisce tutto dell’umanità, in tutte le forme in cui essa si manifesta: nulla lo sorprende, nemmeno i pantaloni aderenti con il risvoltino che tutti indossano, tranne lui. E' taciturno. Non si isola e non partecipa, semplicemente sta al suo posto, che è solo suo e non può essere condiviso. Lo lasciano in pace, forse lo rispettano. Le battute sul colore della sua pelle sono bonarie, venate di allusioni ammirate alla sua supposta prorompente virilità africana; sono cresciuti a pane e leghismo, nel sottobosco di provincia ombrosa da cui provengono: non sono programmati per considerarlo uno di loro. 
Eppure è diverso. Studia, non bestemmia, non manca di rispetto ai prof, passa i pomeriggi nella biblioteca cittadina a leggere o a connettersi a internet perché a casa non ha né libri né connessione. 
“Prof, ma tutto‘sto romanticismo ce lo mette in verifica?” 
“E certo”. 
“Ma non è che ci incula tutti?” 
“Tutti no: anche volendo, non ne avrei l’energia necessaria. Solo qualcuno.” 
Risate piene di rispetto. Il prof non è uno stupido. Ride pure F., anche se lui una parola come “inculare” non la userebbe mai. Specialmente con un professore. 
E' arrivato qui con suo padre; la madre non ce l’ha. Forse è morta, forse è rimasta in Burkina Faso. I suoi compagni non lo sanno. Negli spogliatoi, non si toglie mai la maglietta, perché non vuole mostrare le cicatrici che ha sul petto. Quando era bambino, al suo paese c’era la guerra. Chissà chi gliele ha fatte quelle cicatrici, e perché. Durante le pause, non va mai in bagno, forse perché non fuma. Disegna loghi e figure astratte con la matita, mezzo sorriso sulle labbra, il tratto sicuro, l’espressione concentrata. 
Ha una voce profonda e pacata, lo sguardo diretto ma impenetrabile.
Non si può fare a meno di guardarlo e di chiedersi cosa c’è dentro quel cranio perfetto, cosa hanno dovuto reggere quelle spalle armoniose, che faccia ha la ragazza di cui si potrebbe innamorare. 
La immagino alta, l’apparecchio ai denti, i capelli lunghi color sabbia, il colore dei capelli delle ragazze di qua. Diversa anche lei, con gli occhi trasparenti. Come una mia alunna dell’anno scorso. 

mercoledì 11 febbraio 2015

Auto-indulgenza plenaria

Tata Lucia, quando viene a visitarmi in sogno, mi fa sempre piangere. Con spietato puntiglio, infilza tutte le mie inadeguatezze di madre e fa di me uno spiedo sanguinolento. Poi mi rosola a fuoco basso per fare trasudare tutti i miei errori.

- Le unghie di piedi e mani si tagliano a cadenze regolari. 
- Ma la mia seconda figlia ama rosicchiarsele da sola. 
- Anche le unghie dei piedi? 
- Sì, giuro, se le mangia per benino, io con le forbicine non saprei fare meglio. 
- E i lunghi capelli della prima? Lo shampoo glielo devi fare tu: non puoi pretendere che una bambina, a nove anni, si sappia lavare i capelli da sola. 
- Ma deve pur imparare, prima o poi. 
- Sì, e nel frattempo la mandi a scuola con un turbante di pelo unto che sembra il fondo della padella dopo che hai fritto le triglie infarinate. Ce l’hai presente quel colore caramellato della farina fritta e bruciata? Nonché l’odore? 
- Sì. 
- Ecco. E la piccola, poi; non vedi che si gratta dappertutto? Ha la dermatite atopica da due mesi. Sai che la dermatite atopica va curata? 
- Sì, lo so. Bisogna ungerla sei volte al giorno con tre pomate diverse, poi chiamare il pediatra per informarlo dei progressi, poi ricominciare con altre tre pomate. 
- E tu lo fai? 
- Beh, no. Però la sera la gratto, così si addormenta prima. 
- E la seconda bimba, così fragile, schiacciata com’è nel suo interregno tra una primogenita diligente e un'ultima arrivata tenera e deliziosa che attira tutte le attenzioni? 
- Ma no, ma no. Credo che sia semplicemente indemoniata; un bell'esorcismo e passa tutto!
- E tu cosa fai per risolvere il doloroso conflitto tra il suo amore per le sorelle e il bisogno affettivo di sentirsi per una volta al centro della tua attenzione? 
- Mah, per esempio, io non la picchio. Non la scaravento dall’auto in corsa quando si toglie la cintura e viene a staccarmi lo specchietto retrovisore; non la chiudo nello sgabuzzino dei panni sporchi, come elegante contrappasso al fatto di avermi insozzato tutte le pentole con l’olio e la farina perché deve giocare a Masterchef - e io non posso certo tarpare le ali alla sua fantasia e creatività. E ogni volta che mi chiede di comprarle un giochino, le dico sempre di no, perché non voglio viziarla. 
- Sì, ma poi, ogni volta, glielo compri. I bambini hanno bisogno di coerenza. 
- Eh, ma sennò non smette di piangere! Il suo pianto mi strazia, preferirei andare a combattere lo Stato Islamico coi curdi a Kobane, piuttosto che stare a sentirla piangere! 
- Bell’eroismo. E poi che autorevolezza genitoriale dimostri lasciandole pascolare per casa senza nessuna modulazione organizzata del loro tempo? Non programmi le attività del pomeriggio, non giochi con loro, le dai in pasto ai maiali…
- Suvvia, per qualche oretta di Peppa Pig…
- Sei una madre rinunciataria, pigra, disorganizzata e poco empatica, snaturata, distratta, ritardataria. 
- Ma se ho un capello bianco per ogni petalo di cornflakes che mi sono dovuta chinare a raccogliere da terra!
- Non basta certo così poco per dirsi madre. 
- ...
- Hai comprato i vestiti di carnevale? 
- E' già Carnevale? 
- Hai predisposto le attività del weekend? In che modo stimolerai il loro sviluppo cognitivo? Sai inventare giochi che favoriscano la crescita di un ricco mondo interiore? 
- Ma se non faccio altro che implorarle di giocare a qualche gioco creativo che arricchisca il loro mondo interiore e di lasciarmi in pace!  
- Implorarle? E come le aiuti a incrementare la coordinazione e la motilità fine? 
- Mah, ogni tanto chiedo alla grande di lavarmi i piatti… 
- Hai costruito la loro autonomia costringendole a dormire ognuna nel loro lettino fin dai primi mesi di vita per non indulgere nel vizioso attaccamento al corpo materno? 
- Il mio letto è il loro letto, veramente. 
- Ariane, sei il più alto concentrato di cialtroneria materna auto-indulgente che io mi sia mai trovata di fronte. Con te non servono nemmeno le regole da scrivere sui biglietti e da attaccare in giro per casa, che pure sono in genere infallibili. 
Io ti faccio lo scalpo.

Alla fine del sogno, Tata Lucia mi gira le spalle brandendo il suo tomahawk insanguinato e si allontana nella prateria, con la mia dignità di madre legata alla cintura.

Lo so che sono indifendibile; c'è una cosa, però, in cui sono stata brava e te lo voglio dire qui, Tata Lucia, con orgoglio blasfemo:  sì, forse, sull'ordine, l’organizzazione e l’igiene personale ho ancora molta strada da fare (tanto, presto saranno maggiorenni, che fretta c’è?), ma quello che importa veramente, che importa a me, è che sono riuscita ad essere una madre-ceppo, una madre-rampa di lancio, una madre-navescuola. I piedi delle mie figlie hanno sempre poggiato saldamente sul mio corpo distratto, inerte e fallace; ed è da lì che hanno preso lo slancio e la forza per saltare nel vuoto, nei voli vertiginosi dell’inserimento al nido, del primo giorno di scuola, del primo tuffo in piscina, del primo pigiama party, del primo saggio di clarinetto. 
Al momento di andare, si sono sempre girate a guardarmi, con i capelli pieni di nodi e gli occhi accesi da una paurosa voglia di lanciarsi; mi hanno fatto ciao ciao con la manina, in un balenare di unghie troppo cresciute. Poi mi hanno sorriso con gli occhi e la bocca e si sono lasciate andare. Sono ancora qui che mi svolazzano intorno. E se ogni tanto cadono giù e si schiantano al suolo, a loro basta venire a toccarmi per ricaricarsi, prendere di nuovo la rincorsa e librarsi nel folle volo. 
Tata Lucia? 
Sì? 

domenica 21 dicembre 2014

L'ora di sostegno

Badr (nome di fantasia): 17 anni, marocchino, erre moscia, lievissimo ritardo mentale; scarsa capacità di concentrazione, motivazione inesistente allo studio, esuberanza ormonale nella norma, grande desiderio di affetto.

- Questa cos’è, prof, la sua agenda? “M” per cosa sta, mestruazioni? E non si arrabbi! Lo so: non è carino prendere le cose degli altri senza permesso. Soprattutto i diari delle ragazze, dice? Quali diari? Le ragazze oggi non hanno i diari. Sono cose dei suoi tempi, nessuno ormai lascia compiti per casa! I diari non servono, c’è Facebook, Whatsapp... Guardi qua, per esempio, non mi collego da ieri sera e già ci sono 207 messaggi non letti... e aumentano: 210... 215... 217. No, non li leggo, sono tutte cazzate. Vediamo, che vuole questa? Guardi, guardi prof! Mi ha mandato un’altra foto! Venga, gliela faccio vedere. Su, non faccia la timida: ma no, non è nuda, è in mutande e reggiseno... Certo che è normale, prof, oggi ormai lo fanno tutte: si scattano le foto nude davanti allo specchio e poi le mandano al fidanzato... Esatto, i “selfie”: lei è proprio moderna, prof. Eh, lo so che ai suoi tempi queste cose non si facevano; solo perché non c’erano i telefonini, comunque. Adesso sono tutte tr... vabbè, non la dico quella parola, visto che non le piace. Ma sono anche stupide, prof! Mandano le foto nude, e pensano che le vede solo il moroso, ma noi maschi ce le passiamo, perché sa, prof, fa figo. Un mio amico ha messo sul gruppo Facebook un video di una che non le dico cosa stava facendo... Ma no che lei non lo sa... Boh, lui ha diciassette anni, lei - dice - venti, ma non lo so se è vero. Comunque, lo dica alle sue figlie - quante ne ha? Tre? - di non mandare MAI foto di loro nude a qualcuno, perché finiscono tutte su internet, è normale. Comunque a me 'ste tipe non mi piacciono; io voglio una ragazza seria, una che pensa, una che non la dà, se non a me... Lei com’era da giovane, prof? Non che non sia giovane anche adesso. Quanti anni ha detto che ha? Noo! Giuro, non glieli avrei mai dati! Non lo dico perché ho bisogno del suo affetto... Ma che rughe, lei non ha rughe! Solo le occhiaie. Quante figlie ha detto che ha? Tre? Ma lo sa, prof, che potrebbe essere mia madre? ... Prof, lei lo sa cosa significa MILF? Io lo so: significa “mother I love”; si fidi, è così. Come “e allora la F che significa”? Che ne so, è inglese. Io parlo francese, arabo e italiano. L’inglese non lo impari a scuola, cosa ti devono insegnare questi qua, sono dei poveri sfigati... No, non dicevo a lei, prof. Io comunque non sto qui a sbattermi, lo so già quello che devo fare da grande: mi prendo il diploma e vado via da questo posto di merda, pieno di montanari cafoni e bestemmiatori - ma lo sa come ammazzano le galline qui? Gli strappano la testa a mani nude! Che animali...io non la mangio la loro carne, la mia religione me lo vieta: gli animali devono morire in fretta e senza soffrire. Io mi prendo il diploma e me ne vado in Francia; c’è mio cugino lì, dice che puoi seguire un corso e poi trovi lavoro. Lei c’è mai stata in Francia? Figo, ha vissuto a Parigi? E’ vero che le ragazze francesi sono tutte tr... Mi stava scappando di nuovo! Ma che pregiudizi, prof! Io non ne ho pregiudizi: le ragazze sono uguali dappertutto, anche in Marocco! Le ragazze vogliono affetto, ma noi maschi pensiamo solo a una cosa: loro vogliono parlare, noi vogliamo sc... Scusi. Insomma, tutti abbiamo bisogno di affetto: solo che bisogna mettersi d’accordo sul tipo di coccole.  Che poi, ‘sto Facebook, tutti fighi, tutte fighe, ma io quando me le ritrovo davanti, queste qua, non so mai che dirgli. Non è che sono timido: è che non sono abituato a parlare. Che c’entra: per fare quelle cose, mica c’è bisogno di parlare. Comunque io ho deciso: fino ai trent'anni faccio il gigolò. Perché ride? Sapesse quante ce ne sono di vecchie che pagherebbero per uno come me. Mi faccio i soldi e poi sposo un brava ragazza. L’avevo trovata una che mi piaceva, chattavamo su Facebook, e l’ho capito subito che era diversa. Ma il suo fidanzato non voleva. Era pure bella, guardi qui: vero che ha la faccia da brava ragazza? Non mi faccia pensare a lei che mi viene l’alzabandiera. Ok, scusi prof. Va bene, la smetto di parlare di queste cose. Ma che Inglese, non ho voglia di fare Inglese, adesso. Usciamo, prof, le offro un caffè alla macchinetta. Non ci posso credere che lei ha veramente tre figlie. Mi raccomando, gliela dica quella cosa delle foto nude davanti allo specchio. Di non farlo, che finiscono sputtanate su internet, è matematico. Certo, certo, le sue figlie saranno diverse, se lo dice lei... Come lo vuole il caffè? Sì, però non torniamo subito in classe, c’è puzza: quegli animali scoreggiano. Io al massimo rutto, ma scoreggiare no, devi proprio essere fuori per scoreggiare davanti a tutti. Gliel'ho detto che questo è proprio un posto di merda.  

POST CORRELATI

sabato 6 dicembre 2014

Controfigure

Domenica mattina è il giorno della Grande Colazione: il tavolo della sala da pranzo diventa un buffet da villaggio turistico anni '90 e si ammanta a casaccio di tazze, piattini, tost bruciacchiati, panini stantii, biscotti sbriciolati, burro, marmellata con la muffa, latte caldo e latte freddo, salmone, uova e pancetta, yogurt e muesli,  Nescafè per lei, moka per lui e, ovviamente, maxi barattolo di Nesquik per loro.
Quando tutti hanno preso posto, puntualmente ci si accorge, con discreto raccapriccio, che manca lo zucchero.
- Latte taddo - dice la piccola e, soddisfatta, infila la testa nel barattolo del Nesquik. Ne riemerge un quarto d'ora dopo, ma solo per versare sul divano mezza tazza di latte, strapazzare vieppiù le uova strapazzate, salire sul tavolo, leccare la marmellata sulla lama del coltello e adagiare culetto e pannolino gonfio di pipì notturna sulla fetta di pane appena imburrata dal padre.
La mamma beve il suo Nescafè mentre legge il Corriere della Sera vecchio di due giorni e si disinteressa, famelica e proterva, del destino dei suoi parenti. Il papà fa quel che può.
Le altre due bambine confabulano tra loro. La Grande Colazione, nel frattempo, si trasferisce con movimento fluido dal tavolo ai loro pigiami puliti e al pavimento che, invece, pulito non sarà mai.
Giuditta rimesta nella sua tazza, pensierosa. Si è già alzata tre volte da tavola per andare a controllare se il dentino che le è caduto tre giorni fa, riposto in un cassetto, è stato finalmente sostituito dal regalino.
Quando cade un dentino, a queste latitudini, si mette in moto una task force multirazziale composta da:
- un topolino che viene dalla Sicilia;
- una formichina che viene dai dintorni;
- una fatina dei denti da latte che, presumibilmente, viene dalla Pixar.
(Soffermiamoci solo un istante sul fatto che, qui al nord, ovviamente interviene una formichina: la proverbiale efficienza austro-ungarica si riverbera persino sul loro immaginario; potevano mai scegliere la cicala per fare questo sporco lavoro?).
Il molarino di Giuditta è caduto tre giorni fa; tentennava da settimane, fino a quando suo padre non ha tirato fuori il kit da estrazione dentini da latte, composto da: filo interdentale, pinzetta, tenaglie, martello, sega, fazzoletti di carta e cotone idrofilo. Queste scimmie urlano e strepitano se si graffiano un dito, ma poi si fanno seviziare da un padre sadico e ridono non appena il sangue comincia a zampillare: perché vuol dire che il dentino è caduto e presto sarà sostituito da un regalo. Così piccole e già mercenarie.
La madre solleva per un istante lo sguardo dal suo giornale e osserva una nuvola di Nesquik che si deposita pigramente sulla sua pantofola. Le viene in mente che il suo papà le estraeva i dentini dondolanti legandoli con un filo alla maniglia della porta del bagno e facendola sbattere dopo aver contato fino a tre. Ma forse quello è solo un falso ricordo; non può essere che il suo papà fosse così sadico. Oppure sì, tutti i papà diventano sadici, quando si tratta di dentini da latte.
- Quelli sono in tre, il topolino, la formichina e la fatina: eppure,  il dentino è ancora nel cassetto; quand'è che se lo vengono a prendere?
Giuditta è impaziente; chi non lo sarebbe, al suo posto? La Supersuocera, all'ennesima domanda della nipotina sul perché di questo inaudito ritardo, imbarazzata e furiosa con topolini, formichine e fatine indolenti, ha suggerito che, forse, stanno aspettando che cada anche il dentino di Bianca, per fare un solo viaggio. Sarà per questo che ieri Bianca ha lasciato che la sorella impaziente tentasse in tutti i modi di strapparle il dente morituro, per farla finita in fretta e avere questo benedetto regalino.
Formichina, topolino o fatina, bisogna che qualcuno lo porti, prima o poi. Prima che l'indignazione della Supersuocera raggiunga livelli di guardia. 
E subito dopo toccherà ricominciare con Babbo Natale e le sue renne trafelate; e poi la Befana.
Fra qualche anno, tutti questi personaggi così familiari scompariranno, uno dopo l'altro, come i dentini. Saranno sostituiti da chissà chi. Non da mamma e papà, perché anche al posto loro, come al posto di Babbo Natale e della fatina, ci sarà qualcun altro; due a cui urlare "esci dalla mia camera", "tanto non puoi capire" o "voglio l'iPhone 9".
Oggi, però, in mezzo ai resti sparsi della Grande Colazione, ci sono ancora tre bambine - le dita impiastricciate, i sorrisi sdentati e i pensieri magici - un papà estrattore e una madre che può sentirsi ancora una fatina, non fosse che per recapitare un dono, in cambio di un dentino che ricrescerà per l'ultima volta.

martedì 11 novembre 2014

One way out


Comincia nel momento in cui la voce ti avverte: “Ci siamo. Adesso spinga, signora”. Nella stanza ci sono molte persone: l’ostetrica, il ginecologo pronto per suturare lo sfascio sanguinolento che tra poco sarai, la collega del ginecologo a fine turno che lo aspetta per andare in mensa, la stagista ostetrica al suo primo parto, l’anestesista che è passata per verificare come mai l’epidurale ha funzionato solo per la metà destra del tuo corpo, le puericultrici e la pediatra neonatale. E tuo marito, che è lì da quando tutto è cominciato. Tutta questa gente in una stanza insieme a te e invece tu sei da sola, da ore. Le contrazioni si susseguono una dopo l’altra, innumerevoli, eterne; non finiranno mai, tu lo sai che non finiranno mai. Quando arriva il momento delle spinte, non sei più tu, il tuo corpo sembra che lo stia pilotando un’altra, una tipa tosta che sta al suo posto e fa quello che le dicono di fare. Tu invece sei in un angolo a piagnucolare e vorresti essere da un’altra parte. Quella è la resa dei conti; può durare poco o molto, non importa. È la vertigine cosmica, l’istante in cui sai che il tempo ha una sola direzione e tua figlia una sola strada da percorrere, dentro di te. Tu spingi e sai che non puoi fare altro. Spingi e sai che non ce la puoi fare. Spingi e non vorresti essere tu l'unica a poterlo fare, e invece no, sei proprio tu, e sei lì, non altrove, e tua figlia deve uscire, perché ormai è dentro e non si torna indietro. Sai che non ce la farai, sai che sei sola e che lo sarai finché la bambina non sarà uscita. E spingi. È una faccenda lunga; lunga e faticosa. La nascita e la morte hanno questo in comune: c’è fatica e dolore in entrambe e, se naturali, prendono un sacco di tempo. In entrambi i casi, il nulla e la vita si toccano un istante, in entrambi i casi si è soli anche se c’è gente intorno; in entrambi i casi, dicono che ci sia una luce in fondo al tunnel. Con un risucchio di sangue e muco si precipita nella vita, quando tutto va bene. Non so cosa provino i neonati, ma sono sicura che, tra le sensazioni, ci deve essere una paura animale e incontrollabile. Esattamente l’unico sentimento che una madre non prova, mentre dà alla luce un figlio, perché una madre è spinta, e nient'altro, in quei momenti. La paura è il sentimento che proverà in ogni istante, non appena il figlio sarà nato. Paura è il sentimento che noi tutti proviamo al pensiero di morire. Spaventati e terrorizzati, perché non sappiamo se, dall’altra parte del tunnel, ci sarà qualcuno che ci aspetta e che, come una madre, non ha paura per noi mentre percorriamo l’ultimo tratto.

post correlati


venerdì 10 ottobre 2014

Sopore anarchico

Notte d’autunno di due anni fa; ho appena depositato la mia terza figlia tra le braccia sapienti delle puericultrici dell’ospedale della ridente e piovosa città di F*****. Nel corridoio illuminato dalle luci di emergenza incontro lei. L’ostetrica ridens. Ha un sorriso fisso e vagamente demoniaco, la pupilla immobile come quella della mamma-ragno di Coraline. 


“Signora, è tardi; cosa fa ancora in giro a quest’ora?”
“Non riuscivo ad addormentare la bambina: sono stravolta. Non so che fare. E sì che è la terza...”.
L’ostetrica continua a fissarmi con il suo sorriso immobile. 
“Signora, i bambini appena nati non dormono in modo regolare. Non possono farlo. Nemmeno la sua lo farà. Sono condizionati da un retaggio ancestrale, un sistema di protezione genetico, sviluppato quando ancora vivevamo nelle caverne: se la madre si addormenta, i cuccioli sono in pericolo. Non possono sopravvivere se qualcuno non li protegge dal freddo o dalle bestie feroci. Il loro cervello rettiliano fa da sentinella. La madre non deve dormire”. 
“E il padre?”.
“Il padre va a caccia ed è meglio che dorma, altrimenti la famiglia non mangia”. 

Vacillo. 

“Provi con la musica; la musica e il canto fanno miracoli”.

L’ostetrica si allontana; vedo solo la sua nuca, ma so che il sorriso è ancora lì, inquietante e privo di senso come quello dei due vecchietti di Mulholland Drive. 



Sono passati due anni. Le notti insonni non mi sono state risparmiate nemmeno questa volta. La mia prima figlia si è svegliata ogni due ore per un anno e mezzo. La seconda ogni tre, per due anni. La terza si sveglia, tuttora, secondo un timing notturno imprevedibile. 
Tre figlie, moltiplicate per anni di risvegli: il risultato sono io, oggi. Quel che resta di giorno.

Svegliare un essere umano ogni ora è una tortura brevettata dai cinesi e inserita nel loro famigerato repertorio come rimedio per prigionieri particolarmente coriacei. Dopo gli elettrodi sui testicoli e lo schiacciamento degli alluci, c’è la tortura del sonno. Io sono una reduce, una veterana pluridecorata che porta ancora i segni delle sevizie subite durante la prigionia. 

Eppure, domani, la mia ultima bambina e il suo cervello rettiliano compiranno due anni. Si sta per chiudere un’epoca fatta di risvegli atroci e fumo nel cervello, palpebre marsupiali e maratone di estenuanti addormentamenti canori.
Quanto abbiamo cantato, per fare addormentare le creature.

Per celebrare i due anni passati e dando per scontato che, nella mia vita, non dovrò mai più addormentare una neonata, ecco di seguito la colonna sonora soporifera degli ultimi nove anni. 

1) Prima bambina:

  

L’Arca di Noè, di Sergio Endrigo

Impostata in loop nell’iphone, “partirà, la nave partirà”: la nave partiva, la bambina si addormentava. I genitori, invece, rimanevano svegli, con gli occhi fissi nel buio, a interrogarsi sul significato di una delle canzoni più angoscianti della storia musicale italiana. 

“Un volo di gabbiani telecomandati
e una spiaggia di conchiglie morte.”
...
“Un toro è disteso sulla sabbia 
e il suo cuore perde kerosene.
A ogni curva un cavallo di latta
distrugge il cavaliere.”
...
“La casa è vuota, non aspetta più nessuno.
Che fatica essere uomini!”.

Niente maternity blues per me. Ma vi assicuro che l’Endrigo blues è stato molto peggio. La bambina, invece, è cresciuta sana e allegra. So, però, che un giorno me la farà pagare. 

2) Seconda bambina: Into my arms, di Nick Cave.


Ah, quella voce, Nick. Vibrante e roca, forte e carezzevole allo stesso tempo. 
Parole che dovrebbero sempre accompagnare una donna, che sia suo padre o il suo uomo a dirgliele. 

"I don't believe in an interventionist God
But I know, darling, that you do
But if I did I would kneel down and ask Him
Not to intervene when it came to you
Not to touch a hair on your head
To leave you as you are
And if He felt He had to direct you
Then direct you into my arms".

3) Appena nata, la terza bambina reclinava il capino su qualunque spalla (preferibilmente quella del padre), non appena partivano le note del Nessun dorma (Turandot, Puccini). 


    

Poca coerenza, lo so. Ma quel “Vincerò” lo ha introiettato per bene.
Crescendo, i suoi gusti musicali si sono evoluti. Ha iniziato a ipnotizzarsi con Addio Lugano bella. Canzone di anarchici, da cantare a squarciagola in coro familiare. 

"Addio Lugano bella, o dolce terra pia (con la pronuncia veneta, diventa: “o dolce terapia”)
scacciati senza colpa, gli anarchici van via.
E partono cantando, 
con la speranza nel cuor”.

Il risultato è una bambina con le idee chiare: non solo vincerà, ma lo farà a modo suo. 


martedì 2 settembre 2014

Ibis redibis

Ad alcuni è dato di crescere in un luogo per doverlo poi lasciare. C’è chi va via perché deve, chi perché lo vuole. Spesso, la vita, l’amore e il lavoro si trovano altrove, in luoghi più o meno lontani, più o meno diversi. Nel nuovo luogo si costruisce: ma è solo da dove si è partiti che si può continuare a tornare. 
E ogni anno, spinti da una forza inspiegabile ma nota, risaliamo la corrente come i salmoni e torniamo al punto delle nostre partenze. 
È il luogo che continueremo a chiamare sommessamente casa; ma a bassa voce, perché gli altri non sentano. 
È il luogo in cui il tempo si è fermato anche quando continua a scorrere; in cui rimani sempre lo stesso pur essendo cresciuto; in cui ritrovi ogni cosa anche se tutto è cambiato. Non deve per forza essere bello; basta una piazza, un bar, la casa, un campetto e l’orizzonte. Questo luogo parla attraverso un lessico condiviso solo da quelli che gli appartengono. Non attira tutti, solo i suoi figli. Di solito, più il legame con il luogo di partenza è forte, più lontano si riesce ad andare. 
Poi però si torna, ed è sempre un ritorno ad immersione integrale, mani testa piedi e cuore, difficile da spiegare a chi, a differenza di noi, da lì non è partito. 


Il luogo della mia partenza e dei miei ritorni ha una bellezza violata che riesco ancora a cogliere, nei suoi residui, con la cieca ostinazione di un’innamorata delusa. È diventato, negli anni, talmente tanto brutto, che l’immersione totale mi scortica ogni volta. E però mai potrei non tornare. Perché il mare è dappertutto, ma il mio è solo qua. Bisogna tornare per osservarlo e ritrovare la sua forma, ogni anno sempre uguale, benché il mare non stia mai fermo. 

Oggi c’è la calmerìa di scirocco, cielo e acqua dello stesso colore, i rumori ovattati. Domani arriverà il vento canale, i cavalloni imbizzarriti che ti strappano il costume e tutto vola via, ombrelloni teli giornali. Il vento canale dura a lungo, così a lungo che c’è chi impazzisce. E poi, senza avvisare prima, viene il vento di terra: liscia la superficie del mare che diventa pigra e ondulata, come una coltre stesa sopra i corpi di due amanti senza fretta. 
Chi è cresciuto qua sa che in spiaggia si parla del mare e della forma dell’acqua e ogni giorno ci si scambia il bollettino dei venti e delle correnti. Poi i pettegolezzi, i libri iniziati e mai finiti, le elegie del pomodoro che sa di pomodoro, le confidenze tra amici che non si vedono da un anno e che vengono riprese esattamente dal punto in cui si erano interrotte l’anno prima. 
Quando torni nel posto da cui sei partito, non trovi fili recisi che si spezzano e lasciano buchi; c’è solo da riprendere l’intreccio, la trama non conta, perché è sempre la stessa. 


Quanto tempo si deve concedere, ogni anno, al ritorno? Due settimane? Un mese? Di più? 

Il tempo di fare la conta di chi è partito e non è tornato, delle sedie rimaste vuote fuori dagli usci, delle porte di case che nessuno riaprirà. Il tempo di vedere che, grazie a dio, qua non cambia mai nulla. Il tempo di farti avvolgere dalle spire dei giorni uguali e prevedibili, di rannicchiarti dentro quella comoda culla che oscilla sempre con lo stesso ritmo e che non è diventata troppo stretta, nemmeno adesso che sei cresciuta. 
Il tempo di farti riconoscere dal tuo cielo, comporre l’inventario dei ricordi, inghiottire le tue madeleines fatte di pane caldo e frutti di stagione, salutare chi se n’è andato e chi resta. Darsi il tempo di aspettare la pioggia di fine estate e benedirla quando arriva. 

Io ritorno per ripartire ogni volta, perché chi non si muove mai non è vivo. 
Ma ripartire senza mai tornare sarebbe un ben triste modo di muoversi su questa terra.

post correlati