venerdì 29 luglio 2016

Tintura d'odio

Interno giorno. 

Parrucchiere di paese, a gestione familiare integrale (lui taglia, la moglie risponde al telefono, sua madre fa lo shampoo, il figlio gioca coi Lego respirando effluvi di tintura).
Non c’è ressa, saremo tre o quattro clienti in tutto. 
L’arredo è anni settanta, a voler essere velleitari. I toni della stanza variano dal nero stinto, al marrone-sporco, al grigio-topo. 
Il parrucchiere è un bravo ragazzo; mi dice che a settembre si trasferiscono tutti al nord, perché ha trovato lavoro in un grande barber shop. Dice che non gli pesa lavorare sotto un padrone; è stufo delle carte e della burocrazia: meglio un posto sicuro. 
Mi immergo nella lettura del giornale, mentre aspetto che il colore in posa sulla ricrescita mi riporti indietro nel tempo; i capelli impiastricciati sono appiccicati al cranio, le punte sparate in tutte le direzioni. 
Dio quanto è ridicola una donna mentre si fa la tinta. 
Leggo del prete francese sgozzato da un ragazzino. Mi angoscio. 
La signora seduta nella poltrona accanto a me comincia a parlare a voce alta: riconosco le frasi che dice per averle sentite decine di volte, come il ritornello di una hit estiva: sono le stesse che, ogni anno, sento dire ai miei alunni, in classe, quando si parla di immigrazione. 

“Vengono tutti qua e poi li dobbiamo mantenere noi! Gli danno 35 euro al giorno, a questi qua, che girano coi cellulari nuovi, e poi ci sono tanti poveri italiani per strada che non sanno come campare e a loro non gli danno niente”.

Intervengo, in automatico: “I 35 euro li danno alle cooperative che li accolgono, tutte gestite da italiani; ai profughi credo spetti una diaria di 2,50 euro”. 

La signora annuisce approvando, come se avessi prodotto un argomento a suo favore. 
Sto per chiederle dove sono questi italiani che vivono per strada, qui, nella Riviera Jonica, perché io non ne ho mai visti, ma lei è già andata oltre, e sembra un generatore automatico di cazzate di Salvini: 

“E poi vengono qui e ci rubano il lavoro a noi italiani”. 
“E i loro figli li dobbiamo mantenere noi a scuola, e se stanno male vanno in ospedale e pretendono di essere curati gratis! Perché li conoscono perfettamente i loro diritti, meglio di me li conoscono! E devi vedere come pretendono, come chiedono!” 

E fino a qui avrei potuto anticipare, parola per parola, tutto quello che ha detto, livida, con la voce schifiata, perché sono le stesse cose che ripetono con odio e baldanza i miei alunni, nelle mie classi venete, e le ripetono perché non le hanno pensate: le hanno sentite dire a casa, a mamma, papà, fratelli, zii e parenti. 
Ma poi arriva la sorpresa. 

“E i bambini che colpa ne hanno, poveretti?” interviene infatti a quel punto la madre del parrucchiere, guardando teneramente il nipotino che gioca. 

“Niente, nessuna colpa! Ma a loro nelle scuole tutto l’aiuto è dovuto, li aiutano in tutti i modi, perché sono extracomunitari, ma i nostri bambini, guai! per loro non fanno niente! Io lo so, eh! Perché, non lo so che per loro si fa tutto e per i nostri niente?” si scalda la signora. 

A questo punto la me stessa indignata vorrebbe balzare in piedi e urlare, paonazza: 

Ma li aiuta, chi? Ma non fanno niente, chi? Ma dove minchia li vedi, deficiente, tutti questi extracomunitari nelle classi dei bambini siciliani? La popolazione scolastica siciliana è diminuita di diecimila unità, negli ultimi anni, bestia, mentre al nord i numeri restano invariati. E lo sai perché, capra? Non perché ci sia un calo di nascite maggiore che nel resto del paese, ma perché nel resto del paese gli stranieri mantengono il saldo in pari! Perché solo il 3% di tutti gli immigrati decide di stabilirsi in Sicilia, che è una terra che sta invecchiando e morendo sotto cumuli di immondizia e quindi tu e i tuoi conterranei, come me, siete destinati ad estinguervi, come è giusto che sia, perché nemmeno un disgraziato che scappa dalla guerra e dalla fame sceglierebbe di vivere in una regione che è capace di produrre solo munnizza! Perché la metà dei compagni di classe di mia figlia, in Veneto, quest’anno, aveva il cognome straniero; e le sue maestre le hanno insegnato lo stesso a leggere e scrivere! E le classi erano piene, e le scuole pure. Mentre qui in Sicilia tuo nipote di compagnetti stranieri che “vengono aiutati e invece lui no”, non ne ha, pecorona ignorante! E la sua insegnante, probabilmente, sarà costretta a fare le valigie, quest’estate, e trasferirsi al nord, dove potrà andare in giro a lamentarsi che il tempo è una merda, e poverina la capisco, ma la pagheranno per lavorare, e lo potrà fare solo lì perché lì è pieno di marocchini, moldavi, albanesi, cinesi, tunisini e macedoni che lavorano e mandano i figli a scuola! Cretina! 

E so che il parrucchiere mi darebbe ragione, se dicessi tutto questo, perché pure lui se ne sta andando dalla Sicilia, con tutta la famiglia, compreso il figlio che da settembre non frequenterà più una scuola siciliana. 

Ma io tutto questo non lo dico. Sto per dirlo, l’ho tutto pensato in un attimo, ma non lo faccio, e non so nemmeno io perché. Forse perché ho la tinta nei capelli e una mantellina di plastica legata attorno al collo e tutto ciò non si addice al fervore civico e sentimentale che mi anima. 
O forse perché mi sento impotente di fronte alla stupidità, all’ignoranza e alla malafede e quindi sono colpevole quanto la signora cretina che mi sta a fianco. 
Impotente e colpevole, taccio. 

Poco dopo, mentre accompagno le bambine al mare, l’auto che ci precede investe un gatto e tira dritto. 
Freno: è la prima volta che assisto all’agonia di un essere vivente. La bestiola fa tre o quattro balzi, mossa dal dolore che deve essere atroce; poi si accascia in uno sbocco di sangue e resta a tremare e a morire in mezzo alla strada. 
Io e le bambine urliamo. Non sappiamo cosa fare, il gatto sta morendo. Questa è la sofferenza senza rimedio e fa male vederla. Vorrei scendere, ma non avrei mai il coraggio di toccarlo, non saprei nemmeno cosa fare. Faccio manovra per non passargli sopra. La gente per strada scuote la testa, qualcuno impreca; ma tutti - me compresa – tiriamo dritto per la nostra strada. 

Impotenti e colpevoli, tutti.

(Il parallelismo tra gatti e immigrati può sembrare irrispettoso, ma non è questo il punto).

martedì 26 luglio 2016

Schemi da spiaggia




Le giornate trascorrono tutte uguali, cadenzate da granite, tuffi, pranzi affollati, cattive notizie dal mondo, bambine che continuano a perdere le ciabattine, che crescono all’improvviso e a settembre vanno in prima media, bambine che galleggiano coi braccioli e se la cavano da sole in mezzo al mare. 
Da settimane, immobile sotto l’ombrellone, aspetto risposte dal futuro (al quale spero di aver fatto le domande giuste) e nel frattempo osservo le persone, presenti e passate, e rifletto. E poi schematizzo, perché gli schemi rendono tutto più comprensibile e non impediscono l’analisi. 
E le persone, schematizzando, si dividono principalmente in tre tipi: semplici, complicate e complesse. 

Semplice viene dal latino simplex (sem+plex): significa “piegato una sola volta”. Quindi non liscio, ma con una piega: una sola. Tolta quella, non restano segreti, domande o difficoltà. Una piega, un meccanismo elementare, un solo movimento e tutto si s-piega. Le persone del tipo semplice praticano la reductio ad unum: evitano la varietà, la moltiplicazione delle opzioni, si accontentano di un solo colore, di un solo tipo di pasta, del vino della casa e cambiano l’auto ogni venti anni. Sono pigre, forse; probabilmente sagge. A volte possono essere molto intelligenti. 
La maggior parte degli adulti che hanno riempito il mio mondo di bambina appartengono o appartenevano a questa categoria. Mano a mano che ne scoprivo, con poco sforzo, il funzionamento basilare, la loro semplicità mi inferociva, mi toglieva aria, mi deludeva. Adesso che sono cresciuta, quella stessa semplicità mi sostiene, mi rassicura e mi placa. 
Non è difficile capire una persona semplice. Lo è saperla apprezzare. 

Se non sei semplice, invece, ci sono solo due possibilità: o sei complicato, o sei complesso. E non ne farei una questione di genere.

Complicato viene da complico (tutte e tre le parole contengono la medesima radice indoeuropea, plek, che significa “piega” o “parte”), cioè “piego assieme” (cum+plico), più e più volte. 
Se sei complicato significa che sei pieno di pieghe, ingarbugliato, incasinato. Il complicato è avviluppato in sé stesso e da sé stesso, è imbrogliato e, allo stesso tempo, imbroglia. Nel complicato c’è sempre qualcosa di inautentico da cui bisogna guardarsi. 
Le persone complicate non sono pericolose, in fondo; però possono fare del male, perché tendono ad avvolgere e a stringere tra le proprie spire chi sta loro accanto. I complicati lo sono sempre sulla pelle altrui. Sono però irresistibili, almeno all’inizio. Se si ha a che fare con una persona complicata, la tentazione di togliergli qualche piega di dosso è fortissima. È quasi un gesto meccanico, come lisciare con la mano la gonna spiegazzata.
Può dare anche qualche soddisfazione, come quando si viene a capo del filo ingarbugliato e si riavvolge la matassa. Solo che non sempre è facile sbrogliarla, perché, ovviamente, i gradi di complicatezza possono essere tanti. Si può andare dalla semplice camicetta spiegazzata al plissé definitivo. Nel primo caso basta un colpo di ferro da stiro; nel secondo, forse, nemmeno una pressa. In entrambi i casi, il complicato, il “pieno di pieghe”, può causare fastidio e fatica; e ci vuole tanta pazienza e spirito di sacrificio perché le pieghe vengano lisciate una a una, fino ad arrivare alla nuda spianata, che, il più delle volte, è una landa desolata. Un complicato con le pieghe appiattite è pronto per essere cestinato. Se lo spiani, lo smascheri per quello che è: un semplice che si è così tanto contorto e avviticchiato da non farsi più riconoscere. 
Ho avuto a che fare con persone complicate, nella mia vita: all’inizio mi hanno affascinata, poi è sopraggiunta la noia. Perché, come nel caso dei semplici, il meccanismo è sempre quello, solo che si replica all’infinito e dopo un po’ stanca. I complicati, se smascherati, sono prevedibili e quindi gestibili. Si può vivere con loro, se ci si abitua al fatto che nulla sarà mai facile; faranno sempre ciò che hai imparato ad aspettarti da loro e raramente ti deluderanno. 
Le eventuali sorprese saranno in realtà contrattempi. Complicazioni, appunto. 

Complesso viene invece dal latino complexus, che è il participio passato di complector ("abbraccio", "comprendo", da cum + plector, "intreccio insieme"). 
Non giustapposizione di pieghe ma trama. 
La persona complessa può essere come un fuoco vivo che ti scalda. Non è statico, non è prevedibile, ma nemmeno inquietante. Chi è complesso non ha pieghe visibili, ma ti sorprenderà con i suoi scarti improvvisi. Che saranno solo apparentemente inspiegabili. Poi ti accorgerai che non li devi spiegare: richiedono di essere compresi (prendere insieme, cogliere, racchiudere), operazione ben più stimolante e coinvolgente dell’appiattire le increspature. Li devi abbracciare. C’è in loro un meccanismo raffinato, un sistema composto di più parti focali interconnesse, che funzionano l’una in relazione all’altra, e tutto si tiene. La struttura resta nascosta, ma regge l'insieme: una persona complessa può anche essere scambiata per una semplice. Ma l’equivoco non dura molto. 

Volendo ancora schematizzare: da un complicato si può voler scappare. Da un semplice si ritorna. Da un complesso non è necessario allontanarsi. 

Mi sorge, però, un tipico dubbio da ombrellone: e se invece che “tipi” fossero solo “fasi”? Delle modalità che si attraversano in base all’età e alla disposizione: c’è la semplicità dell’infanzia, le estenuanti complicazioni adolescenziali e giovanili, e poi la complessità dell’età matura. 
Infantile, adolescenziale e maturo possono quindi essere sinonimo di semplice, complicato e complesso? No, troppo schematico. 
Cancello la lavagna e ricomincio.
Allora: sono seduta sotto un ombrellone e osservo.
Ho ancora qualche settimana di ferie. 

giovedì 2 giugno 2016

Magna Charta (Femminile singolare)

Venite qua, bambine mie, tutte e tre, che vi devo parlare. Tu, la prima, sei grande, tirannica, dolcissima. Tu, seconda figlia, sei bella da togliere il fiato. Tu, l'ultima, così piccola che occupi tutto il mio mondo e le mie giornate, ascoltami.

Venite qua, debbo spiegarvi come si fa a crescere donne libere e forti. Finora ho dovuto solo pettinarvi, sfamarvi, vestirvi e svestirvi, e dormire poco. 
Adesso però, viene la parte difficile. I tempi sono brutti, bambine: possono succedervi cose terribili solo perché siete femmine, e io devo mettervi in guardia. 

Devo farvi capire che avete il diritto di amare chi volete voi e di dire di no a chi vi ama male. 

Il diritto di fare le vostre scelte senza ascoltare chi proverà a impedirvelo dicendo: "ma tu non puoi, tu non devi, perché sei femmina, perché sei madre". 

Il diritto di voltare le spalle a chi avrà bisogno di piangere e chiedere perdono per avervi fatto del male.

Non  c'è amore senza rispetto e cura e forza. 
Devo farvi capire che amare significa semplicemente volere il bene dell'altro.

Io e papà vi dobbiamo mostrare, anche con l'esempio, che la vostra libertà di femmine è sacra tanto quanto quella dei maschi. Non di più: uguale.

Papà e mamma insegnano, anzi mostrano, ai figli come si ama e come si deve essere amati. Come si accetta l'altro e come si dice di no.  

Bambine mie, ascoltatemi, è semplice. 

Se vi dice che non andate bene, che dovete cambiare, che quello che siete non basta: scappate. Scappate soprattutto se ha anche ben chiaro in testa un modello al quale dovreste corrispondere. Quella non siete voi: è sua madre. 

Se l'unico motivo per cui dovreste rimanere con lui è perché lui vi ama, scappate. 

Nessuno deve avere paura, mentre dice: "Non ti amo più".  Se ce l'avete, mentre lo dite, è arrivato il momento di correre.

Abbiate paura solo se vi state accontentando, solo se qualcuno vi costringe a fare qualcosa che non volete. 

Scappate, bambine, scappate lontano. Quelli non sono uomini, sono bambini mal cresciuti e sanno fare del male. Gli uomini veri possono anche fare a meno di voi. 

Ho finito. E adesso aiutatemi a rassettare questa casa, che è un casino. Ve lo chiederei anche se voi foste tre maschi.

mercoledì 18 maggio 2016

Asciutta e felice

Appena sveglie, come ogni mattina, le manine di mia figlia percorrono ad occhi chiusi il mio collo, per inchiodarmi la testa sul cuscino e trattenermi ancora qualche minuto a letto. 
- Un po’ di coccole, mamma – piagnucola con garbo. 
Poi mi fa la solita domanda: 
- Oggi è sabato? 
- No – rispondo io, sei volte su sette. 
 Mentre i suoi polpastrelli mi ridisegnano i contorni del viso, sbadiglio e gli occhi si riempiono di lacrime di sonno. 
- Perché c’è una lacrima sulla tua faccia, mamma? 
- Perché vorrei dormire ancora. 
Lei ride come se le avessi raccontato una storia buffa, a cui non crede. 
 - No. Tu piangi di felicità, perché mi vuoi bene! 
Rido anch’io e sto per dirle che è vero, è come dice lei, piango di felicità perché le voglio bene e perché è bello svegliarsi con le sue manine addosso. Invece mi faccio prendere dall’imperativo categorico della sincerità e insisto: 
- No, amore mio, io non piango mai di gioia. Quando sono felice, io non piango. 

Lei continua a ridere e si fa distrarre dai suoi piedini nudi. Mentre si rosicchia con cura l’unghia di un alluce, io continuo a riflettere sul tema. La gioia e la felicità, per quanto intense, non mi hanno mai fatto venire le lacrime. Piango di dolore, piango di rabbia davanti alle ingiustizie, piango di autocommiserazione, soprattutto se sono nel periodo dell’ormone difficile. 

Immagino che si possa piangere anche di sollievo, di commozione, di gratitudine. Ma gioia e felicità, per me, hanno il volto asciutto, il sorriso e la risata, il cuore gonfio anche se leggero, i polmoni improvvisamente più capaci, gli occhi limpidi. 
 Nella mia personale fenomenologia del sentimento, le lacrime, se non soffro, si possono accompagnare solo a quelle risate semi-isteriche tra amiche, quelle risate che scoppiano improvvise dopo una serata di chiacchiere tra il metafisico e il postribolare, dopo lo scambio di confidenze atroci, di feroci prese in giro, di battute da caserma. Quelle serate che qualunque donna dotata di autoironia e amiche all’altezza conosce bene. Ma quella non è gioia: è culo. 

Questo, però, non è ancora il momento di spiegarlo a mia figlia. 


- Mamma, tu sei il mio cielo azzurro e io sono la tua stella – mi dice lei, recitando un verso della poesia che le hanno fatto imparare all’asilo per la festa della mamma. E me lo dice con l’alluce in bocca. 


Ecco, potrei piangere di felicità, per la bellezza di questo risveglio. 

Invece rido. Rido e salto giù dal letto, stanca come ieri, spaventata come ogni giorno, incasinata come un paese in guerra. 
Ma asciutta e felice, come quando la vita è bella un istante.


domenica 6 marzo 2016

Furor uterino

La parola “utero” viene dal latino uterus, che, a sua volta, è imparentato con uter, utris: otre. L’utero e l’otre condividono quindi la forma linguistica e quella reale, poiché entrambi sono recipienti di tessuto organico dotati di un’apertura. Hanno in comune anche la funzione di contenitori: l’uno per la vita umana, l’altro per l’acqua, necessaria alla prima. Due oggetti preziosi, insomma. 
L’utero, però, a differenza dell’otre, oltre a essere un contenitore, è anche un contenuto: si trova cioè dentro le donne. E qui le cose si complicano, perché chi dice donna dice danno. 
Così come l’oggetto-utero è contenuto nella donna, il nome-utero (stavolta in greco) si trova inglobato dentro un altro nome, un nome usato per definire un disagio psichico tipicamente femminile: il termine isteria, infatti, viene dal greco hystera, che significa utero. 
Già noto al tempo degli antichi egizi, questo malessere venne indagato anche dalla medicina classica: si riteneva che, quando le donne si comportavano in modo strano, la causa fosse da ricercare nella posizione o nelle condizioni del loro utero. Da cui la parola “isteriche”. 
Ippocrate e Galeno ne erano abbastanza certi e avevano indicato una serie di rimedi infallibili per rimettere gli uteri fuori posto delle scalmanate nella giusta posizione; le loro approssimative conoscenze anatomiche li rendevano sicuri che, quando l’utero si spostava troppo in alto, poteva addirittura arrivare a toccare la testa e questo comportava bizzarre conseguenze sull’umore e il comportamento della malcapitata (l’equivalente femminile, direi, del concetto di “testa di cazzo”; non sembra però che la medicina storica si sia dedicata alla soluzione di questo problema tipicamente maschile con la stessa indefessa caparbietà con cui ha cercato di riposizionare gli uteri; probabilmente perché coloro che ne erano affetti – molti medici, tra di questi – non possedevano un utero). 
Ad ogni modo, collassi, paralisi, convulsioni e stati catalettici erano tutti sintomi riconducibili all’isteria e venivano curati nel modo più consono e fantasioso: fumigazioni pestilenziali, purghe, bagni bollenti, impacchi di varie sostanze aromatiche. Si consigliava di starnutire, per fare scendere l’utero peregrino, oppure di ricorrere al matrimonio: nel caso delle fanciulle isteriche, infatti, si riteneva che l’astinenza sessuale fosse la causa principale degli attacchi di malumore eccessivamente teatrale o di nevrosi parossistica che erano catalogati col nome di isteria. Insomma, con uno starnuto ben assestato o due colpi di pisello, il problema poteva essere risolto. 
Durante il medioevo, la morale cristiana non mancò di aggiornare le nozioni mediche relative a questo disturbo: isterica, epilettica o anche semplicemente strana, diventarono sinonimi di “strega”. La cura, in quel caso, passava per l’acqua o per il fuoco: con un bel rogo o tramite l’annegamento, gli attacchi di isteria delle femmine trovarono un rimedio un po’ più radicale dei decotti classici, ma senza dubbio definitivo.
Nel Cinquecento, la ricerca medica si arricchì del contributo di un certo Ambroise Paré, medico di corte, il quale ideò una cura di strabiliante intelligenza e raffinatezza: “faceva porre la paziente sulla schiena, gridava il suo nome più volte e ne afferrava violentemente i peli pubici (sia per provarne l'insensibilità cutanea sia “affinché il pungente e maligno vapore che sale possa essere riportato verso il basso”
Aveva fatto sicuramente meglio il suo collega e coevo François Rabelais (sì, proprio quello del Gargantua et Pantagruel); Rabelais individuò la soluzione a mio avviso più efficace: fu il primo a riconoscere l’origine psicologica del brutto male muliebre e consigliava infatti alle donne isteriche di distrarsi con piacevoli attività che tenessero occupata la mente. Lui non lo sapeva ancora, ma aveva aperto la strada allo shopping terapeutico come antidoto alla nevrosi. 
Sacrale nell’antichità, satanica nel medioevo, questa malattia direttamente riconducibile al possesso di un utero era comunque collocata nella sfera extra-corporea. Fu necessario aspettare il progresso scientifico del Settecento e dell’Ottocento per riportare sintomi e cause dell’isteria nel corretto ambito fisiologico. Il buon Freud, all’inizio del Novecento, avrebbe fatto il resto. 

E veniamo ai nostri giorni. L’utero, ci avevano illuso le nostre nonne combattive, è nostro e ce lo gestiamo noi. Contraccettivi, aborto legalizzato, divorzio, fecondazione assistita, eterologa…quanta strada abbiamo fatto, da quando tutto ciò che concerneva la nostra vita sessuale, le nostre facoltà riproduttive e la fisiologia femminile veniva puntigliosamente sottratto al nostro controllo per essere codificato, regolato, definito e giudicato dai nostri tutori dotati di scroto. 
Fino a oggi. Fino all’utero in affitto. Quando c’è di mezzo questo sacchettino di carne, gli animi si riscaldano: l’isterismo – collettivo, stavolta, non più solo femminile – è stato risvegliato dal dibattito sulla maternità surrogata, collegata alle adozioni gay. Giornali, tv, Parlamento e bacheche social sono state prese d’assalto da chi si scaglia istericamente contro l’indegna libertà di mettere a disposizione il proprio utero per portare a termine una gravidanza conto terzi, senza poi passare il resto della propria vita ad allevare l’inquilino in affitto. 
Abominio, infamia, indegnità, sub-umanità. 
Ora, sono temi delicati, lo so. Delicati quanto la vita, l’amore, la libertà, l’innocenza. 
Io, per tre volte, ho dato in comodato d’uso gratuito il mio utero per far nascere le mie figlie, che lo hanno usato per fare qualche mese di capriole e adesso me le ritrovo in giro per casa. Il mio utero non lo darei mai in affitto, perché per me sarebbe troppo faticoso, sia fisicamente che emotivamente: non riuscirei a farlo né per soldi, né per generosità. Ma non ho le idee così chiare su cosa debbano fare le altre. 
Penso che, in uno Stato in cui si è legalmente libere di decidere di non portare a termine una gravidanza o di abbandonare anonimamente in ospedale un figlio che non si desidera (o non si può) crescere, non sarebbe poi così abominevole se si decidesse di regolamentare questa nuova pratica, di renderla legale mediante la codificazione di un iter che tuteli tutte le parti in causa (almeno tre) e limiti gli abusi. 
Vietare l’utero in affitto in Italia è solo una questione di principio, non di buon senso, né una soluzione del problema. Questa è solo l’opinione di un’umile detentrice di utero. 
Un otre, se volete. Ma un otre, ricordatevi, pieno o vuoto, resta sempre un otre. E una donna, con l’utero pieno o vuoto, resta sempre una donna. 
Per fare una madre, ci vuole altro. 




giovedì 25 febbraio 2016

Stepfreedom

Libertà 1 
Amorevole Facebook, ma che bisogno c’era di darmi tutta questa possibilità di scelta, questa vasta gamma di sfumature iconiche, questa paralizzante abbondanza di faccette? Quel caro, ambiguo, polisemico “mi piace” era ubiquo ai casi, buono per tutti i palati, ti toglieva dagli impicci e ti deresponsabilizzava. Tu lo mettevi spensierata e poi erano i destinatari a doversi sobbarcare l’interpretazione, i risvolti, le sfumature, i significati occulti, il sottotesto e l’ammiccamento, i retro-pensieri e le eventuali implicazioni ironiche. 
Sono qui che osservo le nuove alternative al like da mezzora, ormai, e non ho ancora deciso cosa cliccare sotto l’ennesimo invito di mia madre a giocare a Criminal case

Libertà 2 
Venerabile Accademia della Crusca, ma che, stiamo scherzando? Il tuo compito era setacciare e passare al vaglio, separare il grano dal loglio, prendere posizione con autorevolezza; salga a bordo, cazzo, Accademia: è da vigliacchi lasciare la nave in balia dei “begli errori” delle nuove generazioni (e cosa vuoi che sia la penna rossa di una prof, di fronte ad una Crusca piena di tatto? Stamattina, in classe, era tutto un felice risuonare di "esercizioso", "compitoso", "bidelloso"). Qualcuno finirà per scambiare l'uso criminoso del suffisso per creatività poetica fanciullesca. 

Libertà, forse 

Parlamento italiano, oggi hai messo il like alle unioni civili ma hai tenuto un atteggiamento quantomeno alfanoso sulla stepchild adoption
Proprio un bell'errore.
Evidentemente, preferisci la Natura alla Civiltà. 

venerdì 18 dicembre 2015

Agorafobia


C’è una piazza bellissima, dietro l’angolo di casa mia: squadrata, bianca, armoniosa. Vi si affacciano palazzi antichi, una chiesa, le Fontane Lombardesche. Si trova in cima al Colle delle Capre, nella parte vecchia della città. 
Quando la luce del tramonto la taglia, ispira riflessioni profonde e definitive - o ariose e volatili, a seconda della temperatura. 
Due statue si fronteggiano: Panfilo e Bernardino, glorie dell’Umanesimo. A parte queste due sentinelle di pietra, di solito la piazza è vuota. Deserta. Silenziosa. Metafisica e immobile. 
Bella, eh: ma le piazze vuote sono luoghi inerti. Bisognerebbe riempirle, meglio se di bambini. Il mio è un parere interessato, visto che io di bimbe ne ho a iosa, e le spedirei volentieri in giro per le piazze, per levarmele di torno un paio d'ore (come faceva mia madre quando doveva lavare i pavimenti di casa).
Che poi, le mie, se stanno troppo a lungo chiuse in casa, a un certo punto si fanno venire strane idee per la testa. Idee di solito irreparabili.
(Come quella volta che Bianca mi chiese:
- Mamma, mi dai un po' di farina?
- Cosa ci devi fare, tesorino bello?
- La pizza.)




Io ce le manderei le mie figlie a divertirsi un po' fuori, se non fosse che non si possono più lasciare i bambini da soli nelle piazze. Pare che sia un reato: abbandono di minore. 
E poi le mie sarebbero le uniche: le altre mamme non mandano i propri figli da soli a rincorrere palloni, a giocare a nascondino, ai quattro cantoni, a strega comanda colore, a meno che non siano guardati a vista o non siano protetti da recinzioni adeguate, modello "muro di filo spinato ungherese". Troppi pericoli imprevedibili. E pazienza se l’alternativa è lasciarli abbronzare ai raggi ultravioletti di ipad o TV nel salotto di casa.
La conseguenza è che i nostri figli stanno diventando dei portatori sani di analfabetismo motorio; ragazzini che, quando si ritrovano a giocare liberi in un cortile di scuola, non sanno mettersi d’accordo per stabilire o anche solo capire le regole del gioco: cadono, litigano, si fanno male, saltano e urlano senza costrutto, perché non sono abituati a gestire in autonomia occasioni ludiche non predisposte da adulti. 
Che mondo meraviglioso abbiamo creato, negli ultimi trent'anni, per questi bimbi iper-protetti e soli. Tutti campioncini di salto in alto e di judo, musicisti provetti, poliglotti. Tutti intruppati, accompagnati, scortati, depositati davanti a uno schermo (perché le giornate sono lunghe anche per i genitori) o  vicino ad un istruttore col brevetto. Tutti presi per mano e condotti lungo sentieri gloriosi di giochi creativi coatti, di lavoretti fatti a mano dietro la guida di adulti illuminati e tremebondi. 
Per modificare antropologicamente una generazione ci vuole poco: basta un po’ di paura, un velo di senso di colpa, una manciata di idee originali spacciate da pedagoghi con la vocazione del carceriere – o del Grande Fratello. 
Che responsabilità enorme, in effetti, decidere che tua figlia sia in grado di giocare da sola, all’aria aperta, senza che la cosa finisca necessariamente in tragedia. 
Ma, appunto, assumersi le responsabilità dovrebbe essere il compito di noi adulti. Quegli stessi adulti che, da bambini, erano lasciati per pomeriggi interi a giocare da soli in cortile, per strada, nelle piazze, con l’unica raccomandazione di non accettare caramelle dagli sconosciuti. 
Troppa libertà, a quanto pare, ci ha trasformati in secondini diffidenti, in droni occhiuti pronti alla guerra chirurgica contro le cadute, le automobili, gli angoli bui, i malintenzionati, i bulli che portano via la palla. 
Però mi chiedo: dopo esser cresciuti sotto il vetro infrangibile di una teca che li ha conservati incolumi, questi nostri figli riusciranno a non avere paura del mondo all’aria aperta, quando l'affronteranno senza i nostri occhi addosso? 
Perché è pure vero che una farfalla imbalsamata non ha nulla da temere, ma io colleziono figlie vive, non bellezze impuntate con gli spilli. 
E quando nevicherà e la piazza diventerà un ovattato campo da gioco, spedirò fuori le mie bambine con sciarpa guanti e cappello, affidandole allo sguardo protettivo di Panfilo e Bernardino.  
Oppure, alla fine, mi mancherà il coraggio e starò a guardarle da quest'angolo della piazza, mentre loro fanno la pizza con la neve e io batto a terra i piedi gelati e conto i minuti che mi separano dall'abbraccio col mio termosifone. 


(Quando servono foto meravigliose per illustrare pensieri storti, è meglio chiedere a Sergio Innocente, come ho fatto io per queste immagini di Piazza Maggiore).



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giovedì 19 novembre 2015

#####. Rughe verticali e orizzontali

Sul mio viso crescono linee verticali, come parentesi incise che mi disegnano diversa. Le scopro all’improvviso, se mi guardo allo specchio mentre parlo e rido: eppure la mattina, appena sveglia, sono sicura che non c’erano. 
C’erano solo le borse sotto gli occhi, il posto in cui finiscono le ore non dormite, le lacrime non del tutto versate, i film visti fino a tarda notte. 
Questi segni, invece, compaiono nello spazio di un giorno, misteriosi per provenienza ma utili per fare di conto, come un pallottoliere. 
Le chiamano rughe d’espressione: arrivano perché mi esprimo. 
Penso che siano verticali perché la vita è in salita: da zero a cento è una bella arrampicata (e non sono nemmeno a metà strada, a dio piacendo). Poi, le corde a cui ti sei aggrappata nei punti difficili restano lì, appoggiate alla parete, testimoni dell’ascesa, segno che sei andata avanti. 
Le rughe orizzontali, invece, sono ponti sospesi tra lo stupore e il corruccio, il sole troppo forte o le cose che non capisci. Sono le sorprese di ogni giorno che percorrono la tua fronte. 
Come un'apparizione improvvisa, fanno paura: perché prima non c’erano e adesso ci sono; come i figli, che arrivano, ti scompigliano e ti deformano. Ma se loro sono lì, è perché ci sei anche tu. 
Mi piacerebbe che la mia faccia non venisse scavata e solcata dai giorni che passano, eppure, una volta che ha preso questa forma, la mia faccia è ancora più mia. 
Non posso lisciarla e tirarla come le lenzuola perfettamente stese di mia nonna. Non più di quanto io possa cancellare le scelte sbagliate o le troppe sigarette fumate. 
Potrei chiedere a uno stuccatore di riempire i solchi con una spatola o un bisturi, ma tanto varrebbe indossare una maschera o un burka. 
Non ho mai avuto la tentazione di farmi fare la caricatura dai pittori di strada, forse perché le caricature non mi fanno ridere.
La mia faccia diventerà un reticolato di cardi e decumani per sentimenti ed espressioni in libera circolazione. O, se preferite, un grappolo di hashtag, una lunga strada ferrata.
Mi ci abituerò, vi ci abituerete. 

- Mamma, hai due ferite sulla fronte. 
- Non sono ferite, sono rughe. 
- Fanno male, le rughe? 

No, bambina. Fanno più male le fughe.

sabato 14 novembre 2015

Paris is a moveable feast

E non chiamateli “nuovi barbari”, per favore. Un po’ di rispetto per quei valorosi guerrieri a cavallo che, galoppando pancia a terra dalle steppe al Reno, travolsero e sbaragliarono uno dei più formidabili eserciti di tutti i tempi, quello romano.
Questi sono degli idioti in calzamaglia nera che sparano alle spalle di persone inermi.
Altro che “nuova barbarie”: stiamo parlando di gente che ha sì e no le palle per tagliare la gola ad un ostaggio solo dopo avergli legato le mani dietro la schiena; gente che, per conquistare una donna, conosce più o meno due tecniche di seduzione: o costringerla con la forza, oppure accontentarsi di 72 vergini che lo aspettano nell’aldilà; per convincerle, però - gli hanno detto - deve ridursi in coriandoli di carne. 
Non chiamateli barbari, perché i barbari erano bruti, truci e poco raffinati, non parlavano correttamente la lingua imperiale e probabilmente puzzavano pure: ma le loro donne se la passavano meglio delle matrone romane.
Questi sono macellai sfigati, addetti al mattatoio, coglioni esiziali.
Sono il braccio, ma mancano di testa e di onore. Invidiano ciò che odiano, per questo lo distruggono. 
Questi non sono la barbarie, non sono l’Islam, non sono il nemico. Sono persone come te e me, con un nome e un cognome. 
Ecco perché non li odio e non li capisco. Mi fanno orrore.

mercoledì 21 ottobre 2015

70

Se hai un papà alto e dalle spalle larghe, cresci sentendoti sempre al sicuro. La sua sagoma imponente ti fa ombra, si fa ombrello per le intemperie. Ti ripara anche quando non c’è, anche quando un ombrello da solo non basta. Non è la sua presenza fisica che fa la differenza: è quella sensazione di sicurezza, avvolgente e ferma, che hai respirato negli anni in cui lo hai avuto accanto mentre crescevi. Ormai fa parte di te.

Mio papà è alto, è forte, è buono. Le cose importanti le dice stando zitto: si fa capire con la postura. Quando aveva tre figlie adolescenti, ogni tanto giravano dei ragazzetti per casa. Lui non li degnava di uno sguardo; e loro, più venivano ignorati, più lo temevano e rispettavano. E poi aveva le mani grandi.

Non so che forma abbiano le lacrime di mio padre, perché non le ho mai viste e questo mi ha abituato a non fidarmi delle lacrime di un uomo. O a non considerarle normali. 
So invece quale aspetto assume la sua sofferenza, perché quella l’ho vista: è silenzio, spalle girate, sguardo lontano. 

Quando ero una ragazzina, l’ho osservato con occhi impietosi e ho deciso che andava ridisegnato tutto daccapo. Ci ho pure provato a spiegargli come avrebbe dovuto essere, ma non è servito a granché: è testardo e ha poca fantasia, ha preferito restare com’è: un po' John Wayne, un po' nonno di Heidi. Un duro dal cuore tenero. 

Lui è un uomo di poche parole e di poche idee, gusti semplici e modeste ambizioni: io, tutto il suo contrario. Capirsi non è mai stato facile. Io un vulcano attivo, lui spento. Spento, non estinto: quando lava e lapilli venivano fuori, era sempre una Pompei. Entrambi vulcani, ad ogni modo. 
Mi ha regalato il mio primo libro.

Ha una frase, sempre la stessa, che ripete in tutte le occasioni: “Sii sempre te stessa”. Il fidanzato mi lasciava per un’altra? “Sii sempre te stessa”; dovevo prendere una decisione epocale? “Sii sempre te stessa”. Papà, m'è crollato il mondo addosso: “Sii sempre te stessa”. 
Oggi ho finalmente capito perché non servono altre parole: mi è venuto in mente che, se proprio ci tiene tanto a che io sia sempre me stessa, forse è perché gli sono sempre piaciuta così. 

E ora trovatemi una definizione migliore dell’amore di un padre per sua figlia.

mercoledì 7 ottobre 2015

Untori

Ho tre figlie. Tutte e tre, nell’arco di dieci anni, sono state sottoposte a regolari cicli di vaccinazione: abbiamo fatto tutto, dalla meningite alla varicella, dai vaccini obbligatori (ancora nel 2006) fino a quelli solo consigliati. Su suggerimento di un pediatra coscienzioso e integralista, le ho vaccinate perfino per il Rota virus (cacarella). 
Per la prima figlia (2005), non mi è nemmeno venuto in mente di mettere in discussione l’opportunità del vaccino: mi sono presentata agli appuntamenti con lo stesso stato d’animo con cui la portavo ai bilanci di salute. A quel tempo, il vaccino era trendy.
Con la seconda (2009), l’approccio è stato altrettanto sereno, anche se il panorama di posizioni sulla questione stava cominciando a diventare variegato. 
C’era già una coppia, nel circuito delle cene tra amici del sabato sera, che aveva deciso di non vaccinare i propri figli. Ricordo che ho appreso questa notizia con la stessa blanda e astratta ammirazione con cui ascoltavo i loro racconti sulla scuola steineriana, sulla consacrazione ai gruppi di acquisto bio, sulla crociata contro la televisione (i nostri figli guardano solo DVD di cartoni animati equo-solidali!), sul parto in casa con assistenza dell’ostetrica sciamana, sui giocattoli-solo-di-legno e tutte quelle virtuose, coscienziose e soprattutto costose pratiche di vita che consentono una salutare simbiosi con la natura e il pieno di armonia cosmica, anche se vivi in centro e non hai il giardino. 
- Scherzi, i vaccini? E io dovrei fare iniettare un veleno nel corpo dei miei bambini, per fare gli interessi delle multinazionali e senza che vi sia alcuna necessità medica? Ma tu il morbillo non l’hai avuto da piccola? E la varicella? Ci siamo passati tutti, due settimane a letto e qualche crosta, non si muore certo per una malattia esantematica. Anzi, l’organismo si rafforza pure, i bambini crescono più resistenti ai virus. 

In effetti. 

Ma è solo con la mia terza figlia (2012), che le cose sono cambiate, così come il clima e le tendenze. 
Ed è arrivata la paura, la mia prima vera e più grande paura, più grande di quella per l’amniocentesi, più grande di quella per il parto di prova a tre anni dal primo cesareo. 
La vaccino sì o no, questa bambina? 

Il primo vaccino va fatto a pochissimi mesi. 
È notte, si è appena addormentata, ancora attaccata al seno; io navigo su internet col computer portatile sul cuscino (“è vicino alla sua testolina ancora molle, con quei neuroni disorientati, timidi, piccoli piccoli…non è che le onde elettroqualcosa del wifi le bloccano la crescita cerebrale?”). Salto da un link del terrore all’altro. I vaccini e l’autismo; un medico ha fatto delle ricerche, sembra che ci sia un nesso. Sì ma sono ricerche smentite dalla comunità scientifica. Sì ma vuoi mettere gli interessi delle multinazionali dei vaccini? Pensi che non cercheranno di insabbiare tutta la questione? Lo screditeranno, diranno che è un ciarlatano. E il mio pediatra? Perché continua a consigliarmi di vaccinare le mie figlie? È un ignorante scriteriato? Lo pagano le multinazionali? 
Vaccini e autismo; vaccini e ritardo mentale; vaccino e quantità di alluminio nei vettori. 
No, è troppo pericoloso. Non la vaccino la mia terza figlia. 
Però: perché lei no, e le altre due sì? 
E se tra due anni prende la meningite e muore? 
Se le viene una forma virulenta di morbillo e muore? 
Se le viene la rosolia mentre aspetta un bambino e muore? 
Ok. La vaccino, ma non subito. A un mese è ancora troppo piccola. 

Così, col cuore che ha tremato per giorni e giorni, ho deciso qual era il rischio che volevo correre per mia figlia: i vaccini sì, ma posticipati di qualche mese e non tutti in una volta, non tutti insieme. E solo se, alla data del vaccino, fosse stata in perfette condizioni fisiche. 
Ho tremato fino alla settimana scorsa, quando, finalmente, abbiamo fatto l’ultima punturina. 

Nel frattempo, sono aumentati in modo esponenziale gli amici che hanno deciso di non vaccinare i loro figli. Attualmente, sono la maggioranza dei miei conoscenti. 
All’inizio, pensavo che questa decisione implicasse solo la scelta – personale e quindi sacrosanta - di quale rischio correre: gli effetti collaterali del vaccino o l’esposizione alle malattie? Ognuno, in tal senso, ha diritto di prendere la decisione che ritiene più vantaggiosa o opportuna. 
Ma ora so che non è così. 
Se io decido di vaccinare mia figlia, mi assumo un rischio che è individuale (ci va di mezzo solo lei, se le cose vanno storte) e, nel contempo, contribuisco statisticamente a debellare la malattia in questione: all'assunzione individuale del rischio, corrisponde un aumento della sicurezza collettiva. 
Se non la vaccino, invece, scarico sulla comunità il costo di un pericolo (minuscolo ma reale) che ho deciso di non correre individualmente. E lo posso fare con ragionevole sicurezza, proprio perché la quasi totalità degli altri bambini è vaccinata. 
È un atto di protezione altamente egoistico: evito una fonte di rischio personale aumentando il rischio sociale, perché diminuisce la cosiddetta "immunità di gregge".
Pazienza, mi laverò la coscienza comprando solo la marca di caffé che non sfrutta il lavoro delle donne e dei bambini colombiani. Qui a casa mia, però, la solidarietà si ferma sulla porta della cameretta dei miei figli. 

Significa che i vostri figli non vaccinati, che sono ormai troppi, rischiano molto di più, adesso, di contrarre malattie che prima, grazie alla maggioranza vaccinata, avevano un'incidenza statistica infima. Rischiano di più i vostri figli e rischiano di più tutte quelle persone che non si sono potute vaccinare per motivi di salute (adulti e anziani). Perché la storia che non si muore di morbillo, diciamocelo, è una cazzata.

Non abbiamo conosciuto epidemie e tassi a due cifre di mortalità infantile per mezzo secolo, solo per un motivo: le campagne di vaccinazione di massa. 
Sarò una madre scriteriata, ma mi sembrano molto più utili e ragionevoli di una crociata contro l’olio di palma.

lunedì 14 settembre 2015

Here we go




Sono un’ottantina di facce, ognuna dotata di nome, cognome e zaino colorato: si trovano da qualche parte, là fuori, e mi stanno aspettando. 
Entro sabato le avrò viste tutte ma non avrò ancora imparato i loro nomi. Il mio lo scriverò alla lavagna e poi non lo useremo più, perché io sarò “la prof d’italiano” - se tutto va bene e non mi avranno intanto trovato un soprannome. 
Fra un paio di giorni toccherà a me entrare in classe e offrirmi ai loro occhi curiosi, alle loro orecchie disorientate, ai loro cervelli tremanti. I nasi fiuteranno paura ed eccitazione, esitazione e sicurezza. Mi vedranno sorridere spavalda e non sapranno che io sorrido sempre, quando sono emozionata e intimorita.
Mentre metterò la firma sul registro, richiamerò alla mente tutto quello che ho imparato e capito studiando per concorsi, corsi di abilitazione e di formazione: e cioè che l’unica cosa che serve per insegnare quello che sai, la scopri solo quando hai quelle facce davanti. 
Saranno in tanti e io sarò da sola, armata di un registro, un fastello di libri e una LIM mal funzionante alle spalle, il temibile equipaggiamento di serie; la penna no, me la dovranno prestare loro, perché io non ho mai una penna, quando serve. 
Non so, tra alunni e professoressa, chi pretenderà di più dall’altro. So che non basterà chiedere, che inizierà una lunga e sotterranea guerra di nervi, a chi resiste di più, a chi cede più tardi all’abitudine e alla monotonia del gioco di ruolo.
Ci saranno i momenti dell’esaltazione e quelli dello sfinimento, delle sorprese e delle delusioni, della gloria e della disfatta. In nove mesi, si ha il tempo di assuefarsi persino all’altalena di noia ed emozioni su cui si regge in bilico un intero anno scolastico. 
Ma il nostro primo giorno di scuola resterà unico e bisognerà che mi ricordi di guardarli subito negli occhi, tutti e ottanta, uno per uno, perché sappiano che io li vedo, come loro vedono me. 

lunedì 20 luglio 2015

Passerella a nord-est



Al Comune di Roccalumera si conoscono tutti. Per questo, l’impiegata che mi accoglie sull’uscio della portineria mi chiede per prima cosa chi sono e da dove vengo. Vorrebbe dettagli sulle mie ascendenze dirette e indirette, probabilmente per capire qual è l’ufficio del parente prossimo in cui mi deve smistare. Io però ho una missione precisa da compiere, per il bene della comunità: non sono venuta per ottenere un favore personale - anche se forse per loro è lo stesso: si dice che, a queste latitudini, i servizi erogati dai Comuni siano tutti dei favori personali. 
- Potrebbe cortesemente dirmi a chi posso segnalare lo stato increscioso in cui si trova l’arredo urbano del lungomare? 
L’impiegata, da curiosa, si fa improvvisamente ilare. 
- Ah ah ah ah! Ha tempo da perdere? 
- Sì. Sono in vacanza. 
- Non saprei con chi farla parlare. 
- Il sindaco? 
Lo so che il sindaco, in questi casi, è circondato da un cordone sanitario per tenere a debita distanza le rompiscatole stagionali come me; ma mi piace farla ridere, quest’impiegata. Chissà come si annoia, di solito.
- Ah ah ah ah! Il sindaco qui non viene mai. Sa, è un medico: è occupato nel suo studio coi pazienti. 
- Ah. E che faccio allora? Lo cerco nel suo studio e vedo se mi riceve tra un paziente e l’altro? 
L’impiegata è colpita dall’originalità della mia idea. 
- Ma lo sa che forse potrebbe funzionare? 
- Ormai che sono qui, però, potrei provare a parlare con qualcun altro. Un assessore all’Urbanistica? Un segretario? Un vicesindaco? 
- Ah ah ah ah! Allora ha veramente tanto tempo da perdere! Carmelo, con chi potremmo farla parlare questa ragazza? 
Carmelo è un dipendente comunale di passaggio in corridoio; si assume la responsabilità di guidarmi fino all’Ufficio Tecnico. 
L’impiegato che mi riceve è un signore serio e abbronzato. Mi ascolta, all’inizio diffidente, poi via via più sollevato. È evidente che l’enormità della mia richiesta fa di me una grana passeggera e inoffensiva. 
- La scaletta che porta in spiaggia è arrugginita e pericolante – spiego infervorata - l’ultimo scalino dista dalla sabbia mezzo metro: i bambini e gli anziani salgono e scendono con difficoltà. 
- Ma non c’è la pedana di legno sotto la scaletta? 
- Vuole dire quelle assi mezze marce inchiodate alla buona e ormai ridotte a un tappeto scheggiato? 
- Le usiamo solo da tre anni – risponde lui, ferito. 
- Sì, la pedana c’è; e pure il dislivello. Non potevate, come gli altri anni, far passare il bobcat per spianare la spiaggia e colmare il vuoto? Non dico di sostituire la pedana o far ridipingere la scaletta arrugginita… 

Adesso l’impiegato è ferito e indispettito. Tira un fatalistico sospiro e mi guarda come se io fossi il cavaliere Chevalley e lui il principe di Salina sul punto di spiegarmi i mali atavici di una Sicilia mitica e irredimibile. Invece se ne esce con un’affermazione piena di dolore. 
- Signora, c’è il mare. 
- Il mare. 
- Sì. Il mare, anziché portare la sabbia, si mangia la spiaggia. Quando io ero bambino, la spiaggia era lunga, lunga, lunga. Ora è la metà. E poi i bobcat non sono del Comune. Bisogna chiamare una ditta. 

In effetti, siamo sulla Riviera Jonica. Come prevedere l’azione erosiva del mare? Il mare, questa belva indomabile e infida contro cui nulla può l’uomo. Il mare è padrone, il mare è crudele. Io però sono testarda come un piemontese dell’Ottocento e razionale come un esponente dell’Illuminismo lombardo. Provo ad andare di logica. 
- Mi scusi: questa è una località balneare; avete un anno di tempo per prepararvi alla stagione turistica: non potevate rendere l’accesso agibile? Non potevate fare in modo che i turisti trovassero non dico un lungomare elegante, ma almeno decoroso? 

L’accenno al decoro lo turba. Mi fissa in silenzio per un secondo; sembra sul punto di dirmi qualcosa, poi si arrende. 
- Signora, qui non c’è la mentalità, per queste cose. 

La mentalità. Ha detto proprio “mentalità”. 
- Non è questione di mentalità; è questione di dignità. E di efficienza. Ma non vi vergognate ad accogliere così i turisti? Pensate che vedano solo il mare e lo Stretto, che non vedano la ruggine e le tavole marce che voi chiamate passerelle? E se qualcuno si fa male?
- Certo – abbozza – qualche cosetta in effetti si potrebbe fare. Dove ha detto che scende lei al mare? 
- All’altezza di via Casazza. 
Prende nota su un post-it giallo. 
- Vedrò cosa si può fare. Forse gli operai, manualmente, possono spostare un po’ di sabbia sotto la scaletta.
Poi, temendo di essersi spinto troppo oltre, mi avverte: 
- Però non le prometto niente. 
- E io vorrei poterle dire che non mi aspetto niente. Invece non è così: io penso che dovreste fare qualcosa. 

Mi alzo per accomiatarmi. Lui tiene una penna con l’indice e il pollice di entrambe le mani e la misura con lo sguardo. 
- Però – dice sommessamente – il lungomare di Roccalumera non è poi così brutto. Che gli manca? Si potrebbe sistemare con poco. 
Parlando ha alzato lo sguardo: mite, speranzoso, fiducioso. So cosa vuole che io dica. 
- No, non è poi così brutto. Basterebbe veramente poco. Ma non c’è la mentalità. 

Me ne vado. Prima di uscire mi guardo attorno: stanze e piani di questo municipio sono percorsi da cinquanta-sessantenni che sanno perfettamente qual è il loro compito: non fare nulla, e vi si attengono con scrupolo. Questo è un luogo senza costrutto e senza scopo. Mentre scendo in spiaggia sulla scaletta arrugginita e faccio un saltello sul tavolaccio traballante, mi dico che il buon vecchio Tomasi non aveva capito proprio nulla. Il fatalismo non c’entra niente con i siciliani. Perché concepire il Fato presuppone la capacità di alzare la testa e vedere un domani, che si sa già scritto. 
Ma questo è un popolo che tiene la testa bassa e del domani se ne fotte.



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