giovedì 31 luglio 2014

Holiday Inn

- Buongiorno! Che buon odorino, è pronto il caffè?
- No, tua figlia ha cagato per terra. 
- Zitti! Silenzio! Voglio dormire! 
- Chi è che urla? 
- Tua sorella. Dice che i bambini fanno chiasso e non può riposare.
- Sono solo le undici? Oggi mi sono svegliata presto! 
- Ariane, io sto uscendo, vado a fare la spesa: li tieni tu questi sei bambini? 
- Sì ma quando torni? Ho bisogno di andare a prendere una granita al caffè 
- Aleee! Fai il latte ai bambini?
- Non vedi che sto dormendo?
- Chi li porta al mare? Li porta Stefi? 
- No, è uscita stamani all’alba per andare a fare shopping. 
- All’alba?
- Sì, mentre tutti dormivano, per essere sicura che nessuno glielo impedisse. 
- Ma dove sono le maschere? 
- Mamma, non trovo le ciabatte! Posso prendere quelle del nonno? 
- Chi va con la Vespa?
- Io; e mi porto mia figlia. 
- E gli altri cinque? 
- Vengono con te, la mamma e Stefi. 
- Ma non ci stiamo in macchina! 
- Chiama il nonno, digli di fare due viaggi. 
- Dov’è la piccola? 
- È lì in cima alle scale e sta per precipitare a capofitto battendo più volte la testa sugli spigoli. 
- Presa! 
- E le tovaglie*? 
- Non le dovevi prendere tu? 
- Senti, guardami un po’ la piccola, che devo farmi una nuotata rassodante. La lascio qui sulla battigia** a lanciare le pietre in acqua. 
- Non sono pietre, sono le chiavi della macchina del nonno. 
- Dove sono gli altri cinque? 
- Due se li sta portando via la corrente, e due sono laggiù che giocano con la sabbia. 
- Non ne manca una?
- No, è con gli altri due, la stanno sotterrando. Non vedi il naso? 
- Ma che si mangia oggi? 
- Bambini, è in tavolaaa! 
- Scendi dal piatto di tua sorella! 
- Staccati dal braccio di tuo cugino, la carne è nel piatto! 
- Smettetela di urlare, non sento il telegiornale!
- Dov’è la piccola?
È sul terrazzino: sta lanciando olio bollente sui passanti. 
- Non è olio bollente. Sono gli occhiali del nonno! 
- No! 
- Scherzavo. È il tuo telefonino. 
- Bambini, adesso si fanno i compiti! In silenzio, che il nonno deve riposare! 
- Ma dove sono i bambini? 
- Stanno giocando alla sfilata di moda con i vestiti della nonna. 
- Ah. Meno male, credevo fossero i miei. 
- Stasera io esco, devo andare a teatro. 
- No no no! Stasera tocca a me. Tu sei già uscita ieri.
- Ma io ho solo una figlia, tu ne hai tre. Quindi, stai ferma tre turni.
- Dov'è la piccola?
- Sta disegnando sui muri del nonno col pennarello indelebile. 
- No! No! NO! 
- L’ho presa! 
- Mi presti il tuo vestito a fiori? 
- L’addormenti tu la piccola? 
- Ma dov’è il mio lavoro all’uncinetto? 
- Ti riferisci alla capanna di fili di cotone che hanno costruito le bambine? 
- Perché il bagno è allagato? 
- Chi ha cagato per terra? 
- Non è cacca, è nutella. 
- Quindi, se la piccola la sta leccando, non devo intervenire? 
- Scherzi? Bisogna essere fatalistici. 
- Hai ragione. Dopotutto, siamo in vacanza. 

… 

- Dov’è il nonno?


* Legenda per i lettori settentrionali: 
Tovaglie = teli da mare
Pietre = sassetti della spiaggia.

* Legenda per i lettori meridionali:
Battigia = 'nta botta o' mari

mercoledì 23 luglio 2014

Ultima spiaggia

Voi che villeggiate contenti sulle vostre comode spiagge attrezzate, 
considerate se questa è una vacanza:

tra i cassonetti imbottiti di marcio, sulla coltre di cicche spente fra un telo e l’altro, vicino al rigagnolo di scolo della fognatura bucata, tra il rally delle auto sulle strisce pedonali e i lidi fiammanti di ruggine e plastica, all’ombra di una baraccopoli di loculi in cemento armato, con gli stitici balconi appena calpestabili, perché lo spazio è poco e ci dobbiamo stare tutti, anche se nessuno ci viene più. 

Considerate se questa è una Riviera: 

violentata coi tondini di ferro, scorticata delle sue tamerici, imbrattata di cattivo gusto edilizio, stipata di case e case e case e case. Senza un giardino, senza una siepe o un’aiuola fiorita a interrompere questo lungo nastro continuo di bruttezza inconsapevole e tronfia, che osa guardare il mare di Omero, il mare color del vino, e non si vergogna. 

Vergogniamoci noi, al suo posto, noi che abbiamo permesso che i mattoni forati prendessero il posto degli oleandri, per un tozzo di pane al metro quadro che ci ha resi tutti pezzenti e contenti, azionisti con le pezze al culo di una delle zone un tempo più belle di questa Isola trafitta di punte e angoli acuti, di cui siamo i fieri carnefici. 

Il mare è sempre bello, ma solo perché non abbiamo ancora trovato il modo di costruirci sopra qualcuno di quegli alveari grigio-merda che ci piacciono tanto. 

Guardiamocelo, il nostro bel mare, convinti che il mare di turisti che qui non torneranno più non abbiano occhi per vedere cosa abbiamo fatto da Capo a Capo.

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mercoledì 16 luglio 2014

La maratoneta

Corro e il vento caldo mi asciuga il sudore addosso, modellando il mio corpo come fa il mare con le falesie. 

Corro e i miei capelli volano con me, il fiato ritma i battiti del cuore, l’occhio si perde sulla linea del mare ondulato. Oltrepasso panchine e docce, doppio tamerici e sfioro oleandri, il traffico del lungomare mi ronza a fianco e tifa per me. 

Corro come se veramente queste tristi trippe tremolanti non vibrassero sotto i colpi dei tendini incriccati, come se la pancia potesse davvero asciugarsi e tornare come un tamburo tribale che suona senza tremare. 

Corro come se questo piano inclinato che è la china del tempo e degli anni che passano potesse veramente essere risalito, fino in cima, fino alla meta della carne soda giovane e invitante. 

Corro come se non fossi Sisifo, che trasporta il suo macigno in cima, ogni volta dimentico che poi rotolerà giù e che bisognerà ricominciare a spingere. 

Corro come se non fossi Penelope, che di giorno tesse la sua tela di buoni propositi, e la notte apre il frigo e disfa la tela. 

Corro come se avessi vent’anni e questo fosse lo stesso mare di allora, la stessa spiaggia dei pomeriggi giovani e infiniti. 

Corro e mi schianto contro la granitica, triste realtà: “Spostati” dice un uomo a suo figlio, “che se no fai inciampare la signora”.

... 

sabato 12 luglio 2014

Infanzie difficili

- Mamma, tette! 
- No carina, niente tette. Non ti ricordi che ne avevamo parlato e io ti avevo convinta, facendoti fissare un ciondolo oscillante, che la tetta non ti piace più? 
- Tette bleah! 
- Esatto, tette bleah, schifo, cacca!
- … 
- … 
- Mamma tette!
- Nooo. Rifletti: ti ricordi che te l’ho fatta assaggiare ricoperta di sale e non ti è piaciuta, lì per lì? 
- Tette bleah! 
- Brava bambina, così ti voglio! 
- …
- … 
- Mamma tette! 
- Aridaje, co’ ‘ste tette! Non te le posso dare, le ho cosparse di acido glicolico in purezza: dicono che faccia miracoli per le tette pendule, però non è salutare per i bimbi. 
- Tette bleah! 
- Proprio così. Ripeti insieme a me: tette no! 
- Tette no! 
- Ecco, brava! 
- Tette no. Mamma tette! 
- Eh, ma tette no significa che non le puoi ciucciare più. 
- Tette… 
- Smettila di osservarle con desiderio e nostalgia, mi spezzi il cuore. 
- Tette… 
- No, ti prego, l’occhio sospiroso e concupiscente no! Sembri tuo padre. 
- Tette… 
- Crescerai, te ne farai una ragione, le dimenticherai. 
- Tette bah?
- Tette bacio? Vuoi dare un bacio di addio alla tetta?
- Tette bah! 
- E va bene, ma solo un bacino, eh, non ti fare venire strane idee… 
- Ecco tette!
- Aaaah! Staccati! Mollami! Aiuto! Si è attaccata! Tiratela via! Solaaal! Aiuto! Alien, pussa via! Non ciucciare! 
- Ariane, ma che state facendo?
- Solal, aiutami, tirala per le gambe, io le tappo il naso finché non soffoca! 
- Ecco qua: staccata. 
- Tette, sigh. 
- Poveretta, Ariane, piange di disperazione e cordoglio... 
- Piange? Mi ha teso un tranello, la baldracca in erba. Portala via! 
- Tetteeee! 
- Ariane, ma non avevi smesso con l’allattamento? 
- Io sì, ma lei no! 
- Non mi è chiaro ma non importa. 
- Solal, io non capisco: ma cosa ci trova nelle mie tette? Perché è ipnotizzata dai miei capezzoli? Qualcuno dovrà convincerla che non si può passare la vita a desiderare di stare attaccata a un seno. 
- Non guardare me, per questo; nemmeno io me ne sono ancora fatto una ragione. 
- Che c'entra, tu sei maschio; lei è una bambina.
- Eh, infatti per lei sarà ancora più difficile. Almeno, noi maschi abbiamo i mondiali di calcio. 
- Voi mi angosciate. Voi e le vostre pretese sul mio corpo! Il corpo è mio, capito? Me lo gestisco io, capito? 
- Ecco, e vedi di andartelo a gestire in cucina, per favore, che è l’una e la tavola non è ancora apparecchiata.
- Guarda che io non sono tua madre e tu non hai sedici anni. 
- Davvero non sei mia madre? Strano, a volte me ne dimentico. 
- Villano. 
- Ariane? 
- Sì?
- Tette bah? 
- Solal? 
- Sì? 

domenica 22 giugno 2014

Summertime

L'anno scorso, di questi tempi, scrivevo il seguente post per dare conto della nostra vacanza istriana:

ELENCO DEI MOTIVI PER CUI ALCUNI ITALIANI NON SONO I BENVENUTI SU UNA SPIAGGIA ISTRIANA
(clicca per leggere)

Quest'anno, siamo ancora lì: stessa spiaggia, stesse nonne istriane. Il quadro è più o meno uguale, con qualche necessaria integrazione per completare l'aggiornamento annuale delle vacanze:
- La neonata non è più neonata: cammina, parla ma nessuno la capisce; tenta spesso di lanciarsi dal davanzale della finestra al piano terra ma, ormai, non ci badiamo più. Non ha ancora messo piede in spiaggia perché è deturpata dalle macchie rosse della quinta malattia; fa veramente impressione: meglio nasconderla agli sguardi di disapprovazione delle nonne istriane.
- Le altre due bambine continuano, senza molto successo, a tentare di colonizzare la spiaggia. I bambini croati le ignorano, i vicini di asciugamano le tollerano, il mare ogni tanto me le ributta in spiaggia insieme alle conchiglie e a qualche penna di gabbiano. 
- Il burec stivato in borsa da due giorni sta buono e pacifico; quello stoccato nell'intestino, invece, ogni tanto si ribella e tenta di riproporsi con sbuffi di cipolla stufata e palline di formaggio fermentato. Fa il suo mestiere di burec.
- Mio marito è ancora, inopinatamente, a torso nudo. Però non al bar: è davanti alla tv, col suo bicchiere di birra in mano, indefesso spettatore di partite di calcio, finali di basket, tornei di poker e scontri diretti di pesca al gamberetto di fiume. Immobile, come il centravanti in panchina. Ogni tanto, una cavalletta gli salta addosso. 
Per scacciarla, sospira. Quei sospiri ispirati e meditabondi che solo una birra ghiacciata può suscitare. Come dei brontolii di nubi basse sull'orizzonte minaccioso. 

Non siamo mai stati così bene.








giovedì 19 giugno 2014

Uomini e no

Ho messo a letto le mie bambine. Ho spento la luce e ho chiuso la porta. Poi l’ho riaperta e sono rimasta a osservarle nella penombra. 
Una è grande, tirannica, dolcissima. 
Una è bella da togliere il fiato. 
Una è piccola, così piccola che occupa tutto il mio mondo e le mie giornate. 
Le ho generate col dolore del mio ventre e le sto crescendo con fatica e amore supremi; ben presto se ne andranno in giro per il mondo. Le accompagnerà il mio cuore attorcigliato nelle viscere, per la paura. 
La paura che non incontrino solo mani calde e forti di compagni innamorati, ma artigli feroci di bambini mal cresciuti e male amati, di deboli codardi sterminatori, di cani rabbiosi che non divorano la preda per saziarsi, ma per godere mentre ne fanno scempio. 
Io non le vorrei mandare là fuori, se là fuori c’è anche una sola di queste anime perdute. 
Mamme di futuri uomini, vi prego: state attente all’essere umano che state crescendo. Insegnategli il giusto modo di amare, che non è mai possedere, che non è mai pretendere, che non è mai distruggere. Non li abbandonate mai, nemmeno per finta. Prendetevi cura di loro, ma non li fate sentire dei sultani. Coccolateli ma non viziateli. Innaffiateli e concimateli con le parole dell’affetto e della cura, ma state attente che dai bulbi non vengano fuori dei narcisi. I narcisi sono fiori letali: se li ferisci, ti sbranano. 
Lo so che, a volte, tra le morbide spire di famiglie normali si possono annidare dei cuori neri, delle anime spente, degli occhi rapaci. 
Non sempre siamo responsabili di quello che fanno i nostri figli. 
Però vi imploro lo stesso, madri di futuri uomini: fate in modo che nessuno abbia mai a soffrire per le conseguenze dei vostri atti mancati, delle vostre reazioni smagliate, della vostra rabbia e della vostra stanchezza. Cercate di fare in modo che non si smarriscano, i vostri futuri uomini.
Perché poi, se si perdono, potrebbe capitare che a ritrovarli sia una delle mie figlie. 

lunedì 16 giugno 2014

Paradise lost

- Ariane, smettila di fare avanti e indietro per la stanza: stai sollevando un polverone che mi impedisce di vedere lo schermo del televisore. 
- Taci, corpo spiaggiato sul divanetto, non mi distrarre; sono in modalità oplitica multitasking: una e trina. 
- Eh? 
- Ho così tante cose da fare che non le posso fare una per volta. Per questo ti svolazzo intorno affaccendata e le mie mani mulinano come le pale di un frullatore. 
- Guarda che devi preparare solo una valigia. 
- La valigia è solo il sipario che cala sul can can che è stata la mia giornata. Prima di fare la valigia e partire in vacanza, c’è una famiglia da scrostare, una casa da sottrarre alla polvere dell’oblio, una lavanderia da bonificare, una lavatrice da motivare - lei, così piccola e fragile, loro così tanti, così sporchi - un bidet da spurgare perché qualcuno l’ha intasato con un accendino, e tanti innumerevoli piccoli dettagli fondamentali da mettere a punto prima di andare a ripetere le stesse identiche cose al mare. La partenza, per me, sarà solo una tappa intermedia. 
- Ariane, ti prego, vai a fare il fenomeno da circo domestico altrove; vorrei rimanere da solo con la mia birra e la mia partita. E’ un momento delicato per me. Capiscimi. 
- Solal, la disparità di trattamento che la vita ha riservato a me e a te mi fa dubitare che il cosmo sia retto da una forza benigna e razionale. Perché tu guardi il mondiale mentre io preparo una valigia? 
- Perché tu sei una femmina e, in quanto tale, sai fare tante cose contemporaneamente e tutte bene. Io invece sono un maschio e mi devo dedicare a un solo compito alla volta.
- Questo è tristemente vero. Le mie superiori facoltà mi condannano alla fatica perpetua. La tua inettitudine, invece, ti assicura l’ozio impunito. 
- Dài, inettitudine mi sembra un concetto severo, Ariane.
- Guardati: bevi birra davanti a una partita di calcio. Sei l’emblema dell’inutilità improduttiva. 
- Non è vero; anch’io so compiere imprese incredibili, se lo voglio. 
- Ah, sì? Tipo cambiare la lampadina che si è fulminata sei mesi fa? 
- No, tipo ruttare in un colpo solo il nome di “maarioobaalooteelli”. 
- Mirabolante. C’è altro che sai fare per impressionarmi? 
- Posso dirti la formazione completa della Nazionale italiana dell‘82, panchina compresa. Zoff, Bergomi, Cabrini, Collovati... 
- Quasi sovrannaturale, per uno che ogni anno dimentica il compleanno di sua madre. 
- Guarda che riesco anche a chiederti di prendermi un’altra birra in frigo. 
- Soltanto? 
- Perché, non ti basta? 
- No, sai che se non faccio almeno due cose contemporaneamente non mi sento a mio agio. 
- Ah, allora portami pure la frittata. 
- ... 
- Vai, Ariane, sbrigati che è già partito l’Inno. Ho bisogno della birra, se no, non mi concentro. 
- Io, Solal, spero solo che esista un aldilà a parti invertite. Là dove un giorno ci rincontreremo e io ti rutterò in faccia tutto il mio amore. 
- Eh? Certo, certo, anch’io ti amo, cara!
- ... 
- La frittata, Ariane! 
- ...

venerdì 6 giugno 2014

66, oggi

All'inizio, intorno a me non c'era che lei. 

Poi sono uscita; eppure ce l'ho sempre intorno. 

È la regina dell'ordine, ma la gente vicino a lei sa fare solo casino.  

Lei pensa in grande ma agisce in piccolo.

È una grande stratega che sbaglia tutte le tattiche. 

Non mi capisce ma è quella che mi conosce meglio. 

Sa dare amore ma non lo sa chiedere. 

A volte capisce ma non perdona. 

Mi perdona anche quando non mi capisce. 

Ha paura di tutto ma è forte come l'acciaio. 

Si è sempre sentita in colpa, anche se la colpa non è mai stata la sua. 

Se la guardi sembra una normale. Invece sa fare le magie. 

A volte le sarebbe piaciuto scappare, ma solo a patto di non dover abbandonare la sua prigione. 

Come tutte noi, ha scelto l'uomo sbagliato: l'unico che potesse amare. 

È un 'arrogante insicura. 

Non le assomiglio, eppure siamo uguali. 

Lei c'è anche quando non c'è.

È unica, ma come lei ce ne sono miliardi. 

Non è un indovinello. 

È un mistero che si chiama mamma.

La mia.



sabato 17 maggio 2014

Il paradosso dell'asino

L'apologo dell'asino di Buridano narra di un asinello affamato a cui furono portati due mucchi di fieno perfettamente uguali e posti alla stessa distanza. L'asino rimase a guardarli, non risolvendosi a sceglierne uno. Passò così tanto tempo a pensarci su, che alla fine morì di fame. 


Io, stasera, ero indecisa tra fusilli e maccheroni. 

Ci sto ancora pensando.  


Dedicato a tutti quelli per cui la scelta non è un'opportunità, ma un'intollerabile rinuncia. 

Dedicato agli asini, insomma. 












http://www.curiositànelmondo.com/

L'asino di Buridano

Conosci l’asino di Buridano 
che in un tempo non molto lontano 

fu posto di fronte a una scelta dura: 
decidere tosto di quale misura 

fossero due mucchi di fieno fresco 
e quale trasformar nel miglior desco? 

L’asino, a cui l’ingegno non mancava, 
ruminava saliva e cogitava: 

immobile rimase e non sapeva 
se in questa o in quella più fieno c’era. 

A furia di pensare e soppesare, 
divenner le sue ore troppo amare. 

Alfin non giunse a una decisione 
e morire si lasciò di consunzione. 

Adesso, tu che ristai titubante, 
fermo al bivio e non sai andare avante; 

tu, che la scelta impietrisce e scolora, 
impara la morale della storia: 

non ci sono scelte giuste o sbagliate 
ma solo grandi occasioni mancate. 

Non fare mai vincere la paura, 
ché non esiste una scelta sicura!  

Pensa, rifletti, soppesa e compara 
ma chi non sceglie, l’aspetta la bara. 

Buttati col cuore e segui l’istinto. 
Intanto vai: è così che hai già vinto. 

METRO: endecasillabi piani in rima baciata.




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lunedì 28 aprile 2014

La solita storia


Alla regina Zenobia del Regno di Palmira viene dedicato pochissimo spazio nei manuali di storia: è appena una parentesi fra il regno di Gallieno e quello di Aureliano, durante quel torbido periodo che va sotto il nome di “anarchia militare” del tardo impero romano. 

In mezzo alle tante Poppee e Drusille e Giulie Domne, madri e mogli di imperatori, passate al vaglio della memoria storica per i soliti motivi ginecologici, spicca questa impavida regina che osò sfidare l’occhio dell’onnipotente aquila romana per fondare un impero tutto suo. 
Da una parte, una donna, una reggia accogliente e splendida adagiata in un’oasi del deserto siriano, come una perla dentro uno scrigno. Dall’altra, il principio maschile del potere che tutto prende, l’artiglio rapace del maschio alpha che conquista e assoggetta per diritto di destino, con le sue colonne istoriate che si ergono dritte e dure verso il cielo di Roma, e un monito acuminato ai popoli assoggettati: vae victis




- Prof, ma il libro non dice niente su questa regina Palmira. 
- Zenobia. La regina Zenobia del Regno di Palmira, in Siria. E se non c’è scritto niente, allora chiudete il libro e ascoltatemi. 

Zenobia iniziò la sua carriera come tante altre prima di lei: era moglie di un re, un tizio che si chiamava Odenato e che aveva ricevuto il permesso dall’imperatore Gallieno di fregiarsi del titolo di Re dei Re: in cambio si era impegnato a fare da cane da guardia contro i Parti, la secolare spina nel fianco orientale dell’impero romano. Odenato muore assassinato, come era usanza nei periodi torbidi. 
Cosa fa Zenobia? Un’altra, al suo posto, si sarebbe accontentata del ruolo di reggente e avrebbe aspettato che il legittimo erede raggiungesse la maggiore età, per poi farsi da parte e lasciarlo governare. Zenobia, invece, si sentiva regina dentro e non aveva intenzione di fare la madre del re. Anche perché suo figlio si chiamava Vaballato.
- Vaballato, prof? 
- Probabilmente il nome era stata un’idea del padre. Zenobia, comunque, non era una donna comune. Era bellissima, la fama della sua avvenenza aveva superato i confini del regno e, contro ogni pronostico, era anche colta e intelligente. Parlava tre lingue, arabo, copto e greco e masticava un po’ di latino; era appassionata di storia e di teologia e aveva difeso gli ebrei che vivevano nel suo regno. Era troppo bella e troppo intelligente per fare la comparsa. E così decise di rimanere al centro della scena e di andare incontro al suo destino. 
- Questa mi sa che finisce male. 
- In effetti. Sapete cosa diceva di sé? Che era la discendente di Semiramide, di Didone e di Cleòpatra. E voi sapete come sono finite, queste tre. 
- ‘Spetti prof che faccio un wikipedia veloce veloce con lo smartphone. 
- Michele, tocca quel telefonino e finisci in ginocchio dietro la lavagna. 
- Prof, la lavagna è appesa al muro. 
- Meglio. 
- ... 
- Comunque, Semiramide finisce nell’inferno di Dante tra i lussuriosi, Didone si suicida perché è stata abbandonata da Enea che l’ha usata e poi gettata via con la scusa che doveva andare a fondare una città di maschi alpha, e Cleòpatra, piuttosto che farsi catturare viva da Cesare (da cui aveva pure avuto un figlio, Cesarione, che però Cesare non aveva voluto riconoscere, nonostante l’evidenza onomastica), si fa mordere da un aspide e scenograficamente muore. 
- Muore anche Zanobia?
- Zenobia. No, cioè sì, alla fine tutti devono morire, ma lei non si suicida. Però non va a finire come lei avrebbe voluto. 
- Vabbè prof, è normale che le è andata male! L’impero romano era imbattibile! 
- Sì, ma il suo progetto non era del tutto sconclusionato: l’impero romano era in piena crisi, detta appunto la crisi del III secolo: si erano susseguiti sul trono decine di imperatori acclamati da soldati e assassinati da soldati che acclamavano un altro imperatore per poi assassinarlo. Il solito passatempo dei maschi, insomma, che adorano giocare a chi ce l’ha più lungo. 
- Eh?! 
- Sì, a chi aveva il nome più lungo: e infatti alla fine diventò imperatore Aureliano (nove lettere, una in più di Gallieno). Aureliano, maschio, imperatore, con manie di grandezza e annesse insicurezze virili, non può tollerare che una donna, dai confini dell’impero, osi sfidare la sua autorità. Fa finta di niente solo finché Zenobia si limita a governare il suo regno in nome del figlio. Poi, però, succede che Zenobia esagera. Aveva un generale bravissimo, Zarba, e lo mandava a zonzo per il Vicino Oriente a conquistare regni in suo nome. Siccome, oltre a essere bellissima, era anche dotata per lo sport, montava a cavallo, si metteva in testa all'esercito e lo guidava in battaglia. 
- Ma dài: come Lady Oscar. 
- La regina cominciò a battere moneta e a farsi chiamare imperatrix, perché comandava l’esercito, e Augusta: e questo era il titolo che spettava all’imperatore. 
- E all’imperatore questa cosa non piaceva! 
- No. Così, Aureliano marciò su Palmira, mise a ferro e fuoco la città, fece massacrare gli abitanti, catturò la regina e se la riportò a Roma come trofeo di guerra. Si dice che l’abbia fatta camminare in catene d’oro alla testa del corteo trionfale. Pensate che spettacolo per il popolo romano: la formidabile regina, la donna più bella d’Oriente, gli occhi scuri felini, i leggendari capelli di seta nera, i denti come perle, costretta tra la polvere e i lazzi della soldataglia romana, lontana dalla sua gente e dalla sua ricchissima ed elegantissima reggia immersa tra le palme dell’oasi nel deserto siriano... 
- Come finisce, prof? L’ammazzano? 
- Qui le fonti divergono; c’è chi dice che venne strangolata o decapitata nel Carcer, come accadeva, dopo il trionfo, a tutti i nemici di Roma che venivano catturati in battaglia. L’Historia augusta ci tramanda invece che Aureliano la graziò e la costrinse a vivere per il resto dei suoi giorni in una villa di Tivoli, controllata a vista ma circondata da tutti gli agi. 
- E perché non la uccise? 
- Sembra che fosse rimasto soggiogato dal suo fascino e dalla sua personalità. Dicono che ebbe altri figli da lui. O da un ignoto senatore romano con cui si sposò. 
- Ma io non capisco prof: perché non si è suicidata come le altre? 
- Mettiamola così, Michele: ognuno si sceglie la fine della storia che più gli piace. E’ quello che ha fatto Zenobia, in fondo. 
- Mah. Sarà. A me sembra una storia da femministe sfigate. Che poi la morale della favola è che le femmine, quando cercano di fare i maschi, finiscono male. 
- Michele, dietro la lavagna! 
- Alla fine si salva solo perché è bona!
- In ginocchio, Michele!
- Ma l’ha detto lei che dobbiamo fare interventi intelligenti e motivati durante le sue lezioni! 


sabato 29 marzo 2014

Tra l'incudine e il Tavernello

- Ariane! Ariane!
- Solal, ti vedo infuriato. Che ti hanno fatto?
- Ariane, rispondi alla mia domanda: chi ha bevuto tutto il Vin Santo di Francesco Poli? Ho trovato la bottiglia in frigo, vuota.
- E che ne so?
- Ariane, rifletti; a casa ci sei solo tu. La mia era evidentemente una domanda retorica.
- Cosa vuoi insinuare? Che l’ho bevuto io?
- A meno che non siano state le bambine, il che sarebbe quantomeno disdicevole, l’unica colpevole possibile sei tu.
- Se l’ho bevuto tutto io, credimi, non me ne sono accorta.
- E non ti sei nemmeno accorta di esserti scolata l’intera preziosissima bottiglia di Marsala De Bartoli Vecchio Samperi?
- Vuoi dire che non ce n’è più?
- No, non ce n’è più.
- Ahi, Solal, quel marsala mi mancherà.
- A me mancano anche le tre bottiglie di Stocker. Le ultime.
- Lo Stocker qual era, quello con le bollicine?
- Quello con le bollicine, come lo chiami tu, era uno dei migliori Metodo Classico altoatesini in circolazione.
- Mi fai sentire un’alcolizzata ignorante.
- No, un’alcolizzata almeno avrebbe una sua dignità. Tu invece sei solo una che beve senza sapere cosa beve.
- E tu cosa sei? Un ubriacone consapevole?
- No. Io sono un palato assoluto.
- In effetti, tu riesci a trovare sentore di pelliccia bagnata da rugiada di sottobosco tardo-primaverile nel bicchiere di vino rosso che stai bevendo. Questo è il palato assoluto?
- No. Un palato assoluto è uno che sa. Sempre. Qualunque cosa beva, egli sa.
- Solal, questo cosa fa di me, un palato relativo?
- No, Ariane, questo fa di te una che dovrebbe bere solo Tavernello bianco frizzante e non Champagne, visto che non è in grado di coglierne la differenza. Per te sono entrambi “quello con le bollicine”.
- Il tuo ragionamento mi pare vagamente razzista.
- Non è questione di razza. E’ questione di sapere. Tu non sai. Ergo, bevi il Tavernello e lascia stare lo Champagne.
- Perché, se no che fai, mi cacci?
- Posso?
- Beh, se fossimo nell’antica Roma, potresti. Sai che il pater familias aveva il diritto di ripudiare la moglie sorpresa a rubare le chiavi della cantina? A quel tempo, alle donne era proibito bere vino.
- Davvero? Che prospettiva interessante! Però no, non ti ripudio. Mi servi.
- Io? Davvero? A che ti servo?
- Devi tenere le bambine questo fine settimana. Io e il mio palato assoluto siamo attesi a Vinitaly.
- Vai caro. Sempre meglio che essere ripudiata. Me la porti una bottiglia di Amarone?
- Te la porto, ma lo potrai bere solo se, in una degustazione alla cieca, riuscirai a distinguerlo dal Tavernello.
- Tavernello bianco frizzante?
- No. Tavernello rosso fermo.
- No, così è troppo difficile.
- Scegli: o questo, o il ripudio.
- Allora scelgo il Tavernello.
- Lo preferisci al ripudio?
- Sì.
- Perché non capisci niente di vino.


domenica 16 marzo 2014

L'Orlanda Pelosa






Le donne e i peli ner, karma e dolori, 
luce pulsata e atroci cere io canto 
che strappan bulbi da diversi fori 
e sulle ascelle fan gridare alquanto; 
di tutto lo spettro vid’io i colori,
quando la spatola spalmò l’unguento 
laddove un gran piacer se tocco sento. 

Era di Venere il monte barbuto, 
che tanto diletta gli uomini ogn’or, 
finora ad essi era invero piaciuto 
peloso alquanto e di ogni color; 
cambia la moda, non va più il velluto
e il pelo viene in odio al signor, 
sì tanto che le donne cominciaro 
a farselo spennare paro paro. 

Eran mutati i gusti nel reame 
e guerra senza quartier fu dichiarata 
a chi sulla passera col pelame 
non passava neppur ‘na rasoiata; 
villoso poté restar lo lor salame, 
la nostra figa andava depilata! 
Così conviene sempre al gentil sesso: 
seguire, invano, il voler d’un fesso! 

Volesse il cielo che muti il costume! 
Lasciar libero il crine di mostrarsi 
folto e incolto senza temere il lume; 
dall’estetista non più dissanguarsi 
e per le mutande lasciar spuntar le piume. 
Ginocchia pelose, labbri baffuti, 
alluci irti e polpacci pizzuti: 

perché lo mascolo detta la legge 
e ci costringe a estirpare i peli? 
Perché supine e a mo’ di gregge 
subiamo inerti i suoi voleri? 
Forse ch’egli non fa rutti e scoregge? 
E non è certo modo da cavalieri! 
Fermiamo del pelo la messa al bando 
e riprendiamoci il telecomando!


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giovedì 27 febbraio 2014

Autolesionismo primogenito



In principio lei era l’Unica; la chioma imperiale di ricci marroni, gli occhi lunghi ombreggiati dalle ciglia scure, la grazia di chi sa di essere stata attesa come l’Incarnazione. 
Con la maestà e l’innata sicurezza che la primogenitura regala, era la Principessa e sapeva che il mondo era stato inventato per lei. Amata e riverita, tutto era al suo posto, perché tutto era suo. 

Cos’altro avrebbe potuto desiderare? Niente. Invece le arrivarono in casa due sorelle. La Principessa cercò di capire la loro funzione; non vi riuscì. Provò a eliminarle; glielo impedirono. Non le restò che tollerarle. 

Eppure, negli anni che seguirono, non l’abbandonò mai quella sensazione di essere stata defraudata. Detronizzata. Deposta. 
Cercò invano di attirare l’attenzione della corte: ma era già bellissima, la prima della classe, ubbidiente come un tedesco. Come si fa a ottenere di nuovo le luci della ribalta, se sei già il meglio che la natura possa offrire? 

Io non so se il suo sia stato un calcolo o una mossa involontaria. Fatto sta che mia sorella Stefania è diventata, negli anni, la più stupefacente specialista dell’incidente domestico, la più grande nemica di se stessa, la protagonista di spettacolari cadute, un pericolo pubblico - essendo lei stessa sia il pubblico che il pericolo. 

Mi piace pensare che il suo sia stato solo un tentativo maldestro e autolesionista di ottenere quelle famose luci della ribalta. Solo che, invece della ribalta, quelle che in genere ha ottenuto sono state le luci dell’ambulanza. O della sala operatoria. 
Di seguito, l’elenco dettagliato di tutto quello che è riuscita a farsi succedere negli anni. 

A tre anni, ha deciso di darci un taglio: con la lametta di mio padre. Lei voleva solo togliersi i baffi. Risultato: cicatrice tra la narice destra e il labbro. Litri di sangue sulle piastrelle del bagno. 

Tutti i bambini si dondolano sulle sedie a dondolo. Lei, però, è riuscita anche a ribaltarsi e a finire contro uno spigolo. Cicatrice sulla fronte. (Notate, per favore, quante volte ricorrerà la parola “spigolo” in questo elenco). 

Tutti i bambini si rincorrono. Tutti i bambini si spingono. Tutti i bambini cadono. Lei però si rompeva pure la clavicola. La rottura della clavicola era d’altronde così comune, in famiglia, da essere considerata alla stregua di una malattia esantematica. Prima o poi tutti si beccavano una clavicola rotta. 

Negli stessi anni, correndo in discesa, è caduta e se l’è fatta tutta con la fronte. Parte della fronte è rimasta sull’asfalto. 

A nove anni, giocava a palla. Anziché calciare la palla, ovviamente, ha preso lo spigolo di una ringhiera di ferro battuto che le si è conficcato nel dorso del piede. Ahi. 

A quindici anni, si trovava sul retro di un Apecar insieme a sorelle e cugine (non fatevi domande inutili). L’Apecar si ribalta in curva e tutti cadono a terra. Incolumi. Tranne lei, che va a sbattere contro un spigolo. Quaranta punti sul cranio, un taglio lungo da un’orecchia all’altra. Litri di sangue sull’asfalto. 

A vent’anni, festeggia il Capodanno sull’Etna. Vede la neve per la prima volta. Scivola e si spacca il menisco. Ospedale, operazione, riabilitazione. 

Nel 2008, notando angosciata che le cicatrici su fronte e piede stavano inesorabilmente sbiadendo, decide di dare loro una rinfrescata. Va a parcheggiare la Vespa, cade, deposita sull’asfalto un pezzo di fronte, una fetta di coscia e un’unghia del piede. 

A più riprese e con cadenza regolare, da allora, è scivolata per le strade, inciampata, caduta: si è storta le ginocchia, si è traumatizzata il cranio, si è riempita di lividi. 
Qualunque cosa faccia, si sminchia tutta. Noi non ci facciamo più neanche caso. 

Stefi, smettila di farti del male. Non ce n’è bisogno. 
Tu hai intravisto il mondo senza me ed Ale e sai com’è fatto. Forse lo rimpiangi. 
Noi due intruse, invece, senza di te, non sapremmo più chi siamo. 

Buon compleanno. E guarda dove metti i piedi.



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