lunedì 28 aprile 2014

La solita storia


Alla regina Zenobia del Regno di Palmira viene dedicato pochissimo spazio nei manuali di storia: è appena una parentesi fra il regno di Gallieno e quello di Aureliano, durante quel torbido periodo che va sotto il nome di “anarchia militare” del tardo impero romano. 

In mezzo alle tante Poppee e Drusille e Giulie Domne, madri e mogli di imperatori, passate al vaglio della memoria storica per i soliti motivi ginecologici, spicca questa impavida regina che osò sfidare l’occhio dell’onnipotente aquila romana per fondare un impero tutto suo. 
Da una parte, una donna, una reggia accogliente e splendida adagiata in un’oasi del deserto siriano, come una perla dentro uno scrigno. Dall’altra, il principio maschile del potere che tutto prende, l’artiglio rapace del maschio alpha che conquista e assoggetta per diritto di destino, con le sue colonne istoriate che si ergono dritte e dure verso il cielo di Roma, e un monito acuminato ai popoli assoggettati: vae victis




- Prof, ma il libro non dice niente su questa regina Palmira. 
- Zenobia. La regina Zenobia del Regno di Palmira, in Siria. E se non c’è scritto niente, allora chiudete il libro e ascoltatemi. 

Zenobia iniziò la sua carriera come tante altre prima di lei: era moglie di un re, un tizio che si chiamava Odenato e che aveva ricevuto il permesso dall’imperatore Gallieno di fregiarsi del titolo di Re dei Re: in cambio si era impegnato a fare da cane da guardia contro i Parti, la secolare spina nel fianco orientale dell’impero romano. Odenato muore assassinato, come era usanza nei periodi torbidi. 
Cosa fa Zenobia? Un’altra, al suo posto, si sarebbe accontentata del ruolo di reggente e avrebbe aspettato che il legittimo erede raggiungesse la maggiore età, per poi farsi da parte e lasciarlo governare. Zenobia, invece, si sentiva regina dentro e non aveva intenzione di fare la madre del re. Anche perché suo figlio si chiamava Vaballato.
- Vaballato, prof? 
- Probabilmente il nome era stata un’idea del padre. Zenobia, comunque, non era una donna comune. Era bellissima, la fama della sua avvenenza aveva superato i confini del regno e, contro ogni pronostico, era anche colta e intelligente. Parlava tre lingue, arabo, copto e greco e masticava un po’ di latino; era appassionata di storia e di teologia e aveva difeso gli ebrei che vivevano nel suo regno. Era troppo bella e troppo intelligente per fare la comparsa. E così decise di rimanere al centro della scena e di andare incontro al suo destino. 
- Questa mi sa che finisce male. 
- In effetti. Sapete cosa diceva di sé? Che era la discendente di Semiramide, di Didone e di Cleòpatra. E voi sapete come sono finite, queste tre. 
- ‘Spetti prof che faccio un wikipedia veloce veloce con lo smartphone. 
- Michele, tocca quel telefonino e finisci in ginocchio dietro la lavagna. 
- Prof, la lavagna è appesa al muro. 
- Meglio. 
- ... 
- Comunque, Semiramide finisce nell’inferno di Dante tra i lussuriosi, Didone si suicida perché è stata abbandonata da Enea che l’ha usata e poi gettata via con la scusa che doveva andare a fondare una città di maschi alpha, e Cleòpatra, piuttosto che farsi catturare viva da Cesare (da cui aveva pure avuto un figlio, Cesarione, che però Cesare non aveva voluto riconoscere, nonostante l’evidenza onomastica), si fa mordere da un aspide e scenograficamente muore. 
- Muore anche Zanobia?
- Zenobia. No, cioè sì, alla fine tutti devono morire, ma lei non si suicida. Però non va a finire come lei avrebbe voluto. 
- Vabbè prof, è normale che le è andata male! L’impero romano era imbattibile! 
- Sì, ma il suo progetto non era del tutto sconclusionato: l’impero romano era in piena crisi, detta appunto la crisi del III secolo: si erano susseguiti sul trono decine di imperatori acclamati da soldati e assassinati da soldati che acclamavano un altro imperatore per poi assassinarlo. Il solito passatempo dei maschi, insomma, che adorano giocare a chi ce l’ha più lungo. 
- Eh?! 
- Sì, a chi aveva il nome più lungo: e infatti alla fine diventò imperatore Aureliano (nove lettere, una in più di Gallieno). Aureliano, maschio, imperatore, con manie di grandezza e annesse insicurezze virili, non può tollerare che una donna, dai confini dell’impero, osi sfidare la sua autorità. Fa finta di niente solo finché Zenobia si limita a governare il suo regno in nome del figlio. Poi, però, succede che Zenobia esagera. Aveva un generale bravissimo, Zarba, e lo mandava a zonzo per il Vicino Oriente a conquistare regni in suo nome. Siccome, oltre a essere bellissima, era anche dotata per lo sport, montava a cavallo, si metteva in testa all'esercito e lo guidava in battaglia. 
- Ma dài: come Lady Oscar. 
- La regina cominciò a battere moneta e a farsi chiamare imperatrix, perché comandava l’esercito, e Augusta: e questo era il titolo che spettava all’imperatore. 
- E all’imperatore questa cosa non piaceva! 
- No. Così, Aureliano marciò su Palmira, mise a ferro e fuoco la città, fece massacrare gli abitanti, catturò la regina e se la riportò a Roma come trofeo di guerra. Si dice che l’abbia fatta camminare in catene d’oro alla testa del corteo trionfale. Pensate che spettacolo per il popolo romano: la formidabile regina, la donna più bella d’Oriente, gli occhi scuri felini, i leggendari capelli di seta nera, i denti come perle, costretta tra la polvere e i lazzi della soldataglia romana, lontana dalla sua gente e dalla sua ricchissima ed elegantissima reggia immersa tra le palme dell’oasi nel deserto siriano... 
- Come finisce, prof? L’ammazzano? 
- Qui le fonti divergono; c’è chi dice che venne strangolata o decapitata nel Carcer, come accadeva, dopo il trionfo, a tutti i nemici di Roma che venivano catturati in battaglia. L’Historia augusta ci tramanda invece che Aureliano la graziò e la costrinse a vivere per il resto dei suoi giorni in una villa di Tivoli, controllata a vista ma circondata da tutti gli agi. 
- E perché non la uccise? 
- Sembra che fosse rimasto soggiogato dal suo fascino e dalla sua personalità. Dicono che ebbe altri figli da lui. O da un ignoto senatore romano con cui si sposò. 
- Ma io non capisco prof: perché non si è suicidata come le altre? 
- Mettiamola così, Michele: ognuno si sceglie la fine della storia che più gli piace. E’ quello che ha fatto Zenobia, in fondo. 
- Mah. Sarà. A me sembra una storia da femministe sfigate. Che poi la morale della favola è che le femmine, quando cercano di fare i maschi, finiscono male. 
- Michele, dietro la lavagna! 
- Alla fine si salva solo perché è bona!
- In ginocchio, Michele!
- Ma l’ha detto lei che dobbiamo fare interventi intelligenti e motivati durante le sue lezioni! 


sabato 29 marzo 2014

Tra l'incudine e il Tavernello

- Ariane! Ariane!
- Solal, ti vedo infuriato. Che ti hanno fatto?
- Ariane, rispondi alla mia domanda: chi ha bevuto tutto il Vin Santo di Francesco Poli? Ho trovato la bottiglia in frigo, vuota.
- E che ne so?
- Ariane, rifletti; a casa ci sei solo tu. La mia era evidentemente una domanda retorica.
- Cosa vuoi insinuare? Che l’ho bevuto io?
- A meno che non siano state le bambine, il che sarebbe quantomeno disdicevole, l’unica colpevole possibile sei tu.
- Se l’ho bevuto tutto io, credimi, non me ne sono accorta.
- E non ti sei nemmeno accorta di esserti scolata l’intera preziosissima bottiglia di Marsala De Bartoli Vecchio Samperi?
- Vuoi dire che non ce n’è più?
- No, non ce n’è più.
- Ahi, Solal, quel marsala mi mancherà.
- A me mancano anche le tre bottiglie di Stocker. Le ultime.
- Lo Stocker qual era, quello con le bollicine?
- Quello con le bollicine, come lo chiami tu, era uno dei migliori Metodo Classico altoatesini in circolazione.
- Mi fai sentire un’alcolizzata ignorante.
- No, un’alcolizzata almeno avrebbe una sua dignità. Tu invece sei solo una che beve senza sapere cosa beve.
- E tu cosa sei? Un ubriacone consapevole?
- No. Io sono un palato assoluto.
- In effetti, tu riesci a trovare sentore di pelliccia bagnata da rugiada di sottobosco tardo-primaverile nel bicchiere di vino rosso che stai bevendo. Questo è il palato assoluto?
- No. Un palato assoluto è uno che sa. Sempre. Qualunque cosa beva, egli sa.
- Solal, questo cosa fa di me, un palato relativo?
- No, Ariane, questo fa di te una che dovrebbe bere solo Tavernello bianco frizzante e non Champagne, visto che non è in grado di coglierne la differenza. Per te sono entrambi “quello con le bollicine”.
- Il tuo ragionamento mi pare vagamente razzista.
- Non è questione di razza. E’ questione di sapere. Tu non sai. Ergo, bevi il Tavernello e lascia stare lo Champagne.
- Perché, se no che fai, mi cacci?
- Posso?
- Beh, se fossimo nell’antica Roma, potresti. Sai che il pater familias aveva il diritto di ripudiare la moglie sorpresa a rubare le chiavi della cantina? A quel tempo, alle donne era proibito bere vino.
- Davvero? Che prospettiva interessante! Però no, non ti ripudio. Mi servi.
- Io? Davvero? A che ti servo?
- Devi tenere le bambine questo fine settimana. Io e il mio palato assoluto siamo attesi a Vinitaly.
- Vai caro. Sempre meglio che essere ripudiata. Me la porti una bottiglia di Amarone?
- Te la porto, ma lo potrai bere solo se, in una degustazione alla cieca, riuscirai a distinguerlo dal Tavernello.
- Tavernello bianco frizzante?
- No. Tavernello rosso fermo.
- No, così è troppo difficile.
- Scegli: o questo, o il ripudio.
- Allora scelgo il Tavernello.
- Lo preferisci al ripudio?
- Sì.
- Perché non capisci niente di vino.


domenica 16 marzo 2014

L'Orlanda Pelosa






Le donne e i peli ner, karma e dolori, 
luce pulsata e atroci cere io canto 
che strappan bulbi da diversi fori 
e sulle ascelle fan gridare alquanto; 
di tutto lo spettro vid’io i colori,
quando la spatola spalmò l’unguento 
laddove un gran piacer se tocco sento. 

Era di Venere il monte barbuto, 
che tanto diletta gli uomini ogn’or, 
finora ad essi era invero piaciuto 
peloso alquanto e di ogni color; 
cambia la moda, non va più il velluto
e il pelo viene in odio al signor, 
sì tanto che le donne cominciaro 
a farselo spennare paro paro. 

Eran mutati i gusti nel reame 
e guerra senza quartier fu dichiarata 
a chi sulla passera col pelame 
non passava neppur ‘na rasoiata; 
villoso poté restar lo lor salame, 
la nostra figa andava depilata! 
Così conviene sempre al gentil sesso: 
seguire, invano, il voler d’un fesso! 

Volesse il cielo che muti il costume! 
Lasciar libero il crine di mostrarsi 
folto e incolto senza temere il lume; 
dall’estetista non più dissanguarsi 
e per le mutande lasciar spuntar le piume. 
Ginocchia pelose, labbri baffuti, 
alluci irti e polpacci pizzuti: 

perché lo mascolo detta la legge 
e ci costringe a estirpare i peli? 
Perché supine e a mo’ di gregge 
subiamo inerti i suoi voleri? 
Forse ch’egli non fa rutti e scoregge? 
E non è certo modo da cavalieri! 
Fermiamo del pelo la messa al bando 
e riprendiamoci il telecomando!


POST CORRELATI



giovedì 27 febbraio 2014

Autolesionismo primogenito



In principio lei era l’Unica; la chioma imperiale di ricci marroni, gli occhi lunghi ombreggiati dalle ciglia scure, la grazia di chi sa di essere stata attesa come l’Incarnazione. 
Con la maestà e l’innata sicurezza che la primogenitura regala, era la Principessa e sapeva che il mondo era stato inventato per lei. Amata e riverita, tutto era al suo posto, perché tutto era suo. 

Cos’altro avrebbe potuto desiderare? Niente. Invece le arrivarono in casa due sorelle. La Principessa cercò di capire la loro funzione; non vi riuscì. Provò a eliminarle; glielo impedirono. Non le restò che tollerarle. 

Eppure, negli anni che seguirono, non l’abbandonò mai quella sensazione di essere stata defraudata. Detronizzata. Deposta. 
Cercò invano di attirare l’attenzione della corte: ma era già bellissima, la prima della classe, ubbidiente come un tedesco. Come si fa a ottenere di nuovo le luci della ribalta, se sei già il meglio che la natura possa offrire? 

Io non so se il suo sia stato un calcolo o una mossa involontaria. Fatto sta che mia sorella Stefania è diventata, negli anni, la più stupefacente specialista dell’incidente domestico, la più grande nemica di se stessa, la protagonista di spettacolari cadute, un pericolo pubblico - essendo lei stessa sia il pubblico che il pericolo. 

Mi piace pensare che il suo sia stato solo un tentativo maldestro e autolesionista di ottenere quelle famose luci della ribalta. Solo che, invece della ribalta, quelle che in genere ha ottenuto sono state le luci dell’ambulanza. O della sala operatoria. 
Di seguito, l’elenco dettagliato di tutto quello che è riuscita a farsi succedere negli anni. 

A tre anni, ha deciso di darci un taglio: con la lametta di mio padre. Lei voleva solo togliersi i baffi. Risultato: cicatrice tra la narice destra e il labbro. Litri di sangue sulle piastrelle del bagno. 

Tutti i bambini si dondolano sulle sedie a dondolo. Lei, però, è riuscita anche a ribaltarsi e a finire contro uno spigolo. Cicatrice sulla fronte. (Notate, per favore, quante volte ricorrerà la parola “spigolo” in questo elenco). 

Tutti i bambini si rincorrono. Tutti i bambini si spingono. Tutti i bambini cadono. Lei però si rompeva pure la clavicola. La rottura della clavicola era d’altronde così comune, in famiglia, da essere considerata alla stregua di una malattia esantematica. Prima o poi tutti si beccavano una clavicola rotta. 

Negli stessi anni, correndo in discesa, è caduta e se l’è fatta tutta con la fronte. Parte della fronte è rimasta sull’asfalto. 

A nove anni, giocava a palla. Anziché calciare la palla, ovviamente, ha preso lo spigolo di una ringhiera di ferro battuto che le si è conficcato nel dorso del piede. Ahi. 

A quindici anni, si trovava sul retro di un Apecar insieme a sorelle e cugine (non fatevi domande inutili). L’Apecar si ribalta in curva e tutti cadono a terra. Incolumi. Tranne lei, che va a sbattere contro un spigolo. Quaranta punti sul cranio, un taglio lungo da un’orecchia all’altra. Litri di sangue sull’asfalto. 

A vent’anni, festeggia il Capodanno sull’Etna. Vede la neve per la prima volta. Scivola e si spacca il menisco. Ospedale, operazione, riabilitazione. 

Nel 2008, notando angosciata che le cicatrici su fronte e piede stavano inesorabilmente sbiadendo, decide di dare loro una rinfrescata. Va a parcheggiare la Vespa, cade, deposita sull’asfalto un pezzo di fronte, una fetta di coscia e un’unghia del piede. 

A più riprese e con cadenza regolare, da allora, è scivolata per le strade, inciampata, caduta: si è storta le ginocchia, si è traumatizzata il cranio, si è riempita di lividi. 
Qualunque cosa faccia, si sminchia tutta. Noi non ci facciamo più neanche caso. 

Stefi, smettila di farti del male. Non ce n’è bisogno. 
Tu hai intravisto il mondo senza me ed Ale e sai com’è fatto. Forse lo rimpiangi. 
Noi due intruse, invece, senza di te, non sapremmo più chi siamo. 

Buon compleanno. E guarda dove metti i piedi.



post correlati





lunedì 17 febbraio 2014

Come smettere di allattare in poche, semplici mosse

Qualcuno ha lasciato questo commento al mio post "Smetto quando voglio" (il più letto e il più contestato del blog, perché è un tema caldissimo): 

  "Ciao scusa sono curiosa...ma come è andata a finire ? la mia ciucciatrice folle ha 21 mesi e non accenna nemmeno sotto minaccia di bazooka né sotto una pioggia di coccole e giochi....ma poi smettono ? Non vedo luce e ho sonno un sonno atavico da 20 mesi ininterrotti di risvegli notturni....grazie" 

 Cara (do per scontato che tu sia una donna, perché sono una che ragiona per luoghi comuni), 

avevo iniziato a risponderti nei commenti in modo articolato, ma così articolato che ci ho fatto un post, questo.

Posso, senza tema di esagerare, considerarmi un'esperta in materia, avendo io smesso di allattare felicemente non una, non due, bensì TRE volte. Sono una di quelle che ce l'ha fatta, insomma. Come? Semplice: smettendo. 
Andrò per punti, non per essere sbrigativa ma per chiarezza: 

1. Intanto, se sei arrivata in fondo ai 21 mesi di allattamento, in condizioni che è facile immaginare solo per chi c'è passato, ti meriti subito che io ti dica questo: SEI STATA BRAVISSIMA! 

2. Per smettere, devi volerlo tu. Non ci possiamo certo aspettare che l'iniziativa parta da loro; non stiamo parlando del vizio del fumo, dove potrebbero servire le motivazioni forti del soggetto dipendente. Diciamoci la verità, tu smetteresti un'attività utile e piacevole che ti crea solo benessere, che non presenta controindicazioni (almeno per te) e che eserciti egregiamente e con estrema soddisfazione da sempre, senza che nessuno ti chieda nulla in cambio? 

3. Quando è il momento giusto per smettere? Come sopra: quando sei pronta tu. Facciamo che un minimo di sei mesi di allattamento ci possono stare; oltre l'anno diventa solo questione di comode abitudini. 
Piange? Lo attacchi al seno per calmarlo. Sei al parco e hai dimenticato la bottiglietta d'acqua o lo yogurt? Lo attacchi al seno. Devi addormentare la bestiolina ma non hai voglia di passeggiare, ninnanannare, sussurrare fiabe al buio o spingere su e giù un passeggino? Lo attacchi al seno e nel frattempo ti guardi una puntata della tua serie preferita, comodamente seduta sul divano. Ecco: queste, ovviamente, sono cattive abitudini, e le cattive abitudini si pagano sempre; nella fattispecie, si pagano con ore di sonno non dormite. Nessuno dei bambini allattati di mia conoscenza ha mai fatto un'intera notte di sonno senza reclamare la tetta (=ciuccio) almeno un paio di volte. Quei bambini esistono, ma sono quelli che vengono intontiti con una biberonata di latte in polvere prima di essere messi a dormire. La buona notizia è che, non appena avrai smesso di allattare, l'insonne comincerà a dormire tutta la notte. Te lo prometto. 

 4. Allora, sei pronta, e lo capisci perché ormai quando quello/a ti cerca la tetta, ti viene l'orticaria, la voglia di fuggire all'estero o quella di andare a chiuderti a chiave in bagno. 
Non lo eri un mese fa, né la settimana scorsa, quando continuavi a provare a smettere ma in realtà facevi solo finta e le tue inflessibili prese di posizione erano solo una timida e titubante proposta puntualmente accolta con lacrime e pianti e tu subito, giù il reggipetto! A questo punto, devi fare solo una cosa: quando la creatura ti si accosta con la sicurezza data da mesi e mesi di tetta facile, tu devi semplicemente dire di no. 

5. Facile a dirsi. Dunque, intanto, in quei momenti non stare seduta, alzati. Se ti vedono seduta ti zompano in braccio e in battibaleno sei bell'e munta. Poi, non basta dire di no, e nemmeno fornire spiegazioni, ragionamenti, considerazioni sul tempo che passa e aforismi. Al tuo no si scatena l'inferno: tu fai finta di niente e trova subito, SUBITO, un'alternativa. Crea il diversivo, e tieniti pronta perché in questi casi improvvisare può risultarti fatale. Ovviamente, questa operazione la dovrai fare ogni volta, non solo la prima e la terza; ogni santa volta. Finché non si rassegna. Lo farà, però tu non devi MAI, MAI cedere o recedere. Se lo fai anche una sola volta, sei fregata. Non farlo. 

6. Ho imparato che loro non sanno cosa fare, né cosa provare, se non glielo fai capire tu. Fanno e sentono quello che tu trasmetti: si chiama esogestazione e dura più o meno tutta la tua vita. Se dopo aver detto no metti su uno sguardo straziato, se mostri che il tuo cuore sanguina per lui/lei, è finita: penseranno che si sia appena abbattuta su di loro una terribile disgrazia. E soffriranno e tu pure e non resisterai al loro tormento e ricadrai nel baratro. Invece, sorridi. Parla con calma, mentre proponi di giocare con l'orsetto di peluche che loro faranno a brani con le fauci assetate di latte; fai finta che tutto sia sotto controllo. 
Sei convinta, serena, positiva e pensi già alle ore di sonno che ti farai questa notte. Ce la puoi fare, credimi.

7. E adesso arriva il momento più difficile: che non è quello in cui il bimbo piange disperato perché vuole la tetta negata dalla strega che sei, ma quello in cui lui o lei, dopo qualche tentativo, si rassegna. Asciugherà le lacrime e si metterà mestamente a giocare con te, o ti darà la manina e andrete a fare la vostra passeggiata. 
Quello è il momento esatto in cui ti si spezzerà il cuore: perché finisce lì uno dei periodi più belli della tua/sua vita. Non ti mancherà, ti dimenticherai cosa si provava esattamente, ti chiederai come diavolo hai fatto a resistere così a lungo, ma quel tipo di contatto fisico, occhi negli occhi, tetta in bocca, vita che fluisce veramente tra te e lui, sarà andato via per sempre. E sarai solo felice che ti sia stato concesso di viverlo. 
Ma non temere: non è che, all'improvviso, se può fare a meno della tua tetta, significa che può fare a meno di te. Non avrai mica pensato che fosse così facile, vero?

8. Ho allattato la mia prima figlia per diciotto mesi; la seconda per ventiquattro; la terza per venti. Ho smesso dall'oggi al domani, ma dopo essermi preparata per settimane. L'ultima volta, nei giorni in cui avrei voluto smettere ma non ero ancora pronta, per esorcizzare il mio senso di inadeguatezza, ho scritto quel post che hai commentato; era un post semiserio, in cui elencavo tutti i rimedi più improbabili e inefficaci di cui avessi sentito parlare o che mi fossero venuti in mente. Non ammetterò mai, nemmeno sotto tortura, che sì, un pomeriggio in cui ero sola in casa con lei, mi sono dipinta il capezzolo col rossetto e poi l'ho presentato alla bimba innocente. Lei lo ha guardato inorridita. Poi, però, si sarà detta che non tutto nella vita si può spiegare. E quindi si è messa a ciucciare come niente fosse. 

Comunque dopo un po', ci sono riuscita. Lei ha imparato che le tette non c'erano più (anche se sapeva benissimo che erano sempre ) e ha sostituito l'atto rassicurante e calmante del ciucciarmi con quello di tenermi una mano sul capezzolo. La mia prima figlia, invece, per anni, dopo la fine dell'allattamento, per calmarsi veniva a strofinare il ditino su un un neo in rilievo che ho proprio sopra il seno sinistro; ero io la sua copertina di Linus, il suo oggetto transizionale. Questo per dire che nulla finisce: si trasforma. 

(Per senso di onestà nei confronti di chi ha letto fin qui e per far capire quanto io sia attendibile come madre dispensatrice di saggi consigli, metto di seguito una serie di post correlati, da cui si evince con chiarezza quanto io sia una mamma di successo):









mercoledì 12 febbraio 2014

Captain Solo

Ogni mattina lui è là, al suo posto: troneggiante, dinoccolato, splendido. Pattuglia il corridoio sfiorando la parete con la spalla; si ferma ogni tanto a guardare il soffitto, osserva una ragazza che si getta ridendo in braccio a una compagna, oppure mangia la sua merendina con la concentrazione di un entomologo. 
La prima volta che l’ho visto, era seduto qualche fila davanti a me, in corriera, mentre accompagnavo un paio di classi a visitare un museo. Solo. Con un quaderno sulle ginocchia e la penna in mano, riempiva pagine su pagine. 
Se gli rivolgi la parola, piega il capo e ti porge l’orecchio, come se non sentisse bene. Invece è perché si concentra su quello che stai per dirgli. E’ importante ascoltare, quando qualcuno ti parla. Arrota la “r” e ha una pronuncia nitida come una mattina di febbraio, fatta di vocali altezzose e consonanti taglienti. Si esprime come un gentiluomo d’altri tempi, fuori tempo ma non fuori sincrono. 
Ed è bellissimo. Saranno gli occhi scuri e grandi, le labbra disegnate a broncio, il naso come una torre d’avorio. Saranno quelle gambe lunghissime, le spalle strette, quella tensione da elastico tirato, non ancora al limite ma pronto scattare con morbidezza. Non c’è niente di disarmonico in lui, è solo ancora bambino e arrotondato e dolce. 
Mi sembra un re, un cigno altero, un nobile in esilio che non ha patria in cui tornare. “Soffre di un leggero autismo”, mi ha confidato la collega.
Al cambio d’ora, quando passo davanti alla sua aula, non manco mai di sbirciare dentro: e lui è sempre là, in piedi vicino alla cattedra, che scruta la lavagna come se fosse un orizzonte gravido di eventi. 
Mi sembra speciale e bello. Speciale come gli altri ragazzi o come le mie bambine. E’ un’astronave con un uomo solo al comando, perduta su rotte intergalattiche, corteggia buchi neri e sfida l’antimateria. Se ha paura, non lo dà a vedere. Credo che sia una delle cose più belle che io abbia mai visto. Bello come la solitudine, bello come i mille modi per dire ti voglio bene, bello come un figlio. 
Gli altri sciamano e ronzano. Lui suona una musica senza note di cui ho una nostalgia infinita. 
Se fosse mio figlio, tremerei per lui, perché è fragile e duro come un albero maestro in mezzo alla tempesta. 

sabato 25 gennaio 2014

Tiralatte

Sono in aeroporto. Da sola.
Cosa vuol dire da sola?
Vuol dire che non ho nessuna bambina appesa al collo.
Vuol dire che nessuno mi sta macchiando il bavero della giacca con muco verde e rigurgiti di pastina mellin. Vuol dire che in borsa non ho yogurt che si aprono e inondano l’inondabile.
Vuol dire che posso stare seduta anziché inseguire un bipede di sessanta centimetri che fa il grande slalom in mezzo ai trolley. Con la fronte, lo slalom.
Vuol dire che nessuno mi sta chiedendo acqua, pipì, gelato, giocattoli; vuol dire che non ci sono bambine che stanno litigando nel raggio di tre metri quadrati di cui sia responsabile io.
Vuol dire che nessuno mi sorride partecipe e mi si avvicina chiedendomi: sono tutte sue, signora? Complimenti!
Vuol dire che nessuno in questo momento sta facendo segreti scongiuri pregando di non finire seduto vicino a me per non essere alla portata delle tre bestie bionde, delle loro mucose, dei loro ditini appiccicosi. E non sanno che la bionda numero due rutta.
Non devo correre, non sto sudando, non reggo tre barbie con una mano e quattro giubbotti rosa con l’ascella. Essere sola vuol dire che posso guardarmi attorno con agio, osservare i passeggeri, fare i miei riti apotropaici pre-volo in tutta concentrazione, senza dovermi per questo preoccupare che una o due delle bambine finiscano intanto tra le fauci dei cani antidroga.
Significa che anche se adesso ho paura che l’aereo precipiti, almeno so che la mia stirpe non si estinguerà con me, perché la mia progenie è sana e salva a casa. Con il loro papà. E con la Supersuocera.

Ma tu dove stai andando? Hai dovuto abbandonare le tue creature per un inderogabile impegno di lavoro? Un lutto improvviso? Un concorso? Cosa mai ti spinge lontano da casa?
Una festa.
Una festa?
Sì, una festa. Un mio amico festeggia i suoi quarant’anni ad Amsterdam. Vado due giorni ad Amsterdam per festeggiare.
Tu?
Io.
Una madre di tre, TRE bambine?
Sì, tre.
Non ho parole. E la Supersuocera che dice?
La Supersuocera non dice. La Supersuocera biasima.
Sarà dura, al ritorno. Te la faranno pagare, lo sai, vero?
Lo so.
Sei sicura che ne valga la pena?
Dipende.
Da cosa?
Dalla festa.

Now boarding. Aspetto seduta che la fila si esaurisca. Simulo l’espressione di una business woman annoiata e sola. Tremendamente sola.

C’è solo questo sgradevole formicolio, questo tic tic, questo pulsare lento del latte. Tic tic, una mammella si gonfia. Tic tic, si gonfia anche l’altra. Prima di notte, esploderanno. Inonderò i polder olandesi di latte umano, e a nulla varranno le loro dighe secolari.
Tic tic.
Se non altro, alla festa avrò una scollatura da urlo.
Di dolore.


post correlati


venerdì 17 gennaio 2014

Pantofole strette


- Ariane! Oh Ariane!
- Eh? Chi è?
- Sono la nonna Mela.
- Oh, nonnina bella, dove sei?
- In cielo, no?
- E non te lo potevi togliere il grembiule almeno in cielo?
- Io il fantale non me lo levo mai, lo sai.
- Ma a che ti serve? 
- Metti che, combinazione, devo lavare due piatti...
- Come ti trovi lì, stai bene?
- Tutto a posto.
- Potresti essere più precisa?
- No.
- Dai, raccontami. Ti hanno chiesto conto di qualcosa quando sei arrivata?
- Di cosa?
- Delle tue azioni. Ogni tanto, una storta la combinavi.
- Io? E che ho mai fatto di male io?
- Ad esempio, nonna, quella volta che sei venuta in macchina con me a casa nostra e hai voluto portare alla mamma sei galline vive, chiuse dentro uno scatolo nel cofano.
- Le galline fanno tante belle uova.
- Sì, se non muoiono durante il viaggio, come quelle sei.
- Quanto mi è dispiaciuto! Quelle belle galline.
- Poi c’è quella del pecoro Valentino.
- Il pecoro Valentino! Me l’ero dimenticato.
- Non ridere, nonnina! La storia di Valentino ci ha segnate per sempre, me e le mie sorelle. Un agnellino bianco e marrone, che il pastore aveva portato al nonno il 14 febbraio. Tu lo allattavi col biberon, lui ti seguiva dappertutto, ti stava col muso attaccato all’orlo della gonna.
- Bellino era, Valentino.
- Il Lunedì di Pasquetta ce lo siamo portato al picnic. Un dolce agnellino che gioca sul prato coi bimbi.
- Quant’era bellino, Valentino.
- Sì, bellino. Però a Ferragosto ce lo hai fatto trovare arrostito nel piatto, Valentino.
- Buono era, Valentino.
- E tu te lo sei mangiato, nonna! Dopo averlo cresciuto e nutrito! Come hai potuto?
- Era carne. Ha fatto una bella vita.
- Lassù ti hanno perdonata per i tuoi gesti di crudeltà verso gli animali?
- Quale crudeltà? Il mangiare è mangiare.
- Comunque, nonna, se lì ti fanno storie, digli che hai fatto anche tante buone azioni. Di quelle che restano nelle vite degli altri. Hai cresciuto me e le mie sorelle e ci hai insegnato a fare il pane.
- Sì.
- E ci portavi al lavatoio per lavare a mano i panni. Anche se, te lo devo confessare, nonna, io i panni li lavo in lavatrice.
- La lavatrice è per i poltroni.
- Sì nonna.
- Bisogna sapere lavorare con le mani. Non si sa mai, le epoche possono cambiare, ci può essere una guerra.
- Una guerra, sì, nonna.
- ...
- ...
- Nonna.
- Sì?
- Me la dici una cosa importante, di quelle che aiutano a capire, a superare il dolore? Cosa devo fare? Io senza di te mi sento mezza.
- Certo figlia. Ascolta.
- Sì.
- Vai alla bottega.
- Sì. 
- Compra un paio di pantofole.
- Sì.
- Strette, però.
- Strette.
- Poi buttale.
- ...
- ...
- Nonna, che significa?
- Quello che ho detto.
- Non ho capito, nonna.
- Non c’è niente da capire.
- Così però il dolore non passa.
- Il dolore non deve passare.
- Ma diminuisce, almeno?
- Certo. E’ come il pane: più lo lavori, meno duro diventa.
- E come si lavora il dolore? Coi pugni?
- Con la fatica.
- Allora faticherò.
- Ricordati di metterti il grembiule mentre lavori.
- Posso prenderne uno dei tuoi, nonna?
- Sì. Sono in cucina, nel cassetto.
- Grazie. Allora ciao, nonna.

lunedì 6 gennaio 2014

Mela


Adesso che sono seduta in silenzio su questa sedia a rotelle mi è tutto più chiaro; so cosa conta veramente e cosa ci si può lasciare alle spalle senza rimpianti. 
Ad esempio conta la vista: vedere la faccia dei nipoti, i sorrisi di tua figlia, la foto di tuo marito, cosa c’è nel piatto. 
Se tutto diventa ombra e nebbia, se i colori scompaiono e la caligine ti circonda, e solo i suoni ti giungono, lontani, ovattati oppure improvvisi e amplificati, la vita diventa un silenzio accecante che ti schianta. 
Ecco come mi sento: come un albero schiantato da un fulmine ignaro. Mi manca la vista e la parola. Non vedo e non sento, e non per mia scelta. 
Vorrei dire: anch’io ti voglio bene, chiudi la porta che entra corrente, toglimi questa coperta, cosa c’è per cena. 
Vorrei poter rimanere in silenzio ma non posso parlare, quindi è il silenzio che rimane con me. 
Vorrei camminare, devo innaffiare il basilico in terrazza e controllare che il gatto non pisci dentro il vaso se no lo rovina. 
Ma la terrazza è lontana come una galassia e altrettanto irraggiungibile. 
Mi mancano le mie mani, che hanno lavorato sempre; eppure sono ancora belle, le dita affusolate, le unghie regolari. Sono sempre belle, ma ora qualcuno me le ha abbandonate in grembo, gonfie.
Il mio cuore batte a intermittenza, il sangue scorre rappreso nelle vene di creta, i miei capelli bianchi sono radi sulla cute rosea del cranio. 
Sono vecchia, sono malata, sono stanca. 
Ho vissuto tanto; da me discendono tutte queste teste chine sul mio viso, tutti questi occhi che mi scrutano straziati. Io sono pronta per andare, ma loro non mi lasciano. 
E non ho la forza per togliermi di dosso tutti i loro baci e per girare l’angolo e scomparire. 
Starò qui per amore, solo per amore.


POST CORRELATI


sabato 4 gennaio 2014

Ritornava una rondine al tetto

Partiti. 
La bionda intona il suo lungo e straziante canto d’addio (“addio Ciciiiilia, arrivedeeeerci, mi mancheraaaai, ma solo un po’!”); il furgone, inesorabile, volge il muso in direzione nord-nord-est. Solal detta le coordinate della partenza alla prima bambina, che le trascrive diligentemente sul diario di bordo; il canto della bionda si rimodula su toni di mestizia nostalgica (“addio Ciciiiilia, quando tornerò in estate non mi mancherai piùùù, ma mi mancherà F*****”). La neonata saluta il mare con un languido “bauuuu”. 

Nuvole minacciose si addensano sul versante nord dello Stretto. Il versante sud, invece, è baciato dal sole (e dagli dei). 
Ariane singhiozza mordendo il fazzoletto. 
Solal zufola. 

- Non capisco cosa ci sia da zufolare, Solal. Potresti avere un po’ più di rispetto per il mio strazio. 
- Beh beh beh, Ariane, i tuoi strazi mi straziano le balle da otto anni ormai: mi sono assuefatto. Scusa, ma adesso sono pervaso dall’ottimismo della partenza. 
- Il tuo ottimismo è fuori luogo. Non sai che questa potrebbe essere l’ultima volta che vedo mia nonna? 
- E’ quello che continui a dire da otto anni quando parti. Non ci casco più. 
- Ma adesso è malata. 
- Esagerata. Quella vi sotterra tutti. 
- Te compreso, spero. 
- Su su su, fammi un google maps che voglio vedere quanto tempo ci vuole per mettere la giusta distanza tra me e la tua terra. 
- Sei un ingrato. La mia terra ti accoglie e ti nutre. 
- Nutre? Nutre?! La tua terra produce veleni mortali come la pignolata; e me lo chiami nutrire? 
- No, lo chiamo dessert. 
- Appunto, vedi? Che poi non ho ancora capito con cosa è fatta, sta pignolata. Probabilmente contiene parabeni e altri derivati del petrolio. 
- Ma smettila, Solal, ti sei fatto delle belle mangiate di pesce, di che ti lamenti? 
- Del cocktail di gamberetti di tua madre. 
- Era buono. 
- Negli anni Ottanta, forse.
- La sua è una cucina vintage. 
- Infatti: deve essere sempre la stessa insalata di gamberetti da vent’anni, ormai. Probabilmente cambia solo la lattughina. 
- Ce l’hai con lei per il cocktail di gamberetti! Ora mi spiego il perché del tuo orribile gesto! Sei meschino e vendicativo. 
- Eh? Quale gesto? 
- Sì, quando l’altra sera hai sparecchiato e hai scosso via le briciole dalla tovaglia prima di piegarla. 
- Ma io che ne potevo sapere che per voi nativi “se si scotòla la tovaglia la sera, muore la suocera”?
- Soprattutto se a scotolarla è il genero. 
- Superstizione e ignoranza, Ariane. Meno male che viaggiamo verso la civiltà. Giuditta, scrivi sul diario di bordo: ore dieci e trenta, partiti. Direzione: la Civiltà.

La bionda intanto leva alto il suo canto d’addio, virando verso sfumature introspettive: “Oh oh oh, devo fare la caaaacca, non posso resiiiistere neanche un poo’!”.

- Solal, fermati alla piazzola di sosta e falle fare la cacca; io non posso, devo mordere il mio fazzoletto intriso di lacrime. 

Cinque minuti dopo, Solal scopre che la cacca della bambina ospita una colonia di larve bianche.

- I vermi, signore del cielo, le sono venuti i vermi! Ariane, perché questa bambina ha i vermi? 
- E che ne so io? 
- Le avete dato la pignolata! Dimmi la verità! 
- Io no! 
- Presto, ripartiamo, dobbiamo fare ritorno alla Civiltà! Giuditta, annota sul diario di bordo: emergenza sanitaria; si riparte, alla disperata ricerca di un antidoto alla pignolata. 
- Solal, la pignolata non fa venire i vermi. 
- Provamelo. 
- ... 
- Giuditta, annota sul diario di bordo: ore undici, la scienza si dimostra impotente di fronte alla piaga della pignolata. 
- Pignolata si scrive con una o con due "t", papà? 
- Con due, no? Senti la pronuncia “pi-gno-la-ta”. 
- Ok, grazie. 
- ...